Domenica, 05 Febbraio 2012
Spiritualità Familiare
Spiritualità Familiare

Spiritualità Familiare (63)

Sabato 08 Aprile 2006 12:14

CHIAMATI A UNA NUOVA VITA

Pubblicato da Maurizio Zago

CHIAMATI A UNA NUOVA VITA

 

La parabola del figliol prodigo mi da lo spunto per alcune considerazioni sulle difficoltà, ma anche sulle opportunità che l'itinerario di conversione offre al­l' uomo d'oggi. In quest'ottica, il termine parabola potrebbe essere inteso non solo nel senso tecnico che assume nei Vange­li e nella loro esegesi, ma anche in quel­lo fisico di traiettoria caratterizzata ini­zialmente da un progressivo allontana­mento dall'origine cui fa seguito un ra­dicale mutamento di direzione che porta a ripercorrere in senso inverso la regione già esplorata, senza peraltro ricondurre al punto di partenza. Potrebbe essere questa, infatti, un'icona pertinente del cammino del figliol prodigo il cui per­corso può essere, senz'altro, assunto a paradigma di molte conversioni.

Esperienza che si può rifiutare

Chi riflette sulla propria vita o sull'e­sperienza degli altri, può facilmente ac­corgersi che viene sempre il tempo in cui si avverte come urgente la necessità di cambiare. A spingere in questo senso sono, alle volte, situazioni traumatiche esterne - come nel caso, ad esempio, del figliol prodigo -, ma può essere anche un progressivo affinamento spirituale a portare a giudicare il modo di vivere fi­nora adottato non più compatibile con il desiderio che emerge dal profondo del cuore. Tuttavia - anche questa è espe­rienza comune - i richiami alla conver­sione non sempre portano ad un vero e, soprattutto, definitivo cambiamento. Perché?

Sembra che si possa rispondere: per­ché nel soggetto in crisi mancano le con­dizioni psicologiche e spirituali minime per andar oltre la pulsione emotiva e ap­prodare a scelte fondate sulla volontà.

Manca, quasi sempre, la sincerità con se stessi, intesa questa come la capa­cità di cogliere i veri motivi della crisi. È ovvio che l'abbandono di abitudini radi­cate non può essere il frutto di una vaga sensazione di disagio o di una confusa aspirazione al meglio. Bisogna sapere in­dividuare i motivi profondi della spinta al cambiamento perché questa sarà pos­sibile solo se richiesta da un'istanza che il soggetto riconosce di alto valore. Nel caso del figliol prodigo era ben chiaro a lui che in gioco c'era la sua stessa so­pravvivenza fisica. I motivi che spingo­no al cambiamento non devono quindi essere banali. Utilizzando la terminolo­gia di Lévinas si potrebbe forse afferma­re che una vera conversione è possibile solo se indotta non da un bisogno - che una volta soddisfatto svanisce -, ma da un desiderio, inteso quest'ultimo come il movimento che porta a riconoscere l'og­getto come un valore piuttosto che a pos­sederlo. C'è da dire che se si sviluppasse fino in fondo questa suggestione si arri­verebbe, probabilmente, ad affermare che l'unica vera conversione è quella a Dio; ma ci si può fermare anche qualche passo prima di questa conclusione, per­ché l'uomo è mosso sia da bisogni sia da desideri e pertanto ogni sua conversione, anche se profonda, non sarà mai definiti­va e totale.

Rimane, comunque, vero che il cri­terio ultimo per avviarsi con speranza di successo sulla strada della metànoia (come nel greco del Nuovo Testamento è chiamato il cambiamento radicale) è la sincerità dell'analisi delle pulsioni. Come ha fatto il figliol prodigo di cui nel Vangelo non si ricordano doppi pen­sieri.

Altra condizione necessaria per un esito positivo della crisi, anch'essa spes­so carente, è l'umiltà, intesa come la ca­pacità di riconoscere che si è finora sba­gliato e che l'errore dipende da noi. L'e­sperienza dice che riconoscere l'errore è abbastanza facile perché le sue conse­guenze negative sono quasi sempre evi­denti. Al figliol prodigo bastava guardar­si ridotto in mezzo ai porci - per lui ani­mali impuri - per capire la gravita della sua situazione. Quello che pochi, però, riescono ad ammettere è la responsabi­lità nell'errore. L'orgoglio trova estrema­mente facile far ricadere sugli altri, al­meno in parte, la colpa della condizione miserevole a cui ha condotto una scelta personale sbagliata. Di questo atteggia­mento non c'è traccia, invece, nel figliol prodigo. Forse perché lui aveva già rag­giunto una terza condizione che ritengo indispensabile per poter dare un esito po­sitivo al desiderio di cambiamento: la li­bertà dai condizionamenti. Niente, in­fatti, lo legava più al suo stato. Mentre per noi è sempre estremamente difficile sentirci liberi da quelli che percepiamo come convincimenti irrinunciabili, per­ché maturati nel tempo in forza dell'au­tonomia intellettuale, culturale, spiritua­le che è ritenuta, a ragione, la caratteristi­ca specifica dell'uomo libero. Qui S. Ignazio di Loyola parlerebbe della ne-c^&sità di «togliere le affezioni disordinate» per poter «cercare e trovare» la propria strada.

C'è ancora almeno una condizione la cui mancanza rende difficile una vera conversione: il pentimento, la capacità, cioè, di cogliere la negatività dell'azione compiuta e la disponibilità a non ripeter­la. Si noti a questo proposito che nel sen­tire comune il pentimento è considerato l'anticamera della conversione. In realtà è solo una delle condizioni necessarie (ma non sufficienti), in quanto ci si può pentire per una serie di motivi che, pur validi, non inducono al cambiamento ra­dicale perché non raggiungono il cuore del problema. In quest'ottica più che di pentimento si dovrebbe, però, parlare di rimorso. E il rimorso da solo può con­durre anche alla disperazione. Si veda, per esempio, l'episodio di Giuda narrato dai Vangeli.

Ci sono, ovviamente, anche altre ca­ratteristiche della personalità la cui man­canza o il cui ridotto significato per la psicologia del soggetto possono indurre quest'ultimo a rifiutare, o perlomeno a non approfondire, l'impulso alla conver­sione, quali, ad esempio, la generosità, la capacità di sperare, di superare i sensi di colpa, di dare un senso e una direzio­ne unitaria alla propria vita. Tutte si pos­sono far rientrare nel concetto di matu­rità umana. Ma quelle sopra illustrate in dettaglio - sincerità, umiltà, libertà dai condizionamenti e capacità di pentimen­to - mi sembrano le più importanti.

 

Esperienza complessa e particolarmente difficile

Che la conversione sia un'esperienza complessa emerge anche da quanto detto nel paragrafo precedente dove sono state indicate alcune condizioni soggettive senza le quali la stessa non può maturare.

Esistono, però, anche delle condizioni oggettive che complicano ulterior­mente la situazione e che la rendono, so­prattutto nel contesto odierno, particolar­mente difficile.

Già il termine stesso di conversione si presta a differenti interpretazioni. Può essere inteso, infatti, sia come cambia­mento, più o meno profondo, di qualcu­no o di qualcosa, con effetti per lo più esterni (la conversione dell'acqua in vi­no, per restare ad un episodio evangeli­co), sia come l'atto, sostanzialmente re­ligioso, di chi, sentendosi chiamato da Dio, volge tutto il suo essere dal male al bene, dal falso al vero, mutando non so­lo l'orientamento delle proprie azioni, ma lo stesso modo di vedere e giudicare la realtà (la conversione di S. Paolo, ad esempio, come narrata negli Atti degli Apostoli).

Alla prima accezione possono essere fatte risalire tutte le decisioni che impli­cano un cambiamento di vita in vista del raggiungimento di un qualche obiettivo giudicato importante. Sono scelte non necessariamente definitive che possono essere rinnovate nel tempo, ovvero mo­dificate, se cambia l'obiettivo o il suo valore.

Nella seconda accezione rientrano, invece, tutti quei cammini di perfezione che vengono generalmente definiti come «conversione a Dio» e sono, almeno nel­l'intenzione, definitivi.

C'è da dire che questa suddivisione è più teorica che pratica perché la persona umana è nello stesso tempo materiale e psichica e in essa configgono i limiti della carne e i doni dello spirito. Per cui il medesimo itinerario può essere frutto sia dell'istanza umana sia di quella di­vina.

La possibilità di un cammino di con­versione incontra oggi una serie di osta­coli che lo rendono assai difficile. La nostra epoca è caratterizzata, infatti, da una perdita di elementi che accentua la fragilità e la vulnerabilità dei soggetti, condizionando negativamente la possi­bilità di pervenire ad una

chiara coscien­za della realtà e di prendere decisioni definitive. Si pensi, ad esempio, alla perdita generalizzata della dimensione del tempo e del conseguente senso della storia, alla perdita di capacità di distanza critica, alla diminuzione, spesso dram­matica, della capacità di impegno stabile e incondizionato, alle difficoltà che si incontrano nel costruire la dimensione affettiva. Per di più l'incapacità a pren­dere una decisione che pure si sente psi­cologicamente urgente crea spesso in­quietudine e ansia.

C'è da chiedersi come se ne possa uscire. Ritengo che si possa ragionevol­mente sperare di orientare l'uomo d'og­gi e renderlo capace anche di vera con­versione, perché egli è, nella sua com­plessità misteriosa, progetto particolare di Dio e come tale riconoscibile e rico­struibile non al di là, ma attraverso e in mezzo alle sue deformazioni e fragilità. Occorre, però, rendergli familiari, affin­chè possa giungere a considerarli positi­vamente, alcuni degli elementi che lo co­stituiscono come mistero.

Suggerisco alcuni spunti da valoriz­zare nell'educazione:

•    la capacità di apertura al mondo dell'alterila, perché è necessario che im­pari a scoprire l'esistenza di realtà nuove in sé e nel mondo circostante e a lasciarsi interrogare dall'incontro con aspetti nuovi del proprio ambien­te e con i valori che lo animano e, per chi crede, con una Rivelazione;

•    la temporalità, intesa come la dimen­sione in cui il mistero si esplica, per­ché sappia riconoscere che il presen­te si fonda sulla capacità di accettare un passato che non è più e di antici­pare un futuro che non è ancora;

•   la complessità della persona. Essa de­ve essere colta e accettata nel suo es­sere contemporaneamente un misto di bene e di male, di giusto e di ingiu­sto, di acerbo e di maturo ed espres­sione di «sistemi di desiderio» non sempre del tutto integrati ed in armo­nia tra loro.

Esperienza nella quale è difficile riconoscere il protagonista

II fatto della complessità e della diffi­coltà dell'opera di conversione sopra ri­levato, pone il problema se il potersi convertire rientri nella facoltà umana o se non si debba piuttosto aspettarsi la conversione esclusivamente come frutto dell'azione di un Altro; dove l'Altro è per noi Dio.

Personalmente non saprei dare una ri­sposta definitiva al quesito perché non sono in grado di valutare l'attendibilità degli esiti di cammini di cambiamento profondo fondati sulle sole capacità fisico-psichiche dell'uomo.

Mi sembra, peraltro, che dalla Scrit­tura emerga con sufficiente chiarezza che la conversione non è primariamente espressione di una decisione autonoma umana, ma piuttosto una risposta all'ap­pello di Dio. Si vedano, per esempio, i numerosi richiami di Gesù (Mt 4,17; Le 5,32), ma anche quelli dei suoi discepoli (At 2,38; At 3,19). Si noti, per inciso, che per convertirsi non è richiesta una fede previa in Cristo: anche ai pagani è con­cesso (At 11,18). Qualche volta la rispo­sta dipende dalla decisione umana (At 9,35), ma in altri casi è pura grazia di Dio (At 16,14). Così anche il rifiuto non sempre è opera esclusiva dell'uomo (Me 4,12). Gesù, tuttavia, contrariamente al Battista, sembra concedere del tempo per consentire una vera conversione (si veda la parabola del fico sterile in Le 13,6-9) e dimostra fiducia nella disponibilità del­l'uomo a convertirsi: il figliol prodigo torna di propria iniziativa dal padre.

Da quanto sopra riportato sembra, quindi, che si possa affermare che, per la Scrittura, l'iniziativa parte da Dio ma ri­chiede sempre una partecipazione attiva della persona umana. Si potrebbe forse aggiungere che tale partecipazione è, per la Bibbia, tanto più fruttuosa quanto più l'interessato sa riconoscere nella fonte dell'appello anche una potenza efficace. Il figlio prodigo doveva avere una fidu­cia ben grande nella capacità di perdono del padre per ritornare a lui dopo le scel­te giovanili sciagurate!

Se una chiamata è - come sembra all'inizio di ogni conversione, ci si può chiedere infine se questa avvenga una sola volta nella vita o si manifesti più volte. L'esperienza, infatti, attesta, come abbiamo già avuto occasione di ricorda­re, che noi siamo esseri limitati («vasi di creta», secondo l'espressione di 2 Cor 4,7), per cui anche il cambiamento più sincero è sempre soggetto a possibili ri­pensamenti. Se vogliamo affermare la possibilità di perseverare nel cammino di conversione dobbiamo anche ammettere una pluralità di ravvedimenti, da giocar­si, come il primo, tra il dono gratuito di Dio e l'azione etica dell'uomo.

Così è, perché Dio è fedele e non fa mai mancare il suo invito alla vita nuova.

Anche questa è esperienza comune.

Conclusione

Abbiamo visto che convertirsi è un atto complesso, difficile, che si è tentati spesso di rifiutare o almeno di rimandare nel tempo e che implica, in ultima anali­si, anche l'intervento di Dio. Quest'ulti­ma acquisizione mi sembra, però, quella che può dare un valore positivo, uno sbocco significativo all'agire umano an­che nel contesto attuale. L'uomo può, in­fatti, rivolgersi sempre con fiducia a Dio perché Lui si rivolge per primo all'uo­mo. Sapendo che la conversione vera non può non accompagnarsi alla gioia. Come ricordano non solo la parabola del figliol prodigo, ma anche le altre del ca­pitolo 15 di Luca (la pecora perduta, la dracma perduta) le quali attestano la gioia di Dio per il ritorno del peccatore e invitano l'uomo a gioire con Lui.

In definitiva si può dire che nella conversione Dio offre all'uomo una nuo­va vita. Per questo Luca può descrivere il ritorno del figlio scapestrato con l'e­spressione riportata sotto il titolo, quasi icona dell'articolo: «...era morto ed è tornato in vita».

Mi sembra pertanto corretto conclu­dere che vale sempre la pena di intra­prendere il cammino della conversione, anche se può costare caro all'orgoglio umano, perché attraverso di essa c'è la possibilità di giungere alla vita vera.

 

 

Sergio Riccardi

Tratto da “Famiglia Domani – 2/2002”

Sabato 04 Febbraio 2006 03:23

PERCHE’ LA FAMIGLIA E’ BUONA NOTIZIA

Pubblicato da Maurizio Zago

PERCHE’ LA FAMIGLIA E’ BUONA NOTIZIA

 

Durante il quarto incontro mondiale della famiglia, svoltosi a Manila in gennaio, il tema che si è affrontato è stato: “La famiglia cristiana: una buona novella per il terzo millennio”. La notizia è bella perché viene dal cuore di Dio. Traccia una storia in cui i valori familiari si rivelano parte essenziale della “grammatica fondamentale dell’umana convivenza” (Giovanni Paolo II). Credere nell’amore fedele “sino alla fine”, costruire un intreccio di generazioni che si ritrovano nella comunione: è il dispiegarsi della buona notizia che la famiglia cristiana offre agli uomini del terzo millennio. La comunità coniugale e familiare, anche quando non risplende in tutta la sua bellezza, custodisce, come germe deposto da Dio nel suo cuore, la bella notizia dell’amore e della vita.

 

Di fronte alla famiglia lo stupore è intuizione della “buona notizia”.

La famiglia “che prende inizio dall’amore dell’uomo e della donna, scaturisce radicalmente dal mistero di Dio”. Il matrimonio è “un grande mistero”, perché “in esso si esprime l’amore sponsale di Cristo per la Chiesa”.

Si delinea un intreccio di orizzonti sui quali si dispiega la “buona notizia”. “Non esiste il grande mistero, che è la Chiesa e l’umanità in Cristo, senza il grande mistero espresso nell’essere una sola carne, cioè nella realtà del matrimonio e della famiglia. La famiglia stessa è il grande mistero di Dio”.

La famiglia è trasparenza di Dio: ripresenta il suo amore appassionato per l’umanità. Rimanda ad un mistero d’amore più grande, al mistero trinitario. Così, il modello originario della famiglia deve essere cercato nel mistero stesso di Dio, nel mistero della sua vita trinitaria;l’esistenza stessa della famiglia rimanda a quel mistero. “Il <<Noi>> divino costituisce il modello eterno del <<Noi>> umano, di quel <<noi>> che è formato dall’uomo e dalla donna, creati a immagine e somiglianza divina”. “Il matrimonio dei battezzati è simbolo reale della nuova ed eterna alleanza”: gli sposi, sono il volto concreto di Cristo sposo, e “la fecondità è il frutto e il segno dell’amore coniugale, la testimonianza viva della piena donazione reciproca degli sposi”.

 

La coppia/famiglia custodisce il mistero. Lo vive, lo trasmette.

 Essa testimonia, dunque, la dedizione con cui Cristo si spende per gli uomini. Nel volto dell’uomo e della donna che si amano traspare l’immagine più bella di Dio.

 

La famiglia è parola-immagine di Dio, essendo Dio in se stesso mistero nuziale: comunione di persone, che si cercano, si donano, si accolgono, esistendo in un’unica natura divina.

 

-La famiglia è parola-carne di Dio. Il vincolo d’amore che unisce gli sposi è “ripresentazione di ciò che è accaduto sulla croce”. Il dono sponsale reciproco nel segno del corpo e quindi della totale gratuità rende presente la dedizione nuziale del Cristo sposo.

 

-La famiglia è parola-parabola di Dio. La vita concreta della famiglia, snodandosi come ricerca costante della comunione e rispetto delle diversità, lascia intravedere il mistero di Dio che è convivialità di tre Persone diverse, esistenti nell’unità della natura divina. Spiega la bellezza dell’Amore che, creando unità, genera nuova vita.

 

-La famiglia è una buona notizia perché scaturisce dal cuore di Dio. Infatti, il mistero trinitario illumina la nuzialità umana che, a sua volta aiuta a contemplare il mistero.

 

Esiste “un mistero grande nascosto da secoli nella mente di Dio”. Cristo, parla del sogno di Dio nei confronti dell’umanità. Dio invita l’umanità alle nozze con sé, perché egli stesso è mistero nuziale. Costruendo la sua relazione con l’umanità, sceglie un suo popolo come uno sposo sceglie la sua sposa. E’ la nuzialità la chiave di lettura del mistero di Dio, la “bella notizia” che da esso scaturisce.

Dio si fa conoscere e si comunica nella nuzialità umana. Vuole la coppia umana come “immagine e somiglianza di sé”. Quando gli sposi entrano in relazione e si costituiscono nell’unità “in una sola carne” appare il volto della Trinità, si realizza la coppia-famiglia che racconta Dio, lo dona, lo svela. La coppia umana è chiamata ad essere in se stessa manifestazione di Dio.

 

L’amore coniugale è “l’immagine e il simbolo dell’alleanza che unisce Dio e il suo popolo”. L’alleanza d’amore che Dio costruisce con l’umanità ha una connotazione sponsale. All’inizio della storia della salvezza sta una coppia (Adamo ed Eva); al termine della storia sta una coppia (Agnello e la sposa). Tra la coppia iniziale e quella finale si sviluppa una stupenda avventura d’amore. La realtà dell’amore coniugale racconta l’alleanza nuziale che unisce Dio al suo popolo, il suo amore per esso. L’amore coniugale è simbolo di tale alleanza, di tale amore.

 

Cristo “rivela la verità originaria del matrimonio, la verità del principio e, liberando l’uomo dalla durezza del cuore, lo rende capace di realizzarla interamente”. Il grande mistero dell’Amore è rivelato ed attuato in Cristo. Gli sposi, consacrati “nel Signore”, raccontano Cristo. D’altronde, essi si ispirano ad un mistero, quello nuziale (dono del Signore), che già palpita in loro. E la famiglia, esistendo, afferma l’esistenza di Dio.

 

La famiglia è in se stessa una buona notizia per tutti, per la chiesa e per la società. La famiglia è una stupenda risorsa per l’umanità, in quanto amore, vita, solidarietà, fedeltà, generosità, fecondità. Ma essa è chiamata ad elaborare al suo interno tutti gli stimoli di educazione e di impegno affinché si realizzi l’immagine di Dio. La famiglia deve essere spazio in cui vivere l’uno per l’altro. “le famiglie” – come affermava don Tonino Bello, vescovo di Molfetta – “ non possono dirsi cristiane se non assumono la logica della reciprocità”.

La “buona notizia” che urge nel cuore di ogni famiglia cristiana, sarà, dunque stupenda, perché aprirà un futuro nuovo, fatto di concretezza umana e risonanza divina, realizzando il sogno di Dio per l’umanità.

 Don Renzo Bonetti

 

 

Tratto da “Settimana – 19 gennaio 2003”

Riduzione e adattamento a cura di Simona Internullo

Venerdì 13 Gennaio 2006 11:42

La coppia tra ferialità e festività

Pubblicato da Maurizio Zago

La coppia tra ferialità e festività

 

· Per la coppia, la ferialità è il superamento della quotidianità, luogo in cui esprime nell’attività di ogni giorno la propria identità · Con lo sguardo fisso al Sabato, alla festività, giorno destinato alla contemplazione e alla festa. Alla libertà.

 

Ha senso parlare di ferialità e festività?  Ci sembra che la cultura moderna tenda a globalizzare tutto. Anche il tempo. Denominiamo questa globalizzazione del tempo «quotidianità». Quotidianità come ripetitività ossessionante, uniformante, omologante. Il formicaio, l'alveare (il vespaio?) potrebbero essere posti come stemma sulla bandiera della così detta «civiltà» occidentale, del nord ricco ed opulento.

 

La quotidianità

La quotidianità è il ripetere giorno e notte (esiste un popolo della notte!) per sette giorni la settimana gli stessi riti, adorare gli stessi idoli, dedicare loro tutto il tempo.

«Fare, avere, produrre, consumare». Agitarsi, correre, non avere mai tempo «per altro». Il tempo libero è diventato preda dell'«industria del tempo libero». I media s'impegnano, con successo, a suscitare sempre nuovi bisogni e desideri. I desideri diventano necessità indispensabili.

Quotidianità è cogliere tutte le occasioni che i media propongono come risolutive per cancellare le insoddisfazioni, i limiti che l'uomo ha in se stesso. Smania del possesso delle cose e delle persone per placare il desiderio di onnipotenza che l'uomo crea nella sua interiorità.

Quotidianità è culto della moda, della fisicità, dell'apparire, dello sport, dell'automobile e della moto, di Internet e del cellulare, della TV e dell'auricolare.

Quotidianità che fa porre la speranza di chi non riesce a realizzare immediatamente i modelli indotti dalle idolatrie consumistiche, nelle lotterie, nelle scommesse, nelle bische, in turpi commerci di sesso e droga.

Quotidianità che non concede mai tempo all'uomo per essere se stesso, per chiudersi nella sua «cameretta» (cf Mt 6,6).

Talvolta, le stesse manifestazioni religiose sembrano cadere nella tentazione della quotidianità, dell'apparire, assumono l'aspetto di manifestazioni di folle, di masse, diventano spettacolo mediatico.

Quotidianità come inutile fatica di Sisifo, o, biblicamente, come «scavarsi cisterne screpolate, che non tengono acqua» (Ger 2,13)... Ed «essi seguirono ciò che è vano, diventarono essi stessi vanità» (Ger 2,5). Quotidianità, forma di schiavitù che sottomette l'essere all'avere, che non concede tempo all'uomo di essere con l'Altro, con l'altro, di «essere coppia».

 

La ferialità

Gli sposi realizzano la ferialità quando si impegnano per realizzare alloro interno (famiglia) e al loro esterno (società ed «ecclesia») un nuovo modello di famiglia e società. Tutto ciò che è stato creato nell'universo è buono, nulla va demonizzato e nulla va idolatrato.

La coppia nella ferialità sì prende cura di se stessa, ma si assume anche la responsabilità di essere l'affidataria di tutti i beni della terra che deve coltivare e custodire. La coppia si impegna nel lavoro, nella ricerca, nelle scienze, nella tecnica, nella finanza e nel commercio, in campo educativo e socio-solidale, ma trasforma il senso del fare. Il fare è allusione alla finitudine. Il fare, non potrà mai realizzare pienamente l'uomo e

la coppia. La totalità della conoscenza e dell'appagamento, nonostante i progressi meritori che l'uomo fa giorno dopo giorno, secolo dopo secolo, è sempre «oltre».

La sete, il bramare, il soddisfacimento in modo completo di ogni desiderio non è realizzabile perché nell'uomo vi è fame di infinito che la finitudine del tempo rende impossibile attuare. Con questa semplice constatazione, che non deve indurre né a drammatizzazione, né a frustrazione, la coppia dà senso all'impegno della ferialità, avendo come fine il tempo della festività.

Il tempo della festività è il tempo della libertà; libertà dalla schiavitù del lavoro (cf Es 5,14). La ferialità non può indurre l'uomo a vendere la sua dignità e la sua primogenitura per un piatto di lenticchie (cf Gn 25,29-34).

La ferialità è allora il tempo e il luogo dove la coppia esprime fattivamente e attivamente la propria identità, presente e attenta alle necessità dell'altro e degli altri. Non si rifugia in uno spiritualismo disincarnato, ma si fa tutta a tutti, senza esibizioni, con pacata serenità. Svolge bene i compiti che le sono stati assegnati, superando con tenacia e perseveranza, gli ostacoli che ogni cammino, ogni costruzione umana, comporta. La coppia vive di ferialità come proposta per uscire dal «sistema», dal circolo vizioso: «tutto, ora, qui e subito», per un progetto di società nuova, fraterna e solidale.

La coppia vive la ferialità come un continuo esodo dai molti idoli, verso il solo, unico e vero Dio.

Questo traguardo non la rende estranea all'impegno, anzi la induce a «sporcarsi le mani» per progettare e costruire il mondo, dono di Dio, in modo conforme al suo disegno (cf Gaudium et spes 37 e 38).

È qui nel mondo che la ferialità inizia la realizzazione della storia della salvezza che sfocerà in un nuovo cielo e una nuova terra (cf Ap 21,1). Si può allora applicare alla coppia cristiana quanto leggiamo in «A Diogneto»: «Dio ha assegnato loro un posto così sublime e ad essi non è lecito abbandonarlo».

La coppia (la famiglia) esce tutti i giorni di casa per impegnarsi con spirito di servizio nel sociale, non solo per il soddisfacimento dei propri bisogni, ma anche per costruire un ordine sociale nuovo, fondato non sull’egoismo e l'interesse privato, ma per il bene comune. Una società, cioè, in cui solidarietà, giustizia, condivisione, corresponsabilità siano valori primari e fondanti.

Una «società dell'amore».

 

La festività

Ogni settimana ha il suo sabato, il giorno in cui Dio stesso cessò ogni lavoro (cf Gn 2,3). Giorno consacrato alla contemplazione della stupenda opera del Creatore. Giorno di festa. Giorno in cui l'uomo prende coscienza degli inestimabili doni che ha ricevuto in affidamento e innalza canti di ringraziamento. È il giorno del riposo (cf Es 20,8-11), in tutti i tempi (cf Es 34,21) per tutti gli uomini e anche per gli animali.

Per il cristiano, perché la festa è già venuta con Gesù il Cristo, è il primo giorno della settimana che illumina tutto l'impegno feriale. La festa è l'unione fraterna di tutti gli uomini. Non vi sono più gerarchie, ceti, etnie, razze, ecc. Tutti sono chiamati a riconoscersi pari nella dignità e nel valore, perché figli dello stesso Padre. 

Ogni anno ha la sua festa. La Pasqua ebraica ricorda il passaggio dalla schiavitù del lavoro alla libertà, per onorare Dio: «questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come la festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete con rito perenne» (Es 12,14). 

La Pasqua cristiana celebra il passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio. 

Ogni cinquanta anni (sette settimane di anni) la festa del Giubileo (cf Lev 25).  Non solo uomini e animali riposano, ma anche la terra riposa. (Quale l'elenco delle cose da far «riposare», oggi?). Si rimettono i debiti.

La festa insegna a rispettare il sistema ecologico, a non sfruttare, a non inquinare, ad essere attenti alle biotecnologie per non correre il rischio di far pagare ai figli i peccati dei padri.

È il riconoscimento concreto che tutto viene dal Padre e al Padre tornerà (cf Lev 25,23).

Dio ha creato l'uomo libero e nessuno può renderlo schiavo o prigioniero. Non si può lasciare nel limbo di una spiritualità astratta il riconoscimento della paternità di Dio e della fraternità di tutti gli uomini.

La festa è libertà da tutte le schiavitù e passioni, dai vincoli devastanti che vogliono impastoiare l’uomo nell'oppressione dell'«avere» per farlo essere nel riposo, nella pace, nella solidarietà, nella gratuità. Rende gli uomini liberi dalla storia di peccato nella quale sono immersi.

La festa è canto di «osanna e alleluia» per la bellezza della creazione. La coppia vive «alla Presenza» sente «Dio con noi», una luce la illumina e comprende che la sua essenza non si esaurisce nella mondanità, nella ricchezza, nel piacere, ma che ha una vocazione più alta, trascendente.

La festa libera lo spirito dell'uomo.

La festa fa «memoria», e rinvia non solo ad una individuale privata salvezza in un mondo che verrà, ma sollecita ad una attenzione all'oggi, alla salvezza di tutto il popolo. (Già Mosè - come farà poi Gesù in modo perfetto - antepone la salvezza del popolo alla sua: «Mosè tornò dal Signore e disse: "Questo popolo ha commesso un grande peccato, si sono fatti un dio d'oro. Ma ora se tu perdonassi il loro peccato... E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!"»). Nel mondo vi sono semi di bontà che devono essere fatti fiorire oltre i rovi, le spine, i sassi.

 

La coppia e la festa

Nella sua realtà esistenziale, la coppia deve realizzare tutti i giorni

la festa. Siano cinque minuti, sia un'ora, o più, gli sposi devono celebrare la festa ogni giorno. Staccare la spina (reale e metaforica) per essere se stessi. Uno di fronte all'altro, uno di fianco all'altro. Contemplare l'uno negli occhi dell'altro la meraviglia del loro amore, e cantare e ringraziare per lo stupendo dono che è stato loro elargito. La festa è:

· fare silenzio. Fermarsi, sedersi, non fare, non parlare con

la bocca. Guardarsi, vedersi. Consentire che la comunicazione si svolga con gli occhi e con il cuore. I pensieri passano con lo sfiorarsi lieve di una carezza. È la pace clic si realizza tra uomo e donna. Purificarsi dagli inquinamenti della ferialità in cui antagonismo, rivalsa, efficientismo avvelenano l'anima; ossigenarsi con la vicinanza. con la prossimità, con la fiducia reciproca, con il sentire che si è «valore» per l'altro, che l'altro ha cura di me. È solidarietà, responsabilità;

· farsi conoscere per quello che si è e non per quello che si appare. Abbandonarsi con fiducia all'accoglienza. Abbassare

la guardia. Offrirsi disarmati sapendo che l'altro non ne approfitta. Conoscersi limitati e non pretendere gratificazioni, farsi carico della fragilità dell'altro, non meravigliarsi o irritarsi perché l'altro non è perfetto come lo abbiamo immaginato. È tenerezza e comprensione;

· confidarsi le fatiche sia lavorative che familiari della giornata, per dividere le pene e raddoppiare le gioie. Capire le motivazioni dello stare assieme, confrontarle. Momento di riposo per ridestare speranze e sogni. Risorgere per dare nuovo impulso, nuova linfa vitale, un senso, un significato a cui tendere come sposi nell'impegno feriale. È progetto;

· rimettersi i debiti. Perdonarsi. Restituirsi reciprocamente la libertà per potersela nuovamente donare. Ridarsi dignità e stima. È onorarsi;

· convivialità, sedersi a tavola assieme. Spezzare e condividere il pane, il vino…

la mela. Rinnovare la gioia e l'allegria del giorno delle nozze. «Il vino allieta la vita» (Qo 10,11). «Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino» (Cc 1,2). La festa della tenerezza disincaglia dai bassi fondali dell'abitudinarietà e della solitudine per far alzare le vele verso la sorpresa, la scoperta, la luminosa meraviglia di essere due, ma di essere una sola carne, un solo spirito nell'unità della distinzione. La cena diventa celebrazione, simbolo e richiamo dell'interiorità. Esprime realtà che la comunicazione orale non può far capire in pienezza. È gratuità e gratificazione;

· dono del corpo. Silenzio, parole, convivialità si condensano, si esprimono nella completezza del dono. Non una parte, ma tutta la persona si offre e si dona. Nel vero amore il dono del corpo diventa sacramento, segno visibile dell'amore spirituale, intimo e interiore che anima

la fisicità. Il dono del corpo è il dono della totalità, è la festa dell'alleanza, la festa della comunione. La logica del dono esclude il possesso, ma non il desiderio, ed esalta

la gratitudine. Gli sposi donano tutto se stessi, il visibile e l'invisibile, non appartengono più a sé stessi, ma sono grazia uno per l'altro. Oltre non si può andare.

 

La festa domenicale. 

Pellegrinaggio verso un Sabato senza fine

In questa cornice si inserisce l'icona della festa domenicale. 

Giorno del Signore da celebrare come coppia, liturgia, convito, comunione.  Eucaristia. Solenne inno di ringraziamento innalzato al Padre per il dono del Figlio sposo e dello Spirito Santo che rendono possibile l'amore «per sempre». 

La festa della coppia è la gioia del Padre, anticipazione della festa escatologica. 

La coppia (la famiglia) esce dalla casa in modo particolare la Domenica, le pareti della casa non sono le mura di un fortino assediato dove ognuno sta chiuso in difesa di un suo interesse privato, indifferenti a quanto avviene fuori. 

La coppia (la famiglia) apre le porte. Esce. Inizia un cammino, un esodo, un pellegrinaggio con gli abitanti delle case vicine. Da clan diventa popolo, un popolo in cammino verso una Chiesa comunità sponsale, la parrocchia (famiglia delle famiglie). 

La festa domenicale diventa il luogo e il tempo in cui loda e ringrazia il Padre per i benefici accordati, chiede aiuto per tutte le necessità personali e comunitarie, ma principalmente ascolta qual è il disegno che il Padre comunica in Cristo Gesù e invoca lo Spirito per avere la capacità di attuarlo. 

La festa domenicale non è però una semplice manifestazione di buone intenzioni, una monotona ripetitività di formule e di riti, non è moralismo, adesione formale, soddisfacimento di un obbligo.

La festa della Parola, del ringraziamento (Eucaristia), della comunione si avvera quando il singolo, la coppia, le famiglie prendono sul serio e attuano concretamente le parole che pronunciano con le labbra: «Ti preghiamo umilmente: per la comunione al corpo e al sangue di Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo» (Preghiera Eucaristica II). Si deve riconoscere che quanto noi chiediamo il Padre lo concede immediatamente; spetta alla nostra libertà accoglierlo, attuarlo o rinviarlo ad un futuro ipotetico.

Costruendo e vivendo la comunità-comunione si realizza la parola che il Creatore ha fatto all'inizio: «non è bene che l'uomo sia solo». Comprendere la bellezza della Parola è gioia e piacere, e la si vuole attuare non solo perché volontà di Dio, ma perché salva e libera dall'autosufficienza, dalla pretesa dell’autorealizzazione. È stare insieme, spezzare il pane spirituale e materiale, condividerlo, è servizio («lavarsi i piedi») vicendevole.

È necessario che la festa diventi testimonianza di vita perché solo vivendo in unità e concordia si può convincere il mondo. Si educa e si converte all'amore dando testimonianza d'amore. La festa realizza, all'interno della coppia, della famiglia, della società, della chiesa il momento di sosta e di nutrimento per continuare con speranza e letizia il cammino verso il punto omega dell'incontro, quando risuoneranno: «le grida di gioia e la voce dell'allegria, la voce della sposa e dello sposo» (Ger 7,34).

Tina e Michele Colella

Genova

Da “Famiglia domani” 4/2000

 

Sabato 26 Novembre 2005 16:55

Ti scelgo per sempre

Pubblicato da Administrator

Scegliersi «per sempre» significa scegliersi «sempre», giorno do­po giorno, abbandonando le nostre sicurezze e le nostre paure. Signi­fica essere fedeli alla persona in ogni tappa del suo sviluppo . E significa vivere la fedeltà in ogni sua dimensione: essere cioè fedeli con se stessi, con Dio, con il partner e con la comunità.

Sabato 12 Novembre 2005 02:00

LA BELLEZZA

Pubblicato da Maurizio Zago

                                         LA BELLEZZA

«Dio vide che era cosa buona...». Nel mondo della Bibbia e nel mondo greco «buono» e «bello» coincidono.Ma che cos’è la bellezza? È ciò che suscita un senso di piacere e di ammirazione nella persona. Per il credente, la Pasqua rivela la bellezza di Dio. La famiglia è il giardino privilegiato in cui cresce la bellezza.

La prima pagina della Bibbia sottoli­nea ripetutamente le diverse giornate della creazione con la nota frase: «Dio vide che era cosa buona».

Nel mondo ebraico come in quello greco solitamente non veniva disgiunto il concetto di bellezza da quello di bontà, anzi l’uno sembrava il completamento dell’altro. Insieme il kalòs hai agathòs (il bello e il buono) esprimevano perfezio­ne, quasi si volesse sottolineare che una realtà bella doveva essere anche buona, e che il bene doveva per forza essere bello.

Forse quella frase del racconto bibli­co potrebbe essere meglio espressa così: «Dio s’accorse che era una bella cosa». E quando si vuole evidenziare la creazio­ne dell’uomo: cosa!».

Le meraviglie del cielo, della terra e del mare, infatti, rappresentano una gran­de bellezza statica, mentre l’uomo espri­me una bellezza dinamica. Le cose sono belle per se stesse, ma non sono soggetto di emozioni, non sof­frono passioni. Invece esse stimolano la fantasia, suscitano interesse, risvegliano ammirazione nell’uomo, scuotono in­somma la sua mente e il suo cuore.

La bellezza stessa della persona non si può relegare ai soli lineamenti esterio­ri del suo corpo, ma parte dall’intimo e si esprime attraverso sguardi, sorrisi, at­teggiamenti, movenze. Possiamo dire che ogni persona può soltanto irradiare all’esterno quella bellezza che possiede dentro di sé, altrimenti è una bellezza morta, statuaria, opaca.

La nostra mentalità occidentale, abi­tuata a classificare e definire, a rinchiu­dere in tanti scomparti i vari concetti, si accorge di trovarsi davanti ad un termine troppo spesso equivocato, come avviene per la parola amore o per altre parole chiave dell’esistenza umana.

Bellezza è:

bontà

semplicità

impegno

grazia

sapienza

gioia

donna

uomo...

Nelle espressioni quotidiane mesco­liamo un po’ di tutto: «Che bella perso­na!», e non ci riferiamo al suo aspetto fi­sico; «Che bel piatto!», e si intende un piatto abbondante e gustoso; «Che bella idea!», ed è qualcosa di interessante.

Bello significa tutto e nulla nello stes­so tempo.

Presso popolazioni che vivono nella povertà o nell’essenzialità il concetto di bello diventa quasi sinonimo di utile, nella società del superfluo si avvicina al concetto di dilettevole, nel mondo della cultura bello può significare estetica­mente perfetto.

Bello è semplicemente bello

Bello è quello che la persona perce­pisce come tale e suscita in lei un senso di piacere e di ammirazione.

Sicuramente bello è Dio, e Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, il più bello tra i figli degli uomini, nato da donna. Bella è sua madre, Maria ripiena di grazia, bontà, semplicità, impegno, gioia, fem­minilità.

Essi hanno ispirato e impegnato gli artisti del mondo e della storia cristiana a descrivere la loro bellezza.

Bellezza è donna

Ritorniamo per qualche riflessione ancora nel mondo della Bibbia.

Rebecca, incontrata dal servo di Abra­mo, destinata a diventare sposa di Isacco era «molto bella d’aspetto, era vergi­ne...» (Gn 24,16) e oltremodo servizie­vole.

Giuditta, prima di invocare il Signore, si prostrò con la faccia a terra, si cosparse il capo di cenere e mise allo scoperto il sacco di cui, sotto, era rivestita nella sua vedovanza. Dopo aver pregato, si alzò, si tolse il sacco di cui era rivestita, si lavò, si profumò, spartì i capelli del capo e vi mise un diadema. «Si mise i sandali ai piedi, cinse le collane e infilò i braccia­letti, gli anelli e gli orecchini e ogni altro ornamento che aveva e si rese molto affa­scinante agli sguardi di qualunque uomo che l’avesse vista» (Gdt 10,4).

Giuditta, moglie di Manasse, con la sua bellezza salvò Israele dalla furia di Oloferne («che si è lasciato ingannare dal mio volto» [Gdt 13,16]) e del suo esercito assiro.

Ester, per smascherare le trame di Aman contro gli Israeliti, fece digiunare tutti i Giudei di Susa per tre giorni, non dovevano né mangiare né bere, ed anche lei e le sue ancelle fecero altrettanto. Ester si tolse le vesti di lusso ed indossò abiti miseri, si cosparse il capo di cenere e umiliò molto il suo corpo. Poi, come Giuditta, dopo aver lungamente pregato il Signore, lei, la regina, osò presentarsi al re Assuero.

Quattro donne che nella loro bellezza sono viste e ricordate come determinanti per la storia del popolo di Dio e per la sua salvezza.

Bellezza è uomo

C’era un uomo della tribù di Benia­mino chiamato Kis. «Costui aveva un fi­glio chiamato Saul, alto e bello: non e c’era nessuno più bello di lui tra gli Israeli­ti» (I Sam 9,2).

Davide, il ragazzine fatto chiamare dal pascolo dal profeta Samuele: «Era fulvo, con begli occhi e gentile d’aspetto» (1 Sam 16,12).

I primi re d’Israele non furono grezzi gorilla da combattimento e il terzo di lo­ro poi, Salomone, fu chiamato «il saggio per eccellenza».

La bellezza salverà il mondo?

Davvero il cammino della storia sarà corretto e salvato dalla bellezza? Quale bellezza?

Al centro della vita di ogni cristiano c’è l’avvenimento della Pasqua.

Questa grande e bella festa sta ad in­dicare una vita di continue risurrezioni, perciò diventa una vita interessante e bella nonostante i continui intoppi.

Un giardino per la bellezza

C’è un giardino privilegiato dove cre­sce la bellezza: la famiglia.

In questo luogo essa viene alimentata dall’amore dello sposo e della sposa, e dai figli che sbocciano come i germogli di una rigogliosa pianta di ulivo attorno al tavolo di cucina, come vuole il salmo 128.

I figli sono belli quando crescono in una famiglia bella.

La famiglia è bella quando coltiva l’essere più dell’apparire, il bene più del benessere, la comunione più degli squilli dei telefonini, l’attenzione ad ogni perso­na più di tante distrazioni, l’amore dona­to più di quello preteso o ricevuto.

Di certo questo tipo di famiglia non fa notizia, fa solo felici.

Utopia?

Un sogno spezzato dal risveglio in una cruda realtà? No! Tensione verso un ideale. Il Vangelo non propone mai tra­guardi corti.

Non si vuole però negare l’evidenza di tanti, troppi figli «belli» che conducono una «brutta vita» da pendolari tra un bab­bo e una mamma distanti, ingannati, spes­so attirati da una bellezza bugiarda, fatta di emozioni meschine, di egoismi bassi.

Anche questa è un’opportunità per chi crede in tante belle famiglie che pos­sono davvero salvarsi e salvare.

Valeria e Tony Piccin

Tratto da “famiglia Domani – aprile2002”

Sabato 01 Ottobre 2005 05:19

MA BISOGNAVA FAR FESTA E RALLEGRARSI

Pubblicato da Maurizio Zago

         MA BISOGNAVA FAR FESTA E RALLEGRARSI

 

Il capitolo 15 di Luca è un canto di gioia che celebra la felicità di chi ha ritrovato ciò che aveva smarrito. Allo stesso modo, il ritorno alla comunità di un fratello che si «converte» è festa di tutta la chiesa. E ancor più quale sarà la gioia del Padre per il ritorno di noi, suoi figli?

Mi sembra bene fare alcune premesse perché risalti come «la festa» sia veramente il vertice, non solo della parabola del «padre misericordioso», ma di tutto il capitolo 15 del Vangelo di Luca.

Rileviamo innanzitutto, con J. Dupont, che tale capitolo «costituisce un'unità letteraria. La sua struttura è semplice. Dopo l'introduzione (vv. 1-3), le due brevi parabole del pastore che ritrova la sua pecora (vv. 4-7) e della massaia che ritrova la sua dramma (vv. 8-10) sono perfettamente simmetriche e inseparabili l'una dall'altra. La terza parabola, molto più sviluppata (vv. 11-32), illustra l'insegnamento delle parabole precedenti: è la storia di un padre che ritrova suo figlio; e questa viene introdotta semplicemente con "Disse poi”.

Possiamo inoltre osservare che tutto il capitolo è guidato come da un filo conduttore dai verbi "perdere-perduto"', "ritrovare-ritrovato"; " rallegrarsi -far festa". Sono ripetuti rispettivamente sei - sette volte.

I vv. 7 e 10 con un efficace "Così vi dico..." dichiarano il messaggio delle due parabole: la gioia del pastore e della massaia sono pallido simbolo della gioia che "ci sarà in cielo" (v. 7), "davanti agli angeli di Dio" (v. 10) "per un solo peccatore che si converte" (id.)».

 

Una gioia di tutta la comunità

II particolare del pastore e della massaia che chiamano i vicini a rallegrarsi con loro (vv. 6 e 9) per aver ritrovato la pecora e la dramma perdute, ci lasciano intuire che, se Dio prende l'iniziativa di cercare instancabilmente l'uomo che si è smarrito, e quando lo ritrova esulta di gioia, questa gioia non la tiene per sé, ma vuole che tutta la comunità faccia festa con lui per il ritorno del figlio-fratello che si era perduto.

Il ritorno nella Chiesa di un fratello che si con verte è festa di tutta la Chiesa!

E questo «a differenza dei novanta-nove giusti che non hanno bisogno di conversione» (v. 7b), chiaro riferimento ai farisei che per Luca sono «coloro che presumono di essere giusti e disprezzano gli altri» (cf Le 18,9-14: la parabola del fariseo e del pubblicano al tempio).

Ci rendiamo conto dello stretto rapporto che unisce la parabola del padre misericordioso alle due precedenti soprattutto dalla somiglianza delle conclusioni che costellano il capitolo come un ritornello:

«Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta» (v. 6);

«Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta» (v- 9);

«Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (v. 24).

Notiamo come il padre risponde al figlio maggiore ripetendo la stessa frase precedente, unendo i due verbi «far festa e rallegrarsi», preceduti da «bisognava» (gr. édei, era necessario). Ed è con questa frase che si conclude il capitolo.

 

Un «crescendo» nella gioia della festa...

Possiamo dunque senz'altro dire che tutto il capitolo è come un canto di gioia che celebra la felicità di chi ha ritrovato ciò che aveva smarrito.

Si passa, cioè dalla sofferenza del «perdere» - per il padre è quasi strazio di morte: «questo mio figlio era morto...» - all'ansia del ricercare ciò che si è perduto o dell'attendere con angoscia  il ritorno di chi se ne è andato, lasciandoli un vuoto incolmabile.

Ma, ecco, quanto più grande è stata questa sofferenza e quest'ansia, tanto più veemente esplode la gioia del «ritrovare» e del «ritorno». C'è, infatti, se osserviamo attentamente il testo, un evidente «crescendo» nella gioia della festa che il padre vuole per il ritorno del figlio, in confronto a quella del pastore che ritrova la pecora e la massaia che ritrova la dramma.

La festa con tutti i segni che l'accompagnano e la celebrano domina tutta la parte della parabola dal v. 20 fino al v. 34. «Bisognava far festa e rallegrarsi...».

Perché la festa?

Perché un figlio rimane un figlio per un padre, come mette bene in evidenza J.Dupont:

«Rileggiamo la descrizione sconcertante che i vv. 20-24 fanno del comportamento del padre all'arrivo del figliol prodigo. Com'è possibile commentare un testo simile senza attenuarne il vigore? Si osservi l'emozione del padre quando scorge il proprio figlio, ancora lontano; il verbo greco significa con esattezza che il padre fu afferrato nell'intimo del suo essere da un impeto di pietà e di compassione. Questo turbamento interiore si traduce immediatamente in movimenti precipitati: vediamo innanzitutto, non senza stupore, questo rispettabile orientale mettersi a correre incontro al figlio; questi incomincia a recitare la sua frase, ma non ha il tempo di finirla; il padre ha troppa fretta: «Presto!», dice ai servi. Senza perdere un istante, gli fa indossare la veste più bella, gli fa mettere un anello al dito e calzature ai piedi, ordina di macellare il vitello grasso e di mettersi a tavola per celebrare l'avvenimento. «Presto!».

Tutta questa agitazione si spiega come un'esplosione di gioia. La gioia del padre è così traboccante ch'egli non riesce a trattenersi. Il v. 24 conclude l'episodio fornendo la ragione profonda di questa gioia: «Mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». Per quanto peccatore, il prodigo rimane un figlio per suo padre. Solo questo conta ai suoi occhi. Egli non ha mai cessato di amare suo figlio. Partito per andare lontano, questo figlio era perduto; ora, eccolo ritrovato. Che importa il passato, dal momento che il figlio è ritornato? Il padre da libero sfogo alla gioia, perché ama come solo un padre può amare.

Ai farisei che si limitavano a vedere l'indegnità del figlio colpevole, Gesù non risponde discutendo sul comportamento del figlio, ma mettendo in luce l'amore del padre. D'altra parte non dimentica a chi è destinato il suo racconto. Si ammiri la delicatezza con cui evita ogni parola rivolta dal padre al figlio. Il padre parla unicamente con i servi, che diventano i testimoni della sua gioia e del suo amore paterno».

 

La festa nel Regno di Dio...Un banchetto di nozze

Vorrei sottolineare ancora che molti testi della Bibbia presentano la festa escatologica nel Regno di Dio come un grande banchetto: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati... Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto... questi è il Signore in cui abbiamo sperato, rallegriamoci, esultiamo!...» (Is 25,6-9).

Così Matteo vede nel banchetto di nozze del Figlio del Re, che già nell'Antico Testamento era simbolo per eccellenza della comunione gioiosa di Dio col suo popolo, il simbolo della festa che il Signore prepara per gli eletti nel suo Regno. Ed è lo stesso Gesù che dice: «Molti verranno dall'Oriente e dall'Occidente e spederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei cieli» (Mt 8,11).

Questo pensiero che troviamo in molti altri testi biblici, raggiunge il suo vertice nell'Apocalisse, quando il Profeta vede «un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme (simbolo dell'umanità redenta) scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

Ecco la dimora di Dio

con gli uomini!

Egli dimorerà tra di loro

ed essi saranno suo popolo

ed egli sarà il "Dìo-con-loro ".

E tergerà ogni lacrima

dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,

né lutto, né lamento, né affanno,

perché tutte le cose di prima

sono passate...»

(ap 21, 1-4)

 

Si concluderà così quella «festa» annunciata dagli angeli alla nascita di Gesù: «Vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo», disse l'angelo ai pastori. «E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama"» (Luca 2,10-14).

Quale festa più grande?

Quale festa possiamo immaginare più grande di quella che celebra le nozze del Figlio di Dio con l'umanità? L'aveva predetta il Profeta:

«Gerusalemme,

tu sarai chiamata Mio compiacimento

e la tua terra, Sposata,

perché il Signore si compiacerà di te

e la tua terra avrà uno sposo.

Sì, come un giovane sposa

una vergine,

così ti sposerà il tuo architetto;

come gioisce lo sposo per la sposa

così il tuo Dio gioirà per te»

(Is 62,4-5).

 

Ripensando alla gioia del padre che fa festa per il ritorno del figlio prodigo, vorrei ricordare le parole che ho udito dire al padre Bevilacqua, il grande amico e guida spirituale di Paolo VI, agli universitari di Genova, concludendo una “tre giorni” in preparazione alla Pasqua in cui aveva commentato questa parabola:  “Tante volte andrete a confessare i vostri peccati per avere la pace nel cuore. E fate bene. Ma provate d’ora innanzi a farlo soprattutto per fare la gioia del Padre… e sarà molto meglio!”.

 

Don Giacomino Piana

Tratto da “Famiglia Domani – aprile 2002”

 

 

 

Martedì 26 Luglio 2005 11:16

Un rapporto che fa crescere

Pubblicato da Maurizio Zago

Un rapporto che fa crescere

· Gesù instaura con i suoi discepoli un rapporto particolare · Essere «discepoli» è infatti un’elezione: è Lui, il Maestro, che ci sceglie · Seguire Gesù significa un’adesione permanente e strettissime alla sua persona · I discepoli di Gesù si distinguono da questo: l’amore come unico criterio delle loro scelte di vita.

È l'osservazione che Giovanni fa dopo che Gesù ha dato «inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea» dove aveva cambiato l'acqua in vino manifestando la sua gloria. Il primo dei segni - è questo il termine più vicino all'originale greco piuttosto che miracoli - vuole esprimere il carattere rivelatorio rispetto al Cristo dei prodigi che questi compie. Mediante ciò che Gesù opera è rivelato ciò che Gesù è. In questo caso si è svelato come lo sposo del popolo di Dio che ha saputo assicurare il vino migliore per tutto il tempo del banchetto nuziale (cf v. 10).

L'evangelista che, a distanza di anni, riflette su ciò che è accaduto per offrirlo ai suoi lettori, dice che in quella circostanza e in quel modo Gesù «manifestò la sua gloria». Non è ovviamente una gloria mondana, ma lo svelarsi della sua operazione di salvezza e dello splendore della sua divinità, uno svelamento che è percepibile solo con gli occhi della fede.

Ma la fede che, nel suo primo movimento, è anzitutto l'apertura del cuore verso Dio, non sboccia dalla forza dimostrativa del segno o dall'insegnamento senza una previa attrazione del Padre. È l'iniziativa di Dio che dona Gesù agli uomini (cf Gv 6,37). Parlando a Cafarnao, Gesù aveva detto: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato... Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me» (6,44-45): l'adesione al Cristo è conseguente a un'azione del Padre (cf 10,29) e senza il sostegno di Dio si conclude in un triste abbandono (cf 17,12).

«...e i suoi discepoli»

Coloro che Gesù ha scelto sono gli stessi che il Padre gli ha dato: l'iniziativa del Cristo e quella di Dio sono due facce della stessa medaglia. Anche l'esperienza del discepolato acquista fin dall’inizio dei tratti nuovi rispetto alle consuetudini del tempo. Nel racconto del quarto Vangelo è avviata dalla mediazione del Battista e incoraggiata da Gesù stesso, mentre nei sinottici l'iniziativa di Gesù è evidentissima (cf Mc 1,16-20; 2,13ss e paralleli). Generalmente era richiesto ai rabbini di essere ammessi alla loro scuola e per questa ragione essi aspettavano di essere interpellati; l’esperienza dei discepoli è esattamente il contrario.

Ogni rabbì può dire: «ecco i miei discepoli», ma sono quelli che si è trovato intorno; se Gesù dice: «ecco i miei discepoli», sono coloro che lui stesso ha scelto. La differenza salta agli occhi subito perchè il rapporto appare originato dalla gratuità e dalla libertà del maestro. È un'elezione vera e propria.

Maestri e discepoli

Per cogliere la singolarità e la grazia di essere annoverati fra i discepoli del Signore - esperienza spiccatamente religiosa - è bene fare una digressione dicendo alcune cose sul discepolato in generale. Il primo anello nella trasmissione della fede e della pratica religiosa era costituito dalla famiglia (cf Es 12,26s; 13, 8.14; Dt 6,20s), mentre il secondo anello, che non esclude il primo, era costituito dal rapporto «maestro-discepolo». Dicendo rabbì, titolo che appare più frequentemente solo verso la fine del I sec. d. C., non si intendeva indicare un mestiere in senso stretto perché tutti i «maestri» esercitavano normalmente una professione di carattere manuale e commerciale.

Alla scuola dì un rabbì, che era un'esperienza di perfezionamento sia della dottrina che della pratica religiosa, si era ammessi avendo conoscenze di base. Almeno per quanto riguarda i maschi, dall'età di cinque anni si era già stati avviati alla lettura delle Scritture; a tredici anni - ingresso nella maggiore età - era necessario conoscere e praticare i precetti della Torà (i 613 comandamenti) e avere dimestichezza con le più antiche discussioni delle scuole rabbiniche su di essi contenute nella Mishnà (insegnamento), allora ancora orale; infine, prima del matrimonio consigliato a 18 anni, tre anni di studio del Talmud, cioè moltissimi altri insegnamenti sviluppati dalle scuole rabbiniche attorno ai paragrafi della Mishnà. Il discepolo (talmid) frequentava un maestro per diventare a sua volta rabbì. La durata dell'apprendistato non era fissata perché dipendeva anche da come il discepolo maturava mentre acquisiva le conoscenze necessarie. Il discepolato terminava con l'ordinazione a maestro fatta dal proprio rabbì imponendo le mani.

Se vogliamo comprendere ancora meglio il valore del discepolato cristiano, occorre aggiungere qualche altra annotazione sul discepolato all'epoca di Gesù.

Venerazione e insegnamento

Andare a scuola, ascoltare una lezione, non era un atto ordinario che può fare qualsiasi persona in qualsiasi situazione psicologica, perché è il ripetersi, quotidiano, della rivelazione sul monte Sinai. Tutto è già stato dato nella Legge e solo il lavoro incessante delle scuole rabbiniche può offrire, partendo dalla parola rivelata, le indicazioni sulle sue applicazioni alla vita quotidiana per renderla santa, come Dio è santo. Quindi, come ai piedi del monte Sinai, si stava con timore, con tremore, e sudando per la paura. Per questo motivo, ma non solo per questo, si deve al proprio maestro la stessa venerazione che si ha verso i genitori anche se, nella scala dei valori, i rabbini tendono a far prevalere le loro prerogative e i loro diritti su quelli dei genitori. La ragione è che, se il padre ha dato la vita al figlio in questo mondo, il maestro, che gli trasmette la saggezza, lo conduce invece alla vita nel mondo futuro. Quello col maestro è dunque un rapporto sacro, privilegiato. Come non si entra in sinagoga in stato di impurità, così non si entra alla presenza del maestro se si è impuri per leggerezza.

Trasmissione e creatività

La vera religiosità si conquista con la conoscenza e la coscienza di ciò che si deve fare. Per questo lo studio con un maestro diventa indispensabile. Il ricorso ad un maestro, oltre che per la convenienza didattica, si spiega per la particolare metodica di trasmissione della cultura ebraica che non conosce l'uso di testi scritti, per la riluttanza dei maestri a lasciare testimonianze della loro attività. Si ricorre al maestro perché trasmette una tradizione anzitutto orale, distinta dalla Bibbia considerata insegnamento scritto. E ciò clic si apprende a voce non lo si trova in alcun libro. Il rabbi non è però solo colui che tramanda e conserva un patrimonio spirituale, ma anche colui che continua a crearlo. Perciò seguire un maestro significa poter avere un criterio di sicurezza, un punto dì riferimento necessario nella vita religiosa. Allora non ci si può fermare dal primo maestro che si incontra: un adulto - dal tredicesimo anno in su - era tenuto ad andare dai maestri più celebri nel luogo dove trasmettevano la loro dottrina.

Imitazione e servizio

Ma il rabbì non solo possiede conoscenze e capacità intellettuali; la sua rettitudine e l'amore per la parola di Dio lo rendono anche un esempio morale, un maestro di vita. Ogni suo atto, anche minimo, poiché suscitato, illuminato, pervaso dalla conoscenza della Torà, mostra qual è il modo più autentico di comportarsi, il discepolo deve portargli perciò rispetto: deve alzarsi quando lo vede arrivare, non deve chiamarlo col nome proprio, deve stare seduto al suo cospetto e non farsi trovare sdraiato, non deve sospettare di lui, non deve esprimere dissenso udendo i suoi insegnamenti né entrare in lite con lui. Non si può apprendere la perfezione del comportamento del maestro se non lo si segue nella vita privata, se non si conoscono tutte le sue necessità quotidiane, come può farlo solo un servitore, un valido collaboratore. In una sua celebre opera, M. Bulier ricorda che «Rabbi Leb, figlio di Sara, lo zaddik... raccontava: Se io andai dal magghid non fu per ascoltare insegnamenti da lui, ma solo per vedere come egli slaccia le scarpe di feltro e come se le allaccia».

«...credettero in lui»

Queste poche cose sono sufficienti per gettare una luce nuova sull'esperienza dei discepoli di Gesù e su come Gesù stesso concepisce il suo ruolo in mezzo a loro. La sequela si presenta nei vangeli legata ad eventi di portata immensa, impensabile, insuperabile e che vanno molto al dì là del pensiero di un comune rabbì anche del più illuminato. Rimanendo al quarto vangelo, sono evidenti alcuni richiami sul discepolato. Anche Giovanni usa, come nei sinottici, il verbo «seguire», che è un termine tecnico per indicare il proprio associarsi al maestro (1,37-38.40; ecc.), ma è usato anche da Gesù per chiamare a sé (cf 1,43; 8,12; ecc.).

Ma seguire Gesù comporta un'adesione non temporanea, bensì permanente e strettissima, alla sua persona. «“Chi ha sete venga a me, e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. Questa egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbe, ricevuto i credenti in lui» (7,38-39); «in verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il sito sangue, non avrete in lui la vita… chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui, come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, cosi anche colui che mangia di me vivrà per me» (6,53.56-57). Queste poche, sono già affermazioni inaudite: Gesù fonte dello Spirito; carne e sangue che assunti immettono nella comunione con lui, danno la vita eterna e preparano la risurrezione. Agli orecchi di un comune rabbì sono parole intollerabili, insensate, blasfeme, parole di una persona che ha perso il lume della ragione. Ancora qualche altra affermazione, tratta dal quarto Vangelo, lontana dalla consuetudine delle scuole rabbiniche: «Chi accoglie i miei comandamenti (il mio insegnamento) e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anche io lo amerò e mi manifesterò a lui» (14,21); «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (8,12); «Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?» (14,9s): «Dio non ha mandato il figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (3,17); «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Patire se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto» (14,6-7).

Non è il caso di moltiplicare le citazioni; è un rabbì totalmente «altro»: riconosce l'amore alla sua persona nell'attaccamento al suo insegnamento che non ripropone quello di altri maestri; seguire lui equivale a essere sottratti dalle tenebre dell'ignoranza e del peccato; chi contempla Gesù contempla l'agire stesso di Dio, l'opera di misericordia di Dio; chi aderisce a lui si trova nella via che porta alla conoscenza del Padre e alla vita eterna.

Il perchè della missione

Dopo il segno di Cana i discepoli «credettero in lui». L'espressione «credere in lui» compare 36 volte nel quarto vangelo e significa l'adesione al Cristo conforme alle cose che Gesù ha svelato di sé. I discepoli di Gesù si distinguono quando assumono la manifestazione piena dell'amore del Cristo come unico criterio ispiratore delle proprie scelte di vita: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (13,34-35). Queste parole di Gesù, clic esprimono il dono di sé senza misura, fondano la sua comunità e le conferiscono quell'identità che la fa essere nel mondo ma non del mondo (cf 17,15-18). La missione nel quarto vangelo nasce dalla risposta all’amore ricevuto (cf 1,16) e si realizza a partire dalla comunità, spazio in cui si sperimenta l'amore del Cristo insieme con quello dei Fratelli. La missione prende forza da qui e si esprime in termini di testimonianza: «Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio» (15,26-27).

Il matrimonio cristiano non sospende il discepolato, anzi lo precisa e lo rinnova: rimane pur vero anche per gli sposi che sono fratelli nel Signore e che solo credendo in lui», aderendo ogni giorno al Vangelo, possono fare della propria famiglia luogo di comunione e della loro vita una testimonianza in quell'amore che si impara solo da Gesù e che solo Lui fa rifiorire. La sua parola e testimonianza sono alla base del credere dei discepoli e diventano motivo costitutivo della loro missione: ciò vale oggi, come allora, per la nostra storia personale e/o dì coppia: si tratta di comunicare la buona notizia, di annunciare gratuitamente il Cristo che ci precede.

Per concludere...

A conclusione si può citare un dialogo del rapporto maestro-discepolo tratto dal Midrash: «Un rabbino era solito domandare al suo discepolo: "Quand'è che termina la notte ed inizia il giorno?", ma il discepolo, dopo vari tentativi di risposta, scoraggiato, si rimise al suo maestro per la risposta. Il rabbino gli disse infine: "Quando tu vedi sul volto di un altro il volto di un fratello, è allora che termina la notte e inizia il giorno"».

Antonia Fantini

Carpi (Modena)

Da “Famiglia domani” 4/2000

Fate quello che vi dirà. Ascoltare e «fare» la Parola

 

· Il Verbo ha assunto la carne perché noi potessimo ricevere lo Spirito · È lo Spirito che ci consente di «ascoltare» quando vuole dire a noi la parola di Dio e dunque di «fare» quanto ci viene richiesto nella storia e dalla storia · Dando così sempre l’inizio ad un’opera sempre nuova.

Introduzione

Il Vangelo di Giovanni si apre con la proclamazione dell'incarnazione del Verbo e si chiude con l'insufflazione, da parte del Risorto, dello Spirito nei discepoli. È possibile perciò sintetizzarlo, come ha fatto il teologo ortodosso Evdokimov, con l'espressione: «Il Verbo ha assunto la carne perché noi potessimo ricevere lo Spirito». Ripartiremo da qui nella seconda pane della nostra riflessione.

Il testo del racconto delle nozze di Cana presenta l'unica difficoltà interpretativa nelle parole di Gesù che precedono immediatamente l'espressione che ci farà da guida. Il loro tenore suona alle nostre orecchie quanto meno irriguardoso. Le versioni tentate sono perciò molte. Personalmente ritengo molto buona quella della traduzione interconfessionale: «Donna, perché me lo dici? L’ora mia non è ancora giunta» Come dire: «D’accordo, però...». Dal proseguimento dell'azione risulta comunque chiaro che Maria ha percepito come positiva la risposta di Gesù. Altrimenti non si rivolgerebbe immediatamente ai domestici dicendo: «Fate tutto quello che vi dirà».

Il testo greco mette bene in evidenza il fatto che Maria non conosce con precisione il pensiero di Gesù. Ma ha in lui una fiducia illimitata. Tanto che ordina ai servi, senza incertezze: «Fate...». Anche questo imperativo in greco suona in modo particolare. Si tratta di un imperativo aoristo che fa assumere al verbo il significato di dare inizio a una azione nuova.

Svilupperemo questi concetti di fiducia e di azione nella seconda parte.

 

Parte prima – Ascoltare

Invito all'ascolto

L'invito all'ascolto è qui indiretto, ma presupposto dallo sviluppo della frase. Ed è espresso in un contesto - quello ebraico - in cui l'ascolto è un'attività assolutamente preminente per quanto riguarda la comprensione. L'ebreo è stato educato da secoli di rivelazione divina all'ascolto della parola, piuttosto che all'analisi del mondo circostante.

Ripercorrendo l'AT possiamo ascoltare il grido dei Profeti (ad es., Am 3,1; Ger 7,2). «Ascolta Israele», prega quotidianamente il pio israelita. Tenendo ben presente che per l'ebreo «ascoltare Dio» non significa solo prestare attenzione al messaggio, ma piuttosto aprire il proprio cuore (cf l'episodio di Lidia in Ai 16,14) e mettere in pratica quanto ascoltato (Mt 7,24ss). È in questo contesto che Maria, che è ben conscia dell'eccezionalità di suo figlio e forse ne ha già colto la dimensione divina, invita i servitori ad ascoltarlo.

Va tuttavia ricordato che all'ascolto della Parola ci si può anche rifiutare. E quest'esperienza è già registrata nella Bibbia. Possiamo ricordare le espressioni di Ger 6,10 su coloro che fanno oggetto di scherno le parole di Dio, l'insensibilità del cuore richiamata in At 7,51, la denuncia di Gesù in Gv 8,43.47.

Nell'episodio di Cana, però, i servitori rispondono positivamente, contribuendo alla manifestazione di Dio. E rientrando tra coloro che Gesù loda: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Lc 11,28).

 

La parola di Dio è percepibile

È un presupposto di tutta la Bibbia che Dio parla agli uomini ed essi lo comprendono. Non a livello di speculazione, ma di esperienza. All'inizio (AT) Dio parla a uomini privilegiati (i profeti) che devono trasmettere a tutto il popolo quanto loro rivelato (cf Eb 1,1). Ma nella pienezza dei tempi (NT) la Parola stessa si è fatta consanguinea di tutta l'umanità. «Dopo aver parlato ai nostri padri per mezzo dei profeti, Dio ci ha parlato per mezzo del Figlio suo» (cf Eb 1,1ss).

Attraverso la Parola, Dio si mette in comunicazione con l'uomo in due modi: rivelandosi e agendo. In particolare si rivela:

-         come legge da seguire (Decalogo: Es 20,1-17; Dt 5,6:22), che però è sorgente di felicità (Sal 119);

-         come soggetto che dà senso alle cose (Gs 24,2-16)

-         come promessa annunzio del futuro (Es 3,7-10; Gv 15,13-16).

E agisce:

-         nella creazione (Sal 33,6-9)

-         nella storia umana (1 Re 2,4)

-         nel disegno di salvezza (Is 40,8).

È quindi possibile cogliere Dio non solo nel silenzio della meditazione, ma anche nel clamore della storia, grande o piccola che sia.

 

L'uomo dinanzi alla parola di Dio

L'uomo non può non prendere posizione di fronte alla parola di Dio. Che lo voglia o no, che ne sia più o meno cosciente, lì si gioca il suo destino.

Secondo la decisione presa l'uomo è introdotto in una vita fatta di fede, di fiducia e di amore, o invece rigettato nella malvagità del mondo (inteso in senso giovanneo). Si veda il discorso della montagna, dove Gesù oppone la sorte di coloro che «ascoltano la sua parola e la mettono in pratica» alla sorte di coloro che l'ascoltano senza metterla in pratica (Mt 7,24.26; Lc 6,47.49). Giovanni drammatizza la divisione tra gli uomini provocata dalla venuta di Gesù. Da un lato le tenebre non l'hanno accolto, dall'altro vi sono quelli che hanno ereditato nel suo nome. Nel nostro episodio l'ubbidienza dei servitori è leggibile come adesione a Gesù che li ricompensa oltre ogni aspettativa umana: l'acqua è trasformata in vino, e in vino abbondante e squisito.

È però esperienza comune che l'ascolto e la risposta dell'uomo sono fragili, temporanei, parziali. Per altro tutta la Scrittura ci testimonia che Dio ricomincia sempre con pazienza a intessere il rapporto d'amore con la sua creatura. Su questa indefettibilità è fondata la fiducia del credente, ed è ancorata la possibilità di non disperare.

 

Parte seconda - Come ascoltare

L'azione dello Spirito

Abbiamo ricordato all'inizio la sintesi del Vangelo di Giovanni proposta da Evdokimov. Lasciarsi inabitare dallo Spirito è quindi la meta di ogni credente in Cristo. Ed è pure il presupposto per ascoltarne rettamente la parola e comprenderne nel giusto significato l'azione che si è manifestata in modi diversi prima del tempo, nella vita di Gesù, e continua a manifestarsi ancora oggi nella storia. Perché il Cristo storico è morto e non ci è più possibile né vederlo né udirlo, la sua parola è cristallizzata in una Scrittura redatta con le categorie mentali e l’autocomprensione di uomini vissuti migliaia di anni fa, ed il senso della storia non è mai immediatamente percepibile. Per comprendere il messaggio di Dio occorre allora il pedagogo superiore alla legge e alla storia, lo Spirito (cf Rm 8,2) che ci è stato espressamente donato (cf Gv 20,22).

Tutta la Tradizione conferma che è solo nell'accettazione della subordinazione allo Spirito che possiamo sperare nella retta comprensione della parola di Dio. D'altra parte è rivelato che tutta la vita del cristiano è una vita nello Spirito (cf Gal 5,25). Illuminanti a questo proposito sono le esperienze dei mistici, per nessuno dei quali la comprensione di Dio è frutto dell'ascesi personale, pur presupponendola. Entriamo così nel campo delle disposizioni dell'uomo.

 

Le disposizioni dell'uomo: fiducia in Dio e nell’uomo

Tutta la storia della Chiesa è illuminata dall'esempio di tante anime credenti che hanno lasciato tracce, anche scritte, del loro cammino di avvicinamento alla verità.

Ne riportiamo qualche suggerimento, a solo titolo di esempio, lasciando a ciascuno di scoprire come predisporsi all'azione dello Spirito. Va però ricordato che se non è l’ascesi che garantisce la comunione con Dio, è anche vero che senza uno sforzo personale di purificazione mai si riuscirà a coglierlo nella sua alterità. Perché se è vero che Cristo si è incarnato per accostarci in modo mirabile a Dio, è altrettanto vero che Dio è sempre totalmente altro da noi e quindi difficile da raggiungere.

Il punto di partenza del cammino verso Dio sembra essere per tutti una umiltà sincera di fondo che consenta di riconoscere l'iniziale incapacità a comprendere e a scegliere Dio. Diciamo «iniziale», perché nel prosieguo dell'itinerario spirituale questa capacità si affina.

La seconda condizione indispensabile è avere assoluta fiducia nella possibilità che Dio si comunichi a noi. Senza questa fiducia non sarebbe neppure immaginabile, per esempio, il cammino che S. Ignazio propone negli Esercizi Spirituali.

Alcuni iniziano la loro avventura verso la parola di Dio affrontando la Bibbia. Non si tratta qui di lettura, intesa in senso profano, ma di una vera lectio divina, sulla quale ormai molto si è detto e scritto.

Altri ritengono che Dio manifesti nella storia, forse ancor più chiaramente che nella Scrittura, la sua volontà (cf per esempio la teologia dei «segni dei tempi» del Vaticano II). Questa strada va percorsa però con molta circospezione perché è molto facile, in proposito, lasciarsi fuorviare da preoccupazioni ideologiche. S. Ignazio parlerebbe qui della necessità del discernimento degli spiriti.

È quasi istintivo quando si cerca la volontà di Dio chiedergli con insistenza: «Cosa vuoi da me?». L’esperienza dei grandi maestri spirituali insegna però che è più opportuno chiedergli: «come posso stare con te?». Dio infatti non assegna compiti dall'alto, ma a chi sta con lui ispira i medesimi suoi sentimenti.

Un'altra condizione è stata sempre ritenuta necessaria per accostarsi con frutto alla parola di Dio: lo spirito di preghiera. Per fare un riferimento non comune si potrebbe leggere: Calvino, Istituzione della religione cristiana, Libro III capitolo XX che ha per titolo: «La preghiera è il principale esercizio della fede; per mezzo di essa riceviamo quotidianamente i benefici di Dio» (ed. UTET pp. 1014ss).

Ancora una condizione è predicata e vissuta dalle grandi anime: per comprendere la volontà di Dio è necessario accettare la croce di Gesù. Questo è sempre stato e sempre sarà l'ostacolo maggiore alla comprensione della volontà ultima di Dio, dell'accettazione della Parola, intesa sia come persona, sia come legge normativa.

C'è anche tutta una serie di attitudini psicologiche che andrebbero coltivate per un proficuo ascolto della parola. Si pensi a generosità, maturità spirituale, senso di Dio, altitudine alla ricerca, senso del positivo, senso della Chiesa ecc.

 

Ascolto per l'azione

Maria chiede ai servitori del banchetto di Cana di fare, senza porre condizioni, quello che Gesù dirà.

È lo scopo di ogni ascolto della parola di Dio, il mettere in pratica la parola di Dio, andando oltre una religiosità puramente formale, non solo è richiesto da tutta la Bibbia (cf, ad es., Is 58,6-11) ma è visto da Gesù come la manifestazione della vera intelligenza spirituale (cf Lc 6,46-49).

Il fare va però inteso come fedeltà interiore alla grazia, non come un fare per il fare o un fare per esibire il proprio potere. Il giudizio infatti verrà dato non sulle azioni eccezionali (cf Mt 7,22), ma sulle opere di misericordia (cf Mt 25,31-46). Con una notazione interessante: l'accusa del Signore contro i condannati non è di aver attivamente fatto il male, ma semplicemente di essersi disinteressati dei bisognosi. Mentre il Samaritano che ha compassione di chi soffre è portato da Gesù come esempio di colui che erediterà la vita eterna (cf Lc 10,25-37).

È però vero che l'azione nuova, giusta, conforme al volere di Dio, non può nascere dalla sola volontà dell'uomo, che continua ad albergare nel suo cuore il peccato, ma è piuttosto il frutto di una fusione della volontà umana e della volontà divina e quindi, in ultima analisi, un dono da chiedere.

A questo proposito la fede cattolica riconosce un luogo privilegiato per coltivare tale fusione: la Chiesa. Solo la Chiesa con la sua vita sacramentale assicura le condizioni ordinarie per consentire all'uomo la vera unione con Cristo nello Spirito.

S. Ignazio conferma: «Tra Cristo sposo e la Chiesa sua sposa c'è un solo Spirito che ci governa e ci regge per la salvezza di noi tutti».

Oggi purtroppo la visione della Chiesa è molto distorta: c'è chi la riduce ad una setta di santi in cui non ci sia posto per la debolezza umana; c'è chi pensa ad una Chiesa puramente interiore, senz'altra norma che la propria ispirazione personale.

Non è questa la dottrina del Vaticano II che nella Lumen Gentium afferma: «Il Sacro Concilio insegna che i vescovi per divina istituzione sono i successori degli apostoli quali pastori della Chiesa e chi li ascolta ascolta Cristo. Chi li disprezza disprezza Cristo» (10,16). E: «Questa è l'unica Chiesa di Cristo… che il Salvatore nostro, dopo la sua resurrezione, diede a pascere a Pietro, affidandone a lui e agli altri apostoli la diffusione e il governo e la costituì per sempre colonna e sostegno della verità».

Per accettare questa realtà è però necessario aver raggiunto una dimensione profondamente evangelica frutto dello Spirito, dove possano fiorire l'umiltà e lo spogliamento di sé (Fil 2,7ss), la libertà con cui Cristo ci ha liberati (Gal 4,31; 5,13) e l'obbedienza salvifica (Rm 5,19).

 

Conclusione

A riassunto e conclusione di quanto esposto si potrebbe, a nostra esortazione, parafrasare l'invito di Maria ai servitori: «Ascoltate Gesù, che è Parola vera di Dio, comprendete bene quello che vuole dirvi nel suo grande amore, dopo aver tolto dal vostro cuore ogni affezione disordinata, e dalla vostra mente i pregiudizi ideologici, e lasciandovi guidare dallo Spirito date inizio con fiducia all'opera nuova che lui vi indica, senza preoccuparvi se suona strana ai vostri orecchi, perché con lui tutto potrete e grande sarà la vostro ricompensa». E ripetere con Isaia: «Come la pioggia e la neve scendono… così sarà della parola uscita dalla mia bocca, non ritornerà a me senza aver operato ciò che desidero» (55,11).

Sergio Riccardi

Milano

Da “Famiglia domani” 3/2000

 

 

 

Sabato 21 Maggio 2005 13:39

Mi apro alla speranza di un Dio che mi ama

Pubblicato da Maurizio Zago

per un discernimento spirituale

Mi apro alla speranza di un Dio che mi ama

TONY e VALERIA PICCIN Vallà (Treviso)

Il mistero dell'Amore che vivifica ogni amore e che risveglia la speranza richiede un atteggiamento umile di silenzio e la disponibilità alla contemplazione.

«Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!

Perché, ecco l'inverno è passato;

è cessata la pioggia, se n'è andata;

i fiori sono apparsi nei campi,

il tempo del canto è tornato

e la voce della tortora

ancora si fa sentire nella nostra campagna.

Il fico ha messo fuori i primi frutti

e le viti fiorite spandono fragranza.

Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!».

(Cantico dei Cantici 2,10-13)

L'autore sacro del Cantico dei Cantici di fronte al tema dell'AMORE si abbandona alla fantasia, all'immaginazione. Le parole diventano povere per esprimere la realtà, occorrerebbe il pennello, lo strumento musicale, il profumo della primavera che ogni anno risveglia la natura.

È la luce e il calore del sole che fa muovere la vitalità di fiori e piante. Alcune più ricche di linfa sbocciano con prepotenza, altre più debolmente e qualche pianta ogni anno non viene più risvegliata dalla primavera: è seccata, è morta e verrà ben presto tagliata o divelta dal terreno perché non è bello vedere quello scheletro in mezzo a tanto verde e a tanti colori.

Di fronte alla realtà dell'amore di Dio che risveglia la nostra speranza personale e di coppia è più opportuno fermarsi in silenzio a contemplare che costruire complicati ragionamenti. E il mistero dell'AMORE che vivifica ogni altro amore. Una ricca vitalità di sentimenti e pulsioni diverse sale dal nostro cuore, l'amore che Dio dona gratis con tanta esuberanza fa fiorire il bene, ogni bene, tutto il bene.

«A noi, poveri di Dio, hai affidato un mistero di speranza. Esso diventa per noi una luce interiore...»

(Frère Roger, di Taizé)

Dalle prime pagine della Bibbia quando Dio decise di creare l'uomo e la donna a sua immagine e somiglianza, intendeva dar vita a creature che ispirassero il loro comportamento all'amore; perché Dio è amore. Adamo ed Eva, così come escono dalla mano creatrice di Dio possiedono una natura profondamente orientata all'amore. Per impulso naturale c'era in loro il bisogno di due fondamentali relazioni: amore verso Dio ed amore reciproco tra di loro. Natura orientata come quella degli animali e delle piante, ma con una differenza: mentre le piante e gli animali si comportano nel loro sviluppo necessariamente secondo le rispettive nature, nel caso di Adamo ed Eva Dio ha messo in mezzo una grossa complicazione, un grosso rischio per Dio e per l'uomo: la libertà.

L'uomo avrebbe agito secondo la sua natura, ma nella misura in cui egli lo avrebbe voluto. Adamo giocò male la sua carta e quel peccato ferì la stirpe umana negli orientamenti naturali che essa portava scritti nel suo «codice genetico interiore» al momento della creazione. Da quel momento l'apertura verso Dio e verso il prossimo divennero faticose e tutta la storia dell'umanità è li a testimoniare come in ogni epoca Adamo diventa ingeneroso verso Eva, Caino continua ad uccidere Abele. Individualismo ed egoismo portano di continuo verso forme conflittuali a vantaggio dei forti sui deboli e spingono verso una cultura di morte. La storia del mondo per la maggior parte è storia di sofferenze. Dio non si rassegna a questo grosso insuccesso e soprattutto a tanta sofferenza. Dopo aver tentato in vario modo con il «Popolo eletto», gli Ebrei, decise di diventare lui stesso uomo, il nuovo uomo, l'«Adamo» aperto per la vita intera all'amore del Padre e dei fratelli. Ma non è sufficiente dare l'esempio, presentare un modello, occorre dare la forza e cambiare l'uomo nel suo interno, occorre togliere il «cuore di pietra», per un cuore «di carne». Cristo con la sua morte e risurrezione dona all'uomo il suo stesso «cuore», Spirito Santo. Nel battesimo che ci unisce intimamente allo spirito di Cristo avviene un reimpasto profondo della nostra stessa natura. Questa seconda natura, come un innesto, tenderà a portare frutti nuovi, aiuterà l'uomo a superare le chiusure, gli egoismi per farlo entrare in una relazione d'amore, di perfetta libera armonia con il Padre e con i fratelli. É la meraviglia che avviene ogni volta che su di un ramo di vite selvatica si innesta un tralcio di una specie buona. L'uva risente dell'innesto che è entrato in una strana e profonda combinazione di vita con la natura della vite e avrà caratteristiche assolutamente nuove. Avviene il «mistero» della profonda mescolanza dell'amore di Dio e dell'amore umano che produce «risurrezione», o se vogliamo, «speranza» in ciascuno di noi.

«Soffio dell'amore di Cristo,

Spirito Santo, in ciascuno deponi la fede:

è una fiducia semplicissima... tu accendi un fuoco

che non si spegne mai...»

(Frere Roger, di Taizé)

Ascoltare lo Spirito di Cristo che agisce nella mia storia, nella nostra storia di coppia e famiglia diventa l'esercizio più bello ed anche il più necessario. L'ascolto richiede silenzio esteriore ed interiore per accogliere tanta ricchezza di vita nuova. Il silenzio esteriore è minacciato dal frastuono, dalla fretta, dall’efficientismo, dalla TV; quello interiore dall'incapacità di mettersi in discussione, dal perbenismo, dal vivere di sensazioni.

La vitalità dipende da questo «ascolto» che dà il senso alla vita e la arricchisce di speranza, di coraggio, di perseveranza. I semplici, gli umili, quelli che socialmente sono anche meno influenti, sono capaci di ascolto e diventano profeti di speranza, profeti dello Spirito che agisce nella storia. Possiamo vivere il silenzio come un momento di pace, di tranquillità raggiunta, ma più spesso il silenzio assomiglia al vuoto, al buio, alla crisi. I vangeli non spendono molte parole ma riescono tuttavia a farci capire la situazione di sofferenza che doveva sconvolgere l'anima della coppia di Nazareth prima di sentirsi dire: «Non temere, Maria...», «Non temere, Giuseppe...»!

Aprirsi non da rassegnati ma per alimentare la speranza anche quando Dio, di cui mi posso fidare e che certamente mi ama, non si spiega troppo, non intende farmi capire. Non temere... se la coppia e la famiglia è in crisi; non temere... se tutto quello che avevamo tentato di costruire è andato perduto per una fuga nell'infedeltà. Non temere... Dio riesce a rifare nuova e più bella ogni cosa! Proprio in queste situazioni di divisione e di morte nella coppia si può scorgere quasi una nuova forza rigeneratrice capace di ricostruire un rapporto più vero. É Dio che vuole manifestarsi in mezzo alle nostre debolezze. È una teofania quando si decide di mutuo accordo di ricominciare tutto da capo, è l'amore che trionfa sulla morte.

Nella Bibbia il «deserto» rappresenta uno dei temi fondamentali ricco di messaggi. Accenniamo solo a qualcuno.

- Il deserto è un luogo di passaggio dove nessuno pensa di restare.

Il deserto ci insegna che la vita è cammino: così anche le situazioni di crisi non sono fatte per ristagnare, ma diventano dei passaggi più o meno obbligati da attraversare per raggiungere la meta. Forse che coppie «bene», adagiate e ferme nel freddo ritualismo di tradizione potranno mai raggiungere qualche meta?

- Il deserto insegna quanto è fragile l'uomo.

Nella debolezza si impara ad essere umili, ad aver bisogno. Tra le famiglie più deboli di questa nostra società moderna nasce spesso una grande capacità di comprensione, si sviluppa una solidarietà inconscia, ma vera. È la grande sensibilità di Dio che soccorre il povero attraverso il povero, perché non lo vuole umiliare con la carità del ricco.

- Il deserto è luogo di prova. La tentazione più forte è rappresentata dall'isolarsi, dal chiudersi in se stessi cancellando la speranza di poter riuscire a raggiungere una qualche «terra promessa». Il matrimonio per costoro diventa davvero la «tomba dell'amore» umano che non si è lasciato investire dall'amore divino.

Ed infine possiamo dire che la coppia è il luogo privilegiato per esperimentare la tenerezza di Dio.

L'intimità spirituale e fisica diventa teofania. Uomo e donna si aprono al reciproco dono uno dell'altro nella gioia più profonda. È un attimo di eternità che Dio vuole regalare agli sposi, perché possano annunciare al mondo quanto è grande il suo amore.

Tony e Valeria Piccin

Sabato 30 Aprile 2005 13:34

Aquila e Priscilla. In due per il Vangelo

Pubblicato da Maurizio Zago

Aquila e Priscilla. In due per il Vangelo

 

Erano due sposi, presumibilmente giovani, quelli che aiutarono Paolo nel suo difficile inserimento a Corinto . Con l'apostolo condividevano il lavoro - erano come lui fabbricatori di tende - il vitto e la casa . Condividevano anche il lavoro pastorale, le preoccupazioni per la diffusione dell'Evangelo. Una evangelizzazione che prosegue anche a Roma dopo la morte di Paolo, e fatta a due a due, da due coniugi.

 

Al capitolo 18 degli Atti degli Apostoli si racconta che!' apostolo Paolo, durante il prolungato soggiorno nella città di Corinto, si stabilì nella casa di Aquila e Priscilla, due coniugi ebrei convertiti e allontanati da Roma per decreto dell'imperatore Claudio nell'anno 50, e di mestiere fabbricatori di tende.

Paolo: l'apostolo, il servitore di Cristo, il prigioniero del Signore, è uno skenopoios, un fabbricatore di tende. Può sembrare un titolo poco aristocratico, per niente episcopale, ma è la qualifica che lo inserisce abilmente nella trama del Regno.

 

La Chiesa: una tenda!

     La Chiesa, una tenda! Quella universale, quella particolare, quella domestica: non sono che attendamenti per cui Dio abita tra noi.

Giovanni 1,14: E il Verbo si fece carne e piantò la sua tenda tra noi... Si allude a Mosè, che nelle soste dell' esodo nel deserto faceva erigere una grande tenda delle riunioni: il luogo in cui il popolo si incontrava con il suo Signore ed era abbagliato dalla sua gloria. La tenda a Gerusalemme fu rimpiazzata dal tempio di pietra di cui Cristo-lo Sposo - è la pietra angolare. È lui, con la sua carne donata all'umanità, la tenda in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità. Apocalisse 21: ...Ecco la tenda di Dio con gli uomini...

Quante tende ha costruito Paolo? Sul suo telaio nella casa di Aquila e Priscilla gli orditi per le tende ai clienti si dilungavano prodigiosi nelle carte geografiche del nuovo Regno, ovunque accorreva per piantarvi la chiesa.

La preoccupazione primaria dell' Apostolo è di impiantare una comunità di fede che invochi coralmente il Risorto e dove il cristiano diventi nuova creatura in Cristo. Una volta avviata una comunità Paolo, instancabile, continua a seguire, visitare, esortare, ingelosirsi, amare, facendosi tutto a tutti. Le sue tende hanno dei paletti, pioli, tiranti e assi dai nomi grondanti affetto, collaborazione: Aquila e Priscilla, Onesimo e Filemone, Tito e Timoteo, e tanti altri legati al suo ministero.

 

La tenda affonda i paletti nella continua disponibilità degli sposi

È come se attorno al suo animo, bruciato dalla passione per Cristo e per le sue comunità, si attizzassero i tepori di un focolare e i ritmi incessanti dell'amicizia coniugale. Voi siete il corpo di Cristo: a chi si ispira Paolo con questa forte immagine? Romani 16,3-5: Salutate Priscilla e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù e la comunità che si raccoglie nella loro casa. In 1 Corinti 16,19 conclude con i saluti: Vi salutano Aquila e Priscilla con la comunità che si raccoglie nella loro casa.

La tenda per Dio e per l'uomo che Paolo tesse con la sua parola irruente, con la sensibilità del cuore che equilibra l'energia della sua volontà, affonda i suoi paletti di sostegno nella continua disponibilità di questi sposi a tenere sempre aperta la loro casa perché in essa l'embrione della comunità cristiana, avviata da Paolo, possa essere accolto e maturi nella fede.

Dall'anno 50 scorre un diario avvincente: arrivo di Paolo a Corinto e accoglienza nella casa di Aquila e Priscilla e comunanza nel lavoro; partono per la Siria, e Paolo lascia ad Efeso i due sposi impegnatissimi nel fare proseliti del calibro di Apollo, grande oratore; ritorno di Paolo ad Efeso, la città della magia, della dea Artemide, e battesimo di Apollo; prigionia di Paolo a Roma presso la casa di Aquila e Priscilla, rientrati nella capitale, e arresto di Paolo forse proprio nella loro casa.

 

Un cammino che può prevedere anche il martirio...

Le vie imperscrutabili dell'apostolato di Paolo proseguono fino al martirio. Non conosciamo, oltre i calorosi saluti in Romani 16,3 per Aquila e Priscilla, il seguito del loro cammino. Certamente, prima del loro martirio - come farebbe supporre la catacomba intitolata a Priscilla - i due sposi, mandati dal Maestro a due a due ad evangelizzare, hanno continuato a fare della loro casa quella chiesa accogliente e fraterna, luogo di catechesi e di tenerezza, delimitata dalle mura domestiche ma protesa ad impiantarsi come tenda di rifugio nella fede.

Floriano Vassalluzzo

 

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