Introduzione alla Spiritualità (43)
La spiritualità (a cura di P. Franco Gioannetti) Parte Quarantatreesima
La spiritualità
Quarantatreesima parte

Addomesticare il lupo
Jean Vanier
Si può scoprire il perdono solamente perché c’è stato il perdono! Se copro l’aggressione, non c’è possibilità di perdono: c’è un blocco e non si parla. È dopo l’esplosione che posso veramente chiedere perdono. La guarigione avviene attraverso il perdono, ed è un lungo cammino: perdonare ed essere perdonati settanta volte sette. Una cosa molto importante è prendere un pò in giro il lupo. Non bisogna mai prenderlo troppo sul serio, ma bisogna identificarsi a lui. Tutto il problema è come prendere distanza in rapporto al lupo e alle nostre emozioni psicologiche. Quando si ha mal di fegato, non ci si identifica con il fegato, ci si cura! Le persone che soffrono di depressione non riescono a mantenere le distanze. Dicono: “io sono depresso” e si identificano con la loro depressione. Come imparare a mantenere le distanze in rapporto alla depressione, come pure verso l’esaltazione? Come imparare a mantenere le distanze verso il lupo e a non prenderlo sul serio? C’è una piccola canzone che potete cantare: “Chi ha paura del lupo cattivo?” Prendere questa distanza, altrimenti si cade tra le zampe del lupo, lo si lascia prendere il sopravvento su di noi e la collera sale….
Quando si scopre il lupo in noi, si è umiliati, perché ci si scopre come tutti. E più si avanza nella responsabilità, più il lupo esce dalla cantina, più se ne prende coscienza. È doloroso e allo stesso tempo si scopre che si è solidali con tutta l’umanità. Si ha bisogno di aiuto e questo ci obbliga a metterci in ginocchio e a pregare di più.
Finalmente, è attraverso la comunità, attraverso l’accompagnamento, attraverso la preghiera, che molto lentamente il lupo si addomestica.
L’aggressività si guarisce anche attraverso il mistero della ferita. Se ho un’esperienza profonda di essere amato da Gesù, di essere toccato da lui nella mia ferita, se questa ferita è il luogo in cui Lui si rivela a me, non ho più niente da difendere. Più si diventa responsabili, più bisogna dare spazio a Gesù, affinché egli possa raggiungerci nella nostra ferita. Non si perde tempo nella preghiera silenziosa! Si lascia che Gesù ci tocchi in ciò che più è spezzato, ferito, più vulnerabile in noi: è il mistero della preghiera. È questo, uno degli elementi per guarire assolutamente indispensabile.
Gesù è un finissimo pedagogo. Ci conduce ciascuno in modo differente. Ci sono persone che hanno temperamenti canini, che gridano tutto il tempo per essere guarite da Gesù e che non sono mai guarite. La loro vita passa attraverso l’umiliazione. È molto umiliante avere delle esplosioni, avere crisi di gelosia: è vivere con le proprie ferite. Scoprire che ci sono delle ferite in noi, ci trascina in una grande umiltà.
C’è tutta una saggezza umana per imparare ad usare la nostra energia aggressiva. Quando si scopre in noi una sovrabbondanza di energie, che si trasforma in aggressività, è importante scoprire il modo di utilizzarla in altra maniera.
La celebrazione è un’altra cosa importante per canalizzare delle energie: nella nostra vita c’è una grande saggezza. Da noi, all’Arca, abbiamo molti momenti di celebrazione di risate e di distensione insieme, che aiutano le persone angosciate a non essere aggressive.
Dio è un pedagogo straordinario. Pone dei semi e poi lascia germogliare le cose. Risponde alle nostre domande e quando non risponde vuol dire che bisogna attendere! Non risponde sempre direttamente, ma bisogna talvolta mettersi in gruppo, avere fiducia gli uni con gli altri. Per il responsabile è una discesa nell’umiltà, la povertà e la scoperta che siamo peccatori, ma che siamo perdonati ed è questo che ci dà la forza di avanzare.
La redazione augura a chi ha seguito questa rubrica
un cammino umile, fecondo, carico di speranza.
La spiritualità (a cura di P. Franco Gioannetti) Parte Quarantaduesima
La spiritualità
Quarantaduesima parte

Il "lupo" che è in noi
di Jean Vanier
Ho scoperto, un po’ di tempo fa, che il dottor Dolto, psicanalista dei bambini, dice: “è molto importante dire al bambino che egli ha in sé una bestia, perché se dite al bambino che c’è una bestia in lui, questo vuol dire che egli non è una bestia, ma che c’è una bestia, che può andarsene o essere addomesticata”. Quando un bambino prende coscienza delle sue capacità di odio, può identificarsi al lupo. Non bisogna dire : “siamo un lupo”, ma: “c’è un lupo in noi”. Il che è molto differente. La grande scoperta è che Gesù è venuto ad addomesticare il lupo nell’agnello. Tutta la sua opera è là. La nostra capacità di odio, la nostra capacità di uccidere, sono così difficili da sopportare che le si spinge molto lontano, nell’inconscio. Cioè si mette il lupo nella cantina. Nessuno lo guarda. Quando si parla, si guardano i piedi gli uni degli altri, perché si ha paura che, se ci si guarda, se si inizia a parlare, i lupi escano! Allora si giunge a situazioni di gentilezza. Si obbedisce alla regola, ci si evita nella misura del possibile, si ha una paura enorme delle esplosioni. Quando ci sono lupi in cantina, questi appaiono in maniera molto subdola nelle critiche, in frasi del genere: “è molto gentile, ma…” E’ un modo di uccidere la reputazione dell’altro. Ci sono diversi “clans” nella comunità e tutto diviene un pretesto per diventare un campo di battaglia. Si sentono i lupi gironzolare.
Il blocco è una cosa molto difficile da vivere e da sopportare. È un tensione che sale da dentro fino alla gola e non si arriva più a parlare, si è bloccati. Questi blocchi ci sono dati dalla natura, per evitare che esca l’aggressività. La natura è fatta bene, ma bisogna essere coscienti di ciò che succede. Bisogna ascoltare le nostre emozioni, senza passarvisi sopra troppo tempo, ma per imparare a riconoscerle e a identificarle. Bisogna sapere ciò che succede dentro di noi, senza dire troppo presto che è buono o cattivo.
Allora, che cosa bisogna fare dei nostri “lupi”? C’è tutta una scuola oggi che, è una scuola di sincerità: bisogna dire tutto. In realtà, che cosa succede quando si dice tutto? E’ che coloro che hanno i migliori cannoni guariscono. Dicono tutto, sono liberati, ma ci sono una quantità di cadaveri in comunità! Ci sono persone che hanno talmente paura dell’aggressione – lo si vede nelle comunità, esse non sopportano l’aggressione ed è probabilmente perché quando erano bambini hanno avuto esperienze di aggressione-separazione-divorzio – e quando ci sono aggressioni in comunità, perdono la testa, e entrano in una grande angoscia. Non possono sopportare questa aggressione, è troppo pericoloso. Allora stanno continuamente cercando degli espedienti perché non appaia nessuna aggressione e succede che si giunga a situazioni di tensioni enormi, senza dialogo, fino al giorno in cui c’è la grande esplosione.
Allora che cosa bisogna fare della nostra aggressione? È una grande domanda. La risposta è che se non si ha avuto esperienza di aggressione, non si ha esperienza di perdono. Ho fatto questa esperienza con un uomo della nostra comunità che aveva aggredito sessualmente un bambino. La persona che l’aveva visto non aveva potuto reagire, perché aveva troppa paura della violenza di quell’uomo, ma era venuta a vedermi. Era evidente che non si poteva lasciar passare questo, anche se il nostro intervento rischiava di far scattare una atto di violenza. Ci si è riuniti tra responsabili ed è stato chiaro che avrei dovuto intervenire io. Prima di farlo, ho telefonato al nostro psichiatra, che in quel momento era un ebreo: gli ho raccontato ciò che era successo e in che modo contavo di confrontarmi con quell’uomo. Ed egli mi ha detto questo: “quell’uomo ha sofferto molto e tutti le volte che ha fatto una sciocchezza è stato escluso. Ciò che è importante, è che abbia una esperienza di perdono. Se andate a confrontarvi con lui, rimanete là fino al momento della riconciliazione”. Era molto bello. Vi sono andato e l’ho confrontato. Ha cercato di gettarsi su di me, ma essendo un po’ più grande di lui ho potuto contenerlo. Ha cercato di scappare, ma mi sono messo davanti alla porta e lui è andato dall’altro lato della camera, urlando, furioso, perché l’avevo toccato nella sua fragilità e lui non lo sopportava. Mi sono seduto davanti alla porta e gli ho fatto comprendere che non ero di fretta, ma che volevo parlare con lui, e che avevo bisogno di capire ciò che lui doveva dire, che era evidente che lui soffriva molto e che bisognava che mi spiegasse un po’ che cosa aveva vissuto. All’inizio era stato un po’ secco, ma man mano che il tempo passava, aveva preso un atteggiamento un po’ più dolce. Siamo rimasti a lungo insieme e alla fine c’è stata una piccola riconciliazione, e abbiamo preso un appuntamento per rivederci. Quello psichiatra mi ha insegnato molto. È veramente il vangelo: quando si è in collera con il proprio fratello, non bisogna lasciar tramontare il sole senza essere riconciliati.
La questione è di trovare i piccoli mezzi per camminare verso questa riconciliazione, perché è attraverso la riconciliazione e il perdono che a poco a poco il lupo che è in noi si addomestica. Ci vuole molto tempo. Fino al momento che ho io il potere, comando io, canalizzo il lupo. Scoprire il lupo che è in me, scoprire che sono capace di uccidere qualcuno, è un’esperienza molto dolorosa. Ma allo stesso tempo è un’esperienza molto importante.
All’Arca, ci sono persone violente e quando si parla tra assistenti dell’effetto della violenza su di noi, diciamo sempre che noi non sopportiamo la violenza. Ma che cosa non sopportiamo? Non è proprio la violenza dell’altro la paura che mi colpisce, ma qualcosa di più profondo. È il risveglio della mia stessa violenza davanti alla sua violenza, questa specie di collera che fuoriesce, e appare il lupo. Una cosa importante: è che questa apparizione del lupo è molto umiliante. Ci fa toccare ciò che noi siamo al fondo. E in quel momento non si può criticare il ricco, non si può più criticare nessuno, perché si scopre che tutto ciò è in noi, si scopre la nostra capacità di fare il male, si scopre, e si tocca in profondità la nostra stessa ferita. Davanti ad un cuore ferito, c’è una barriera, c’è lupo enorme pronto a gettarsi su tutta la persona, che rischierebbe di toccarci. Ciò spiega i fenomeni di collera in noi e il nostro modo di guardare le persone a distanza. I farisei erano degli uomini estremamente gentili, ma il loro lupo si risvegliava quando Gesù li obbligava a mettere il dito sulle loro ferite.
La spiritualità (a cura di P. Franco Gioannetti) Parte Quarantunesima
La spiritualità
Quarantunesima parte

Le fonti dell'aggressività
di Jean Vanier
Vorrei approfondire un po’ questa questione dell’aggressività, delle fonti e delle vie di guarigione.
Vi ho detto che la persona che ha un handicap può svegliare in noi del piacere. Ed è vero che quando si vive con qualcuno come Enrico ci sono dei momenti molto privilegiati. Uno di questi momenti privilegiati è quello del bagno. C’è una specie di dono, di fiducia della persona che si offre nel bagno. Quando si fa il bagno a qualcuno tutti i giorni è un argomento privilegiato di comunione e di presenza. È il momento in cui cose molto profonde vengono risvegliate in noi: scopriamo la bellezza del nostro proprio corpo e la nostra capacità di portare qualcuno; scopriamo una vera tenerezza per il corpo dell’altro, un corpo fragile, ferito, povero, piccolo. Immagino che voi abbiate avuto la stessa esperienza quando curate dei malati o quando siete vicino a qualcuno che muore. È un momento di grazia essere vicino a quel corpo che si indebolisce e che bisogna lavare e nutrire. È una grazia eccezionale avere in una comunità dei grandi ammalati, dei grandi vecchi, perché ciò ci conduce a scoprire il nostro stesso corpo. Ciò ci fa entrare nel mistero della tenerezza e scopriamo di quanta tenerezza abbia bisogno il nostro corpo per essere tutto di Dio.
Se ci sono dei momenti in cui qualcuno, come Enrico, accoglie il toccare, ci sono pure dei momenti in cui lui o altri vi sono refrattari. Ci sono persone con le quali non si può parlare prima che al mattino abbiano preso il loro caffé. Da voi non si parla, ma potete presentirlo dal modo con cui vengono a colazione. Voi sentite che ci sono enormi spine attorno alla persona. Ci sono persone che vivono una specie di torpore, di collera, e se li toccate guai a voi! Che cosa succede? È il risveglio delle angosce passate, degli incubi notturni. Quando qualcuno ci rifiuta, non vuole lasciarsi toccare e urla di angoscia e in certi momenti non lo si sopporta più. E se siamo stanchi, resi fragili, meno resistenti, l’angoscia sale ancora più presto i noi.
Quando ero direttore della comunità, ho scoperto che potevo evitare incontri difficili perché, essendo responsabile, ci si dà da fare sempre per essere in buona forma al momento opportuno. Si dice all’altro di rivenire a vederci quando noi siamo in forma, non necessariamente quando lui è in forma. Quando si è responsabili, si ha un potere enorme: si ha il potere di dire: “La conversazione è terminata, arrivederci a domani”.
Ciò che ho scoperto vivendo tutti i giorni alla foresteria, è che si è talvolta di fronte a situazioni che ci spingono a limiti insopportabili e dai quali non si può scappare. Quando si è spinti al limite e non si ha più la possibilità di scappare, si risvegliano nel nostro interno le forze dell’odio. Queste forze zampillano dall’angoscia e si scopre che si è capaci di fare del male ad un piccolo, che si è capaci di uccidere un debole. È un’esperienza molto dolorosa toccare ciò. Abbiamo all’interno di noi energie che ci fanno molta paura.
Negli Stati Uniti, una delle sindromi più comuni negli ospedali per bambini, è il bambino battuto dalla madre. Ciò succede soprattutto presso le madri sole. Esse vivono in un luogo di lavoro aggressivo, sono rese fragili dalla loro salute; rientrando a casa devono acquistare il cibo, preparare i pasti. Un bambino la provoca, non vuole mangiare, fino al momento in cui non ne può più e lo picchia. Essa è obbligata a condurlo all’ospedale e risente in quel momento una terribile colpevolezza, di fronte a questa capacità di odio che è stata scatenata.
Quest’esperienza dell’odio è molto potente. È anteriore alle esperienze sessuali propriamente dette. Un bambino può, in certi momenti, provare odio per sua madre. Vorrebbe che essa non esistesse perché le impedisce di fare delle cose e ad un certo punto il bambino non la sopporta più. È un’esperienza terribile per il bambino volere che allo stesso tempo sua madre ci sia, perché è lei che lo nutre, e che non ci sia. Ne può cadere ammalato. Credo che una delle origini delle psicosi è che il bambino non sopporta questa capacità di odio, mette delle barriere attorno sé per non odiare. Questa capacità di odio, di non sopportare qualcuno, io la chiamo “il lupo che è in noi”. È un momento molto importante per parlare del lupo.
La spiritualità (a cura di P. Franco Gioannetti) Parte Quarantesima
La spiritualità
Quarantesima parte

L’amore del nemico
di Jean Vanier
Una volta identificato il nemico, si può iniziare a imparare ad amare. Bisogna supplicare Dio che ci illumini per scoprire come entrare nel perdono e nell’amore del nemico. È il cuore del vangelo: amare l’amico. Il povero è il nemico del ricco e il ricco il nemico del povero. Colui che mi disturba diventa il mio nemico. Il tale novizio diviene il mio nemico perché è troppo dipendente da me. Non lo sopporto più. Ciò succede di frequente quando si è troppo vicini l’uno all’altro: scatta un processus di affettività, e avendolo fatto scattare si prende paura, perché richiede troppo. Viene a bussare tutto il tempo alla porta, mi scrive dei bigliettini e non so più che cosa fare. Allora lo respingo perché la sua vita affettiva poco regolata, inizia a farmi scoprire che io pure ho una vita affettiva non del tutto a posto, e ciò non lo sopporto. Se qualcuno mi ama troppo o non abbastanza, c’è lo stesso fenomeno di protezione o di paura. Quando sono troppo amato, il pericolo è di mandare a passeggio la persona, perché risveglia molte cose in me e diviene mio nemico. Il nemico è all’interno di me che non sopporta certe cose. Identifichiamo questo nemico: non è davvero lui, sono io, ho paura di me stesso e di ciò che è scattato all’interno di me.
È per questo che una chiara identificazione del nemico è il cammino della libertà. Il cammino della schiavitù è rifiutare la verità. Per veder chiaro all’interno di se stesso e nei rapporti umani che sono così complessi, - tra la paura della dipendenza e la paura del rifiuto -, è importante trovare qualcuno con cui parlarne. È tutto il mistero della paternità: non posso portare qualcuno che perché io stesso sono portato. Per trovare in me il cuore di padre, ciò che è più intimo, più vulnerabile, là dove Gesù dimora.
È un grande mistero. Se non si ritrova il nostro cuore di bimbo, non si può entrare nel Regno. Se non si ritrova il nostro cuore di bimbo, non si trova il nostro cuore di padre, perché il cuore del figlio e il cuore del padre sono la stessa cosa. Si trova la paternità solo al momento in cui si trova la nostra affiliazione. Divenendo padre, si diviene figlio. Il bambino rivela il bambino che è in noi ed è esattamente la stessa cosa sul piano spirituale. Il giovane rivela la nostra gioventù ed è per questo che non si può diventare padre che quando si è figlio. E si diviene figlio divenendo padre. Si pensa sempre che ci sia una separazione tra le due realtà, ma non è vero. La maturità è questa unificazione della piccolezza e della saggezza e finché non si è unita la saggezza e il bambino, si resta uno di quei saggi e di quei prudenti di cui Gesù dice che le cose sono loro nascoste. Perché ci siano rivelate le cose importanti bisogna essere piccoli: “Benedetto sei Tu, Padre, che hai nascosto queste cose ai grandi e le hai rivelate ai piccoli”. C’è un grande legame tra la saggezza del pastore, la saggezza del padre e la piccola ricchezza del bambino.
La spiritualità (a cura di P. Franco Gioannetti) Parte Trentanovesima
La spiritualità
Trentanovesima parte

Identificare il nemico
di Jean Vanier
Gesù è più chiaro sulla questione del nemico. È ciò che è veramente nuovo nella religione che ci dà:”Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, pregate per coloro che vi perseguitano”. “E’ facile amare coloro che vi amano, ma io vi dico: amate i vostri nemici”. È questo il cuore del mistero del vangelo. In certe realtà è impossibile amare un nemico, perché il nemico è colui che mette la mia vita in pericolo. Quando la mia vita è messa in pericolo ci sono tre reazioni possibili: la prima è la fuga; è il modo di proteggersi del mondo animale. La seconda è il camuffarsi, che è una specie di fuga. Ci si camuffa perché non ci vedano. Si cade nell’anonimato. L’ultima, è la difesa attiva che è l’aggressione.
Utilizziamo la fuga, il camuffamento o la aggressione a seconda dei nostri temperamenti. Abbiamo gesti istintivi di protezione, fisici e psichici allo stesso tempo, o gesti istintivi di attacco, che appartengono pure all’ordine della protezione. È fortissimo questo bisogno di proteggerci contro il nemico. Cercate di dire veramente bene di qualcuno che vi critica: è difficile. La critica dell’altro è sempre una forma di attacco e di protezione. Quando si criticano le idee degli altri, si sta convincendosi che le nostre sono buone. È impossibile amare il nemico, e il problema è che il nemico non è dall’altra parte delle frontiere: è all’interno del monastero, non all’esterno.
È importante identificare il nemico, di non restare in una sfocata aggressività, ma poter dire: “quello è il mio nemico, è lui che minaccia la mia vita perché minaccia la mia autorità, e mi minaccia nella mia vita affettiva, è un pericolo”.
Quando si ha una angoscia, la si trasforma spesso in paura; è un po’ come l’aggressione mal situata. Per esempio, è stata cambiata la liturgia del giorno senza avermene informato, allora metto tutta la mia angoscia là dentro. In realtà, ciò che è terribile, non è quel cambiamento di liturgia, è quella angoscia che è in me e che non ha obiettivo determinato. Ma è più facile trovarne la causa. La mia angoscia, la mia agitazione interiore, possono avere cause somatiche: ho dormito male, ho mangiato troppo ieri sera; può essere forse qualcosa di molto antico che ritorna alla superficie. Io l’ignoro, ma sono agitato e quando sono agitato cerco di mettere un nome alla mia agitazione, perché è più semplice, altrimenti mi colpevolizzo. C’è un grande problema nel cristianesimo: è l’agitazione →diavolo e pace →Dio; ma ci sono delle paci assolutamente diaboliche. Gesù non sempre ci dà la pace.
Quando dice al giovane ricco: “Vieni, seguimi”, non è piacevole, è pericoloso. Dio ci lascia talvolta lungamente nell’angoscia e non perché siamo infedeli o colpevoli. Ci fa guardare più da vicino questo mondo dell’angoscia e della pace. Come gestire le nostre angosce? Come utilizzarle? Come trovarvi un senso? Molto spesso si trasforma la nostra angoscia in paura e gli si dona un nome perché è più facile darci un nome che vivere nell’indeterminatezza. E in quel momento c’è il pericolo, perché si prende la liturgia come campo di battaglia, quando in realtà non è vero. Si tratta di ben altro e cioè che siamo stati feriti perché non ci hanno domandato il nostro parere. È molto importante mettere il nome giusto sulla giusta angoscia, perché altrimenti si giunge ad ogni tipo di incomprensione interna ed esterna.
Bisogna identificare chiaramente le nostre emozioni e le nostre angosce nel positivo e nel negativo. Ci sono emozioni negative: sono ferito perché non è stato domandato il mio parere e il Padre Abate o la Madre Abbadessa hanno preso quella decisione per un ufficio senza parlarmene. Accettiamo che ci siano delle collere giustificate. Se mi si è affidata una responsabilità e un responsabile superiore mette disordine nella mia aiuola, ho il diritto di mettermi in collera. È una normale attitudine di difesa. Ma bisogna sapere ciò che bisogna fare con la collera. Ci devono essere dei luoghi in cui si parla delle nostre collere, altrimenti esse si trasformano in angoscia.
Posso vivere o avere vissuto attorno a me grandi gelosie. Qualcuno è molto geloso nel noviziato perché ho parlato per un certo tempo con un altro. Bisogna che qualcuno aiuti quella persona a mettere un nome alla gelosia, a comprendere che cosa significhi. Non nel momento in cui il fuoco brucia, ma dopo. Spesso, delle gelosie risalgono a tempi passati. La persona sta rivivendo cose che aveva vissuto quando era piccola, e allora parliamo di queste cose. Quando una novizia vede la maestra delle novizie come una madre bisbetica, difficile, sta per rivivere qualcosa del suo passato. Mettiamo il nome giusto alla cosa: lei non ha qualcosa contro la maestra delle notizie, ma sta vivendo qualcosa in rapporto a sua madre.
È quando ho bene identificato il nemico che potrò amarlo. Finché sono in una specie di agitazione o resto nel vago, finché non voglio guardare, non arriverò mai ad amarlo. Una volta che l’ho identificato so che da solo non posso amarlo, ma che Gesù e il suo Santo Spirito possono aiutarmi. Passare dall’odio del nemico all’amore per il nemico è un lungo processo che percorre il cammino del perdono, del dialogo, dei cammini difficili che, se accetto di oltrepassare, mi condurranno ad una forma di guarigione o piuttosto ad imparare a vivere con le mie ferite.
C’era da noi una giovane che aveva grossi turbamenti. Ne ho parlato ad un analista ebreo convertito, i cui parenti sono morti ad Auszwicht e che era di passaggio da noi. Un uomo di grande saggezza. Ho proposto alla giovane di incontrarlo. Dopo averla vista per un’ora e mezza l’analista mi ha detto: “Sento che c’è un enorme pacchetto al di sotto. È meglio non penetrarvi troppo. Cercate di fortificare l’aspetto positivo, cercate che la vita copra il turbamento, e sostenetela poi perché possa vivere con esso, perché credo che sia impossibile entrare in tutti i suoi turbamenti”. Aiutare alcuni a entrare nelle loro ferite è pazzia. Non si può negare la malattia mentale in ciò che c’è di più terribile, né si può negare la psicosi, la schizofrenia; sono delle realtà dolorose.
Quando ci si trova di fronte a persone che hanno grandi ferite, bisogna aiutarle a trovare una via percorribile, cercare di fortificare gli aspetti positivi che sono in loro. Voi avete una grazia enorme nei monasteri, avete cioè una struttura chiara e precisa che permette talvolta di vivere con l’invivibile. Ed è per questo che voi siete un luogo talvolta per raccogliere grandi ammalati mentali che sono là nascosti e ai quali la vostra struttura permette di divenire dei veri santi, perché la santità non è l’eliminazione della nevrosi, è vivere con essa. C’è un po’ troppo oggi la tendenza di voler guarire tutti. Non è vero. Bisogna dare alle persone delle strutture, dar loro un piccolo appoggio; sicuramente ci saranno di tanto in tanto delle esplosioni, ma non inviate troppo presto queste persone dallo psichiatra, perché avrete un problema: può accadere che, grattando un po’, egli scopra qualcosa di molto grave.
Jung ha scritto questo di uno dei suoi clienti: “Ha iniziato a raccontarmi i suoi sogni ed io ero impazzito. Mi sono detto: se inizio ad entrare dentro là, succederà lo scompiglio; è meglio coprire. Allora gli ho detto che non avevo il tempo di prenderlo e gli ho consigliato di non cercare qualcun’altro, ma di cercare di trovare un lavoro”. Si ha paura della malattia, tuttavia si è tutti un po’ malati. C’è solamente una differenza di grado. Attualmente c’è troppo una tendenza a dire: “sei malato, vai dallo psichiatra, e quando sarai guarito tornerai da noi e andrà tutto bene”. Se questo ha l’aria un po’ diabolica, lo si invia dai carismatici perché sia liberato e poi andrà meglio. A sinistra c’è lo “psy” e a destra c’è l’esorcista. È troppo semplicista. Si vorrebbe che tutto il mondo camminasse diritto e non si permettono sufficientemente gli scandali, le grida. Io non dico che bisogna permetterli, ma è la realtà umana, e un convento in cui tutti camminassero bene rischierebbe di essere un convento mediocre. La persona umana, nella sua evoluzione deve passare attraverso grida spettacolari e si è la per portarla, ecco tutto. È bene avere un consigliere all’esterno, ma bisogna imparare a vivere con sé. Quanti secoli hanno vissuto i monasteri senza che ci siano stati dei buoni “psy”? Ed essi non si sono sbrogliati troppo male! Immagino che all’interno ci dovessero essere talvolta delle esplosioni, ma è la realtà umana. Parliamone e cerchiamo di vivere il perdono. Ho sempre paura che non si creda abbastanza al potere di guarigione delle nostre proprie comunità e alla nostra capacità di camminare con qualcuno. Non è questo per mettere in dubbio il ruolo dei professionisti, e degli psichiatri, che possono essere utili. È piuttosto per dare fiducia alla comunità, alla sua capacità di camminare con qualcuno, di essere impaziente di fronte alle grida e, dopo la crisi, di dialogare per andare verso un certo approfondimento, per aiutare la persona a scoprire il perché attraversa tale crisi; e con la pazienza, l’amore e la preghiera, a poco a poco le difficoltà diminuiscono. La grande cosa è come vivere e come aiutare l’altro a vivere con le ferite e con le proprie angosce.
La spiritualità (a cura di P. Franco Gioannetti) Parte Trentottesima
La spiritualità
Trentottesima parte

La violenza: un'aggressione mal situata
di Jean Vanier
C’è un altro tipo di violenza vissuta da ciascuno di noi più di quanto crediamo. È quella del direttore di officina che urla ingiustamente contro un operaio e l’operaio non può rispondergli per timore di essere messo alla porta. Egli accumula all’interno di se una collera, entra a casa e sua moglie è in ritardo per il pranzo. Allora esplode contro la moglie, non a causa di questo ritardo, ma a causa di quella collera accumulata che egli libera. La moglie non osa dire niente. Corre in cucina dove il bambino sta per “sgraffignare” qualcosa dal frigorifero. Allora lei urla contro il bambino che non osa dire niente perché ha paura di ricevere uno schiaffo. Il bambino esce, da una pedata al cane, il cane salta sul gatto e la storia finisce con la morte di un topo.
E’ ciò che si chiama l’aggressione mal situata. Si riceve un’aggressione, non si sa che cosa fare, allora si trova uno più debole sul quale si può porre questa aggressione senza che lui possa rispondere. È una maniera di liberare l’angoscia e la propria aggressione su di un debole.
Non so se voi avete fatto mai questa esperienza, ma io l’ho fatta spesso: si è in una riunione, si riceve una aggressione, ma non si arriva a parlarne. La si accumula all’interno e si va ad una seconda riunione. Ed è la che l’aggressione esce, perché sì è in una situazione in cui è possibile farla uscire.
E’ molto importante guardare quali sono le persone con le quali mi permetto di essere aggressivo, e quali sono quelle con le quali non me lo permetto. Si è sempre sorridenti con i visitatori e contro un fratello si lasciano andare le nostre potenzialità di aggressione.
Vorrei parlare di un’altra forma di aggressione. Penso ad un uomo, da noi, che odia il proprio corpo. È stato molto ferito da piccolo, molto aggredito dalla sua famiglia, messo in istituzioni. È incapace di guardarsi allo specchio, ne è disgustato. È un uomo che può essere molto violento, soprattutto a parole. Quando comincia ad urlare si sente da tutte le parti. Urla in particolare quando si tocca il suo handicap, quando gli si fa prendere coscienza della sua povertà, perché ben presto la sua povertà significa colpevolezza. Egli non sopporta la sua povertà, perché l’ha condotto ad essere rigettato; essa l’ha condotto all’isolamento ed all’angoscia.
In una discussione è molto facile provare a delle persone che sono meno intelligenti, che non capiscono niente o che sono dei poveracci. Si può facilmente mostrare alle persone i loro torti. Ci sono delle persone che non lo sopportano. Si può dire con facilità che si tratti di orgoglio, ma è molto più profondo di questo. Essi non sopportano ciò che è debole in loro, perché è quell’aspetto di se stessi che li ha sempre condotti al rifiuto.
Si può accettare ciò che è meno bello in noi solamente quando si è avuta un’esperienza di perdono, quando ci si sa amati nella nostra povertà. Un bambino che si sa amato si trova a proprio agio nella sua povertà, un adulto lo è raramente. Ci vuole del tempo prima che qualcuno abbia veramente l’esperienza di essere amato nella sua povertà. Di solito la nostra esperienza è che la nostra povertà ci esclude e ciò è particolarmente vero per le persone che hanno un handicap. Allora, toccando la nostra fragilità, vulnerabilità e la nostra colpevolezza ciò che è brutto in noi ci conduce ad esplodere, perché non lo si sopporta.
E’ molto importante vedere ciò che è successo con Gesù. La morte di Gesù è di una violenza incredibile, inimmaginabile. C’è uno scatenarsi, un infrangersi di odio e tuttavia Gesù è di una evidente bontà. Come accade che i farisei non lo sopportano? La ragione è semplice: i farisei avevano il potere, avevano il denaro, si erano costruiti tutto un mondo di prestigio religioso che Gesù attacca con violenza. Gesù è molto violento nel suo linguaggio. Egli attacca di fronte. Quando tratta da ipocriti i farisei è molto forte. Ciò vuol dire: voi utilizzate le cose di Dio per il vostro potere, per la vostra gloria . La reazione fu violenta perché Gesù parlava forte. Gesù faceva prendere coscienza ai farisei di ciò che era brutto in loro. E loro, invece di riconoscerlo e mettersi in ginocchio a chiedere perdono, come la donna adultera o Maria Maddalena, non hanno voluto ammettere la propria povertà. Ne erano incapaci. Bisognava che continuassero a giocare il gioco della apparenza. Essere davanti a Gesù li metteva in una grande angoscia. L’angoscia è il luogo in cui lo spirito del male entra facilmente. È per questo che quando si è nell’angoscia bisogna porsi la domanda di sapere se è Gesù o se è il diavolo che vi ci si mette. Quando Gesù ci mette di fronte alla nostra profonda povertà, l’angoscia risale alla superficie. Nel momento in cui l’ammirazione e la riconoscenza degli altri sono così importati per noi, si perde la nostra identità.
Conosco un uomo che era in prigione. Era stato eletto da 400 prigionieri per essere il loro delegato. Quando è uscito dalla prigione nessuno votava più per lui. Non aveva più identità.
Anche nel mondo religioso si può avere ben presto un’identità costruita dallo sguardo degli altri. I farisei avevano tale identità. Erano temuti, ammirati, ma dietro non c’era niente. Quando Gesù mostra loro che non c’è niente, la loro psiche ne rimane scossa e non lo sopportano. Si devono sbarazzare di quell’uomo che diviene troppo pericoloso mettendoli davanti alla propria angoscia e al proprio niente. Essi erano semplicemente dei poveri tipi, poveri quanto Maria Maddalena, quanto Barabba, ma avevano costruito attorno a loro un mondo di apparenza, di potenza e di gloria, e non sopportavano di essere amati nella loro piccolezza e fragilità.
La spiritualità (a cura di P. Franco Gioannetti) Parte Trentasettesima
La spiritualità
Trentasettesima parte

Alla fonte della violenza, una ferita
di Jean Vanier
Mi piacerebbe parlare di una altra forma di violenza che forse non è positiva ma che proviene da un’immensa ferita.
Un giorno, in Canadà, sono andato in una prigione di “alta sicurezza”. In quelle prigioni non ci sono i più cattivi, ma i più maligni, coloro che scappano in fretta. Ero davanti ad un gruppo di 400 uomini e parlavo loro un pò del nostro popolo, della sua violenza, delle sue grida. Ho parlato per tre quarti d’ora, poi un uomo si è alzato, urlando, fuori di sé. Era un grido d’una estrema violenza, che ha creato tensione nel gruppo. Mi ha detto: “Tu l’hai avuta facile! Tu non sai niente di ciò che succede qui! Con che diritto puoi parlare? A quattro anni ho visto mia madre violentata davanti a me; a sette anni sono stato venduto per la prostituzione omosessuale da mio padre, perché potesse bere, e a 13 anni i poliziotti sono venuti a cercarmi. Se qualcun altro viene in questa prigione a parlarmi d’amore, gli darò un colpo di piede in testa”.
Sono rimasto molto pacifico per grazia di Dio e ho chiesto a Gesù di aiutarmi a trovare le parole. Ho potuto dirgli che aveva ragione, che era vero che non conoscevo niente della sua o della loro vita. E gli ho detto: “Ciò che voi dite è importante, e che molte persone vi condannano prima di comprendervi”. E gli ho chiesto: “Mi permettete di ripetere ciò che mi avete appena detto, quando parlerò all’esterno delle prigioni, perché la gente capisca le fonti della violenza?” Ha detto di sì. Allora ho continuato: “Se le persone all’esterno hanno bisogno di sentirvi, credo che non sia inutile che voi sentiate delle persone che vengono dall’esterno, perché un giorno dovrete lasciare la prigione e bisogna che sappiate ciò che succede altrove”. Ho terminato dicendo: “Io ho bisogno di sentirvi ancora. Accettate che ritorni per ascoltarvi e perché voi mi possiate ascoltare?” Allora egli ha detto di sì. Quando tutto è stato terminato sono sceso direttamente da lui e gli ho stretto la mano. E, per una specie di ispirazione, gli ho chiesto se era sposato. Mi ha risposto di sì. Allora mi ha chiesto se poteva parlarmi della moglie e improvvisamente è scoppiato in singhiozzi e mi ha parlato di sua moglie, che era su una sedia a rotelle a Montréal. Era un uomo di una immensa tenerezza, di una immensa vulnerabilità, e più si è vulnerabili, più si è in questua d’amore, più si mettono delle barriere attorno a questa fragilità e si urla. Quando sentite dire che c’è una rivolta in una prigione, l’origine spesso è che un uomo viene a sapere che sua moglie, è stata infedele. Egli non lo sopporta, è in una tale angoscia che deve trovare un colpevole, e il colpevole è la prigione. Allora crea una rivoluzione.
Mi ricordo di un uomo con il quale sono in corrispondenza. È in prigione per aver commesso un omicidio. Ero andato a trovarlo ed eravamo seduti uno di fronte all’altro, con i poliziotti dietro a me. Ha tirato fuori dalla tasca il dente di sua nipote e mi ha detto: “sai, i bambini non hanno paura di me, sono i grandi che hanno paura”. C’era una specie di nostalgia, di piccolezza, di tenerezza nelle sue parole. Egli aveva paura degli adulti. Ogni adulto lo minacciava, ma con un bambino poteva dar libero corso alla tenerezza.
La spiritualità (a cura di P. Franco Gioannetti) Parte Trentaseiesima
La spiritualità
Trentaseiesima parte

La violenza: segno di salute
di Jean Vanier
Ci sono altre violenze che sono segni di salute. Ve ne darò un esempio. È una storia avvenuta all’Oise qualche anno fa. Si tratta di una donna vietnamita, che aveva sposato un soldato francese durante la guerra in Vietnam. Aveva lasciato la sua cultura ed era venuta ad abitare all’Oise. Suo marito aveva trovato un lavoro all’ospedale psichiatrico di Clermont ed era divenuto sorvegliante capo del servizio. Dovette parlare al medico psichiatra della pazzia di sua moglie e un giorno il medico segnò un ricovero, d’ufficio, senza aver visto la donna, sul semplice dire del marito, che era un uomo rispettabile. Un’ambulanza sbarcò a casa di quella donna, che fu presa per forza per essere condotta all’ospedale. Essa divenne isterica, urlò, e più urlava, più le persone si convincevano che fosse folle. Le dettero delle medicine molto forti e solamente dopo tre mesi s’accorsero che non aveva nulla. Le sue grida e la sua violenza erano sanissime.
Nella violenza c’è un segno di salute: la persona sta per dire qualcosa forse in modo balordo, ma forse è l’unico modo a sua disposizione per farsi capire. Delle persone sono talvolta obbligate a sbattere fortemente le porte per dire: “ancora non comprendi?”. Nella violenza che c’è in noi, nella violenza che c’è nell’altro, ci sono cose positive. E il grande discernimento è cercare di discernere ciò che è positivo da ciò che è negativo.
Non molto tempo fa ho visitato l’asilo di San Filippo. C’erano un centinaio di uomini in un cortile e un centinaio di donne nell’altro. La metà degli uomini era nuda e camminava in cerchio. Tutto era scassato, disordinato. C’erano degli enormi topi e in un angolo due bare attendenti clienti. Non comprendevo perché le persone non urlassero, fino al momento in cui ho visto tre celle in cui mettevano le persone violente. È un modo molto violento per uccidere l’aggressività. Si può ucciderla anche con medicine. Ma in realtà queste persone avrebbero avuto il diritto di essere in collera, perché quel luogo era insostenibile.
Il giorno dopo ho visto il Ministro della Sanità e gli ho detto ciò che avevo visto all’asilo. Egli era molto imbarazzato e mi ha detto: “vi dò la mia macchina e domani andrete al nuovo ospedale che stiamo costruendo”. Quel nuovo ospedale si trova sulla montagna, a 40 chilometri, e perciò le famiglie non potranno più venire. È un’altra forma di violenza.
Quando le persone si mettono in collera, ci sono dei modi pericolosi di colpevolizzarle. E nel mondo religioso questo modo di colpevolizzare la collera parlando di disunione, parlando del diavolo e del peccato, può essere molto grave. Ci sono delle ingiustizie cose che non sono buone, e che bisogna guardare. Quando un giovane cerca di dire ciò che percepisce come un’ingiustizia, lo fa forse in modo troppo forte, con una certa aggressività. La nostra tendenza è di dirgli “Riposati e andrà meglio”, e di non ascoltare la verità che sta per essere detta. Si può molto presto soffocare la persona dicendo: “questo non è il tuo posto”, quando di fatto è il suo posto, o obbligandola ad essere più saggia e allora si soffoca la creatività di Dio.
Si può soffocare il grido, dicendo che andrà meglio e la vita continua. Ma quando avviene l’esplosione, è troppo tardi, tutto è rotto, spezzato. Si è lasciato passare il momento di grazia, non si è sentito il grido e la storia della chiesa è piena di storie come questa, perché nel mondo religioso c’è l’enorme pericolo di soffocare il grido.
Molti giovani gridano oggi e le loro grida, la loro violenza, la loro ricerca di droga, ci sono perché non hanno trovato nella Chiesa ciò che cercano. Allora partono in India o altrove. Alle porte dei monasteri gravitano persone di grande fragilità, che cercano Dio, ma che sono talmente piccoli, talmente fragili, che non possono entrare nel mondo religioso così com’è; allora cercano e gridano, camminano, entrano negli ospedali e ne escono. Cercano un padre spirituale e non lo trovano. I giovani oggi hanno una sete immensa di sentire parlare di Dio, ma ciò che non vogliono sono le parole. Ne sono rimpinzati. Ciò che vogliono è un’esperienza dell’assoluto e ne muoiono. Se c’è una grande violenza dei giovani in rapporto al mondo religioso, è in rapporto ad un’immagine di Dio troncata, quella presentata dal giansenismo, dal puritanesimo. Essi non vogliono un Dio come quello. La violenza di oggi è che le persone non hanno visto che la caricatura del volto di Dio! Hanno visto la legge, non l’amore. Hanno visto il cristianesimo, non il volto povero di Gesù. Allora il loro cuore è pieno di collera.
Penso a un giovane di famiglia agiata che ha lasciato andare tutto per entrare nel mondo della rivoluzione. Lavora come scopina in un ospedale per essere più vicina ai poveri. Ha molta collera nel suo cuore. Nella sua famiglia ha una suora contemplativa, alla quale è molto vicina, e poi, tra loro due, c’è tutta una serie di buoni cristiani che la giudicano spaventosa. Colpisce molto vedere come, nella sua collera, nel suo odio, nella sua purezza, limpidezza, è vicina a sua sorella contemplativa. La collera di questa giovane è una bella collera, ma non ha trovato ancora il modo di utilizzarla. Nella collera, nel grido, ci sono cose molto importanti da capire.
La spiritualità (a cura di P. Franco Gioannetti) Parte Trentacinquesima
La spiritualità
Trentacinquesima parte

La violenza silenziosa
di Jean Vanier
Si è parlato del pastore come colui che riceve l’aggressione. Quando egli la riceve, è molto importante che si interroghi per sapere se l’ha meritata, perché ci sono molte ingiustizie nell’esercizio del potere. C’è ciò che si chiama la “violenza silenziosa”, che proviene dal fatto che non si ama l’altro e che non si è attenti. È la violenza del ricco soddisfatto di se stesso, che non vede il povero. Nella parabola del ricco e di Lazzaro, il ricco è di una violenza estrema verso quel povero che muore di fame e che lui non vede. E sarebbe comprensibile che nascesse nel cuore di Lazzaro, al minimo una grande tristezza, al massimo un’immensa collera. E questa collera potrebbe essere molto grande se Lazzaro avesse un bambino piccolo morente di fame sulle braccia. È insopportabile per il povero affamato aspettare qualcosa dal ricco e che il ricco non gli dà.
Quando un assistente ha delle crisi, è molto facile per noi affermare: “è malato”. È più difficile guardare all’interno di noi e domandarci: “in che misura sono io a provocare questo, per la mancanza di ascolto, per la mia mancanza di tenerezza?” molto spesso il capo è un ricco, perché ha il potere: ha il potere di essere attento o di non essere attento ha il potere di guardare e amare o di continuare il proprio cammino.
Quando si riceve l’aggressione, bisogna portare sempre questa aggressione davanti al SS. Sacramento, per sapere ciò che è messo in causa nel modo di esercitare la nostra autorità. Spesso si possono ferire le persone ed opprimerle attraverso la nostra mancanza di attenzione.
La violenza silenziosa è una violenza molto potente; è la violenza che molti dei nostri uomini e donne hanno vissuto e che noi continuiamo a far vivere con la nostra mancanza di attenzione, la nostra mancanza di amore. È troppo facile condannarli, dicendo che sono malati. Forse siamo noi che siamo malati. Ma siccome noi abbiamo il potere, è sempre l’altro ad avere torto.
Con la parabola del Buon Samaritano, il prete e il levita commettono una violenza spaventosa passando dall’altro lato e non guardando l’uomo bastonato di santa ragione. Si ha paura di impegnarsi, non si sa che cosa fare. Bisogna guardare all’interno di noi stessi tutto questo mondo di violenza del ricco che ha paura di perdere qualcosa, questa resistenza al cambiamento che c’è in noi. Ci sono delle violenze silenziose che sono imparentate con la virtù. I farisei erano degli uomini molto virtuosi, ma in realtà molto violenti.
La spiritualità (a cura di P. Franco Gioannetti) Parte Trentaquattresima
La spiritualità
Trentaquattresima parte

Le fonti della violenza
di Jean Vanier
Per scoprire tutta la ricchezza del nostro cuore e la ricchezza del Vangelo, bisogna che noi lasciamo certe strutture molto valide. La pedagogia di Gesù è una pedagogia dello spogliamento, per penetrare a poco a poco nella povertà dello spirito.
Vorrei parlarvi di questi passaggi e in particolare del passaggio difficilissimo della scoperta dell’odio e della violenza e noi. La scoperta che abbiamo dei nemici e che cerchiamo più o meno di uccidere. Ci sono modi molto sottili di uccidere le persone. Ci sono persone che ne uccidono altre in modo visibile, ce ne sono che uccidono gli altri attraverso la virtù, con il sorriso, distruggendone la loro reputazione. È sottile il modo in cui all’interno di una comunità si possono uccidere delle persone perché ci disturbano. È difficile entrare in questo mondo all’interno di noi.
Si può avere paura della propria sessualità, ma in realtà la sessualità è molto meno dannosa dell’odio. Essa è più vicina alla coscienza, ma si risveglia più tardivamente dell’odio. L’odio è nascosto molto più profondamente nella nostra coscienza ed è difficile scoprire in noi l’aggressione, l’odio, il dominio, tutto quel mondo di violenza che si trova in noi. Quando un assistente arriva all’Arca e vi resta un po’, scopre qualcosa di molto profondo all’interno di sé: il cuore. Molte persone non sanno di avere un cuore capace di dare la vita. È un’esperienza molto forte per un assistente il giorno in cui intraprende una relazione profonda con uno più debole e che questi, con un gesto o un atteggiamento, gli dice: “ ho fiducia in te “. L’assistente non ha molta fiducia in sè, nessuno della sua famiglia e o dei suoi amici ha mai visto in lui una fonte di vita, e all’improvviso qualcuno li dice: “ ho bisogno di te, del tuo cuore “. È la rivelazione di avere un cuore e che questo cuore è fecondo. È lo stesso tipo di esperienza che voi avete quando un novizio ha fiducia in voi e ve la esprime. Egli non ha fiducia per obbedire alla Regola, ma ha fiducia nella vostra persona, nella vostra irradiazione e nel vostro cuore e in una certa misura questo novizio mette la propria vita tra le vostre mani. Quando si scopre che uno più piccolo ha fiducia in noi, si scopre il ministero dell’Amore. Si scopre di amarlo. Si scoprono pure assai presto i pericoli dell’amore, che può divenire possessivo, geloso, ma c’è questa esperienza dell’amore, di portare il più piccolo nel palmo della mano. Questa esperienza così dolce, così meravigliosa, ci rende fragili perché il nostro cuore è preso, non si è più nell’ordine della ragione. La nostra fragilità ci fa toccare anche la nostra capacità di aggressione, di odio e di paura. Questa stessa esperienza può essere vissuta in una relazione tra l’uomo e la donna che rende fragili, fa paura perché queste sono possibilità molto profonde all’interno di noi che sono risvegliate: le possibilità dell’amore. Il nostro cuore è il luogo della nostra fragilità ed è pure il luogo della presenza di Dio. Gesù abita in questa fragilità: è la sua dimora .
E’ molto importante per ciascuno di noi iniziare a penetrare un poco nel mondo della fragilità e della violenza e di scoprire le forme di odio che possono esistere in noi. Le scoprirete in voi, ma anche i novizi avranno delle aggressioni di cui sono molto colpevoli ed è importante decolpevolizzare l’odio, perché nel mondo religioso si perdono molte energie a soffocare l’odio e a rendersene colpevoli. Vi parlo di giovani che, da noi, sono molto colpevolizzati. E’ importante, quando è possibile, poter dir loro: “ se ero te, con ciò che tu hai vissuto, odierei i miei genitori”. Ciò affinché la colpevolezza non sia costantemente su di essi e possano gridare l’ingiustizia! E sarà solamente quando avranno urlato l’odio contro i loro genitori che si potrà dire: “ se i tuoi genitori erano così, anche loro hanno molto sofferto“. Si comprende il perdono nella misura in cui si è scoperta l’aggressione e se si soffoca tutto il tempo l’aggressione, si soffoca pure il perdono. importante gridare l’ingiustizia.