Sabato, 13 Marzo 2010
Dossier Speranza
Dossier Speranza

Dossier Speranza (73)

Giovedì 07 Gennaio 2010 23:20

Il futuro colorato di speranza (Enzo Bianchi)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Il bilancio che ciascuno di noi fa sui dodici mesi trascorsi è sempre condizionato dalle aspettative che aveva nutrito nell'anno precedente e, specularmente, orienta le speranze per l'anno a venire, soprattutto quando ci veniamo a trovare alla fine di un decennio...

Mercoledì 05 Novembre 2008 01:48

Nell'ora oscura dell'alba (Pedro Casaldáliga)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Nell'ora oscura dell'alba

Un mondo migliore è possibile

Lettera Circolare 2003 di Mons. Pedro Casaldaliga

E’ iniziato da due anni il secolo XXI e il mondo continua ad essere crudele e solidale, ingiusto e fiducioso. C’è ancora la guerra e c’è l’impero, e l’impero ha inventato la guerra preventiva. Il mondo si divide ancora almeno in tre: Primo, Terzo e Quarto.

La fame, la povertà, la corruzione e la violenza sono aumentati; ma sono cresciute anche coscienza, protesta, organizzazione, volontà esplicita di alternativa.

Una voce di speranza sulle colline

di Maria Luisa Casiraghi




Burundese, di etnia tutsi, Marguerite Barankitse, detta Maggie, è una figura di primo piano nella difesa dei diritti dei bambini e ragazzi, emarginati per vari motivi dalla società, e per il suo indomabile e coraggioso impegno a favore della pace e riconciliazione. L’ 8 marzo 2007, ha narrato la sua esperienza e presentato i suoi progetti, a Milano, presso la Fondazione Università Iulm.

Maggie sorride mentre racconta la sua vita, elegante in quel modo del tutto naturale, istintivo, come solo le donne africane sanno esserlo, avvolta nel suo lungo abito tradizionale. Maggie ama i colori forti, vividi, sgargianti,forse perché nella sua vita ha rifiutato con determinazione il grigiore.

Quattordici anni fa, una mattina di ottobre del 1993, Marguerite Barankitse fu testimone di un orrendo massacro di hutu, perpetrato dai tutsi nella sede del vescovado di Ruyigi, dove lei lavorava come insegnante: 72 persone uccise sotto i suoi occhi, mentre lei, legata a una sedia, era costretta ad assistere impotente alla violenza cieca della sua gente.

Era l’inizio del genocidio interetnico che ha devastato il Burundi - così come il vicino Ruanda - sprofondato in una guerra civile che solo dal 2005, con l’ultimo accordo di cessate il fuoco e le elezioni generali, sta andando verso la fine.

Quel mattino di ottobre, mentre la furia assassina divampava nella città, Maggie abbracciò Chloe, giovane hutu studentessa di medicina, scampata miracolosamente al massacro, e prese con sé 25 bambini, incurante della loro etnia, mettendoli in salvo. Fu l’inizio di un’avventura, o forse di un miracolo: da allora, quel primo esiguo gruppo si è allargato, Maggie ha continuato a salvare e prendere con sé i piccoli scampati ai massacri, orfani, spesso loro stessi feriti o gravemente mutilati.

Nel 1994 è nata la Maison Shalom, nella provincia di Ruyigi, una delle più povere del paese. Una casa dove Maggie ha accolto le giovani vittime del genocidio,curandole, offrendo toro assistenza, educazione e istruzione, realizzando una serie di progetti nei settori del microcredito,dell’assistenza medica, della prevenzione dell’Hiv/Aids, del sostegno psico-sociale, della riunificazione familiare, del recupero dei bambini vittime di abusi sessuali e dell’educazione alla pace. Oggi l’organizzazione aiuta donne e bambini che, dopo annidi esilio in Tanzania, rientrano in Burundi per cercare di ricostruirsi una vita.

In 14 anni, attraverso la Maison sono passati 10 mila ragazzi. Sono le prime vittime del genocidio, ma anche della fame e Aids. Il paese è al terzo posto nel mondo per la diffusione dell’Hiv e conta 660 mila orfani (di cui 200 mila a causa del virus).

Poco tempo fa, una ragazza della Maison Shalom, che ha compiuto gli studi all’estero, è rientrata ed è stata eletta governatore provinciale. Il sogno di Maggie e dei volontari della sua struttura è che la Maison aiuti a formare la nuova classe dirigente del Burundi,un paese che deve essere ricostruito.

Alla Commissione europea, dove era stata invitata a parlare, Maggie ha lanciato un messaggio: «L’Europa versa lacrime su di noi Africani. Ma per aiutare qualcuno non bisogna piangergli addosso. Quando l’Occidente parla dell’Africa,ne parla come di un continente perduto. Ma io voglio dare voce alla speranza perché, sempre e comunque, la vita è una gioia».

L’impegno della signora Barankitse è ampiamente riconosciuto. Il 18 marzo 2003 ha ricevuto il premio per la difesa delle persone rilasciato dal Cear (Comisiòn española de ayuda al refugiado) e il 27 aprile dello stesso anno, a Stoccolma il Premio Nobel dei bambini. Il 2 febbraio 2004 è stata insignita della Laurea Honoris Causa in legge dall’Università di Louvain-la-Neuve; ha anche ricevuto il Four Freedoms Award da parte dell’istituto Franklin ed Eleanor Roosevelt e il Voices of Courage Award da parte del Comitato femminile per le donne e i bambini rifugiati, che ha sede negli Stati Uniti. Il 30 aprile 2005 è stata insignita del premio Nansen per i Rifugiati, promosso dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite.

Nonostante le minacce alla sua incolumità, la signora Barankitse ha continuato il proprio lavoro per promuovere pace e riconciliazione. Ai suoi “figli” Maggie ha insegnato il perdono, ha fatto incontrare le vittime del genocidio con i loro aguzzini, gli orfani con gli assassini dei loro genitori: perché, secondo lei, non ci può essere futuro senza una totale conversione del cuore. Il suo coraggio e la sua straordinaria vicenda umana sono ora raccontati nella biografia di Christel Martin, Madre di diecimila figli (Piemme), dalla quale stralciamo alcuni passaggi che illustrano la missione principale della Maison Shalom: fare nascere in Burundi una generazione, che porti la luce del perdono su tutte le colline.

Per realizzare questa missione Marguerite Barankitse è riuscita a «sposare armoniosamente, nonostante le loro contraddizioni, i valori degli ordinamenti sociali che ha incontrato. Ha saputo destreggiarsi con un certo buon senso tra i sistemi di riferimento tradizionali, i valori della religione cattolica e quelli delle istituzioni pubbliche introdotte dalla colonizzazione e poi dallo stato». E’ lei stessa a spiegare il suo impegno: «Cerco di prendere ciò che c’è di buono in tutte le culture, tanto nella mia tradizione quanto nello spirito occidentale. Ma è soprattutto la fede che mi ha aiutato ad avere un altro sguardo. La fede mi ha sostenuta nei momenti più atroci. Ho sempre custodito nel mio cuore la frase della bibbia: “Sarò con voi fino alla fine dei tempi”. È questa certezza che mi ha permesso di dire si e di accogliere ogni situazione incontrata nella vita ed è la forza che mi tiene in piedi. Ogni evento mi ha chiesto e mi chiede di dire sì alla vita e no,all’odio fratricida, questa decisione presa giorno dopo giorno richiede un’energia che supera le semplici forze umane. Per me c’è una sola religione, quella dell’amore e del perdono racchiusi nella fede biblica... Bisogna avere il coraggio di fare una rivoluzione d’amore, perché siamo stati creati per renderci felici a vicenda».

Le parole di Marguerite Barankitse sono semplici, lineari e qualcuno potrebbe definirle ingenue, ma la vita e le scelte di questa donna burundese dimostrano che il coraggio, la solidarietà e soprattutto la fede possono spostare le montagne.

(da MC, ottobre-novembre 2007)

Il segreto della vita di Pedro Casaldàliga

di Benjamin Forcano


La vita di Pedro Casaldàliga in questo libro

La ragione di questo incontro è quella di celebrare la vita di un amico che ha compiuto 80 anni il 16 febbraio: Pedro Casaldàliga. Un amico che, in luoghi vicini e remoti, è conosciuto, ammirato ed amato. Pedro Casaldàliga vive da 40 anni nel Mato Grosso, non è mai tornato da quando è andato via, e ha segnato uno stile di cristianesimo che vale davvero la pena celebrare.

Questo incontro si propone in primo luogo di commemorare l'evento attraverso la pubblicazione di un libro che raccolga ciò che dà senso alla vita di Pedro e che illustri, per quanti non lo conoscono, gli aspetti principali della sua personalità. Da qui il titolo del libro: Pedro Casaldàliga: le cause che danno senso alla sua vita. Ritratto di una personalità. A quanti di noi lo conoscono non è stato difficile enumerare queste cause e tracciare i tratti forti della sua personalità.

Abbiamo dato avvio all'impresa lo scorso luglio e di lì a poco avevamo delineato l'insieme: 10 le cause, 13 i tratti della personalità, più una presentazione, un prologo e un epilogo, per un totale di 26 collaborazioni provenienti da 12 diversi Paesi, a cui bisogna aggiungere quelle di un grafico, di due traduttori e di diversi fotografi. Ci è sembrato opportuno che nella prima parte, quella delle cause, ogni lavoro contenesse una breve scheda introduttiva dell'autore e ogni causa fosse accompagnata da un testo di Pedro. Il tutto completato da un suo autoritratto, da un elenco di premi che gli sono stati assegnati e da una rassegna biografica quasi completa.

Il frutto? Il libro che oggi vi presentiamo. Non è il momento di raccontare i passi, gli incidenti e le esperienze vissuti nel processo della sua intensa gestazione. Sottolineo un solo punto: tutti i collaboratori hanno ricevuto con gioia e gratitudine l'invito a partecipare. Nessuno si è rifiutato. Alcuni avrebbero voluto disporre di più tempo, ma tutti hanno messo nel lavoro il meglio del proprio cuore e della propria penna. Ringrazio tutti loro perché rendono possibile immaginare che un'altra Chiesa è possibile, altri vescovi sono possibili e un altro cristianesimo è possibile.

Dio, la passione più grande di Pedro Casaldàliga

Qual è il segreto della vita di Pedro?

È da tempo che mi chiedo: cos'ha Pedro Casaldàliga che non possiamo avere noi? Perché Pedro, di fronte a situazioni di ingiustizia e di tirannia, ha reagito in un certo modo mentre altri hanno girato alla larga? C'è qualche segreto nella vita di Pedro che ci spieghi il suo connaturato impegno con i poveri, la sua sdegnata protesta contro i potenti, la sua coerente posizione contro l'orrore dell'oppressione e della menzogna, la sua speranza indomabile malgrado l'impotenza e il fallimento?

Celebriamo gli 80 anni della vita di Pedro, quaranta dei quali passati dall'altro lato, all'interno dell'Amazzonia brasiliana. Lì, in una prelatura che abbraccia un terzo della Spagna, senza mai far ritorno da quando partì. E oggi celebriamo l'evento con la presentazione di questo libro.

Io, come suo antico e solidale conoscente ed amico membro di una comunità incardinata nella sua prelatura, da lui battezzata come "Nostra Comunità Enclave" e come cocuratore del libro, voglio sottolineare due aspetti.

Un debito fraterno con Pedro

Da dove viene l'ammirazione di tanta gente per Pedro?

Noi cristiani ci muoviamo all'interno di una Chiesa che sta vivendo cambiamenti e conflitti e disillusioni e speranze che non è sempre facile assimilare. In questo quadro, la figura di Pedro è un punto di riferimento e un esempio singolare.

La nostra fede viene da noi ricevuta e vissuta in comunità. Ci conosciamo, ci consultiamo e ci influenziamo. Per questo la nostra comunicazione con Pedro è fondamentale: Pedro lo vediamo, lo ascoltiamo, lo conosciamo e ci fidiamo di lui. Ha un modo di incontrarsi con Dio, di credere in Lui, che sorprende e convince. La fede di Pedro in Dio è da soggetto a soggetto, vicina, intima, incessantemente invocata e allo stesso tempo operativa in ogni momento della vita.

Questa fede Pedro l'ha rivelata nelle sue parole, nella sua poesia, nelle sue denunce, nei suoi momenti di sconforto e nelle sue speranze, nella sua fedeltà ribelle, nelle sue lettere, nei suoi libri, nelle sue lotte, gesti ed azioni. La sua fede ci giunge, ci anima, ci affascina, è un cammino per illuminare e irrobustire la nostra fede in Dio. La fede di Pedro si fa così fede nostra. Questa fede di Pedro è un dono per la Chiesa, ed è per questa che oggi vogliamo esprimergli gratitudine: è un debito fraterno che tutti noi abbiamo con lui.

Ma Pedro ha un'eco non solo nella Chiesa, bensì fuori di essa, tra molti non cristiani e persino atei. Cos'ha Pedro per indurre anche costoro a rivolgersi a lui, a rimanerne colpiti, a domandarsi: che tipo di credente è quest'uomo? Come si spiega l'inseparabilità tra la sua fede e la sua lotta per la liberazione da tutto ciò che degrada l'uomo? Chi può affermare, di fronte a lui, che la fede è alienazione?

Giornalisti di una televisione europea gli chiesero una volta: "Farebbe lo stesso se Dio non esistesse?". "Era come domandarmi - commentò Pedro - cosa avrei fatto se non fossi esistito o non fossi stato persona e cristiano. So che altri senza consapevolezza di Dio, fanno di più e danno tutto e fanno dono di sé. Essi non credono di stare con Dio. lo credo sempre che Dio stia con loro".

Quale strana sintonia induce Pedro a rispettare quanti "senza consapevolezza di Dio" lo proclamano con la testimonianza della loro vita?

"Ho avuto - confessa Pedro - un esplicito incontro con Dio, in Gesù Cristo, all'interno della comunità di fede, che è la sua Chiesa. E questo è un mistero che mi schiaccia e che mi obbliga a credere che Dio è più grande del nostro cuore e dei nostri dogmi e della nostra comunità".

La sicurezza di questo incontro non gli impedisce di affermare: "Se non avessi fede per negare la morte, / forse non avrei il coraggio di nominarla. / Forse non sarei capace di questi cammini / se non ci fosse Dio, come un'aurora, / a rompere la nebbia e la stanchezza".

Questa sua fede in un Dio più grande del nostro cuore e della nostra Chiesa ha prodotto questo canto per la morte di Che Guevara:

"Riposa in pace. E attendi, ormai al sicuro, / con il petto curato / dall'asma della stanchezza: / libero dall'odio lo sguardo agonizzante; / senza altre armi, amico, / che la nuda spada della tua morte. / Né i "buoni" - da un lato - / né i "cattivi" - dall'altro - / intenderanno il mio canto. /Diranno che sono solo un poeta. / Penseranno che è stato per moda. / Ricorderanno che sono un prete "nuovo". / Per me è uguale! / Siamo amici / E parlo con te ora attraverso la morte che ci unisce; / allungandoti un ramo di speranza, / tutto un bosco fiorito / di jacarandás perenni, /amato Che Guevara!".

Questa stretta unione tra le cause degli uomini e la causa di Dio è il segreto della vita di Pedro Casaldàliga, e la sua avventura. Sarà questo il marchio di fabbrica che Casaldàliga potrà offrire al mondo attuale: il superamento dello scontro tra la ragione e la fede, tra il protagonismo umano e la volontà di Dio, e dell'ostilità tra ateismo e cristianesimo. Non sembra che questo sia stato un problema per Pedro. Non ci sono conflitti con il pensiero e la giustizia quando la fede è autentica. Pedro smaschera la finzione di questo antagonismo, gettando automaticamente luce su soluzioni concrete.

L'atteggiamento di fronte al povero definisce il nostro atteggiamento verso Dio

Voglio collegare tutto questo all'atteggiamento di Pedro nei riguardi dei poveri, perché è qui che dovrebbe realizzarsi l'incontro definitivo tra quanti cercano una società nuova, senza classi, senza sfruttamento né disuguaglianze, e quanti optano per il Vangelo.

Pare che per Pedro sia stato molto chiaro: il suo atteggiamento di fronte ai poveri definisce il suo atteggiamento di fronte a Dio. Ed è per questo che da giovane prese la decisione di andare in missione: per rendere effettiva l'opzione per i poveri. Giunse il suo momento e nel 1968 parti per il Mato Grosso brasiliano. "Questi - scrisse poche settimane dopo - sono i poveri del Vangelo". E già nel 1970 firmò il suo primo rapporto-denuncia: raccoglieva, in una litania tragica, i casi in carne e ossa di contadini ingannati, minacciati, percossi o feriti o uccisi, assediati nella foresta, senza alcuna tutela da parte della legge, senza diritto alcuno, senza umana via di uscita.

Persino il nunzio gli chiese di non pubblicarlo all'estero e uno dei più grandi terratenientes lo avvertì che non doveva occuparsi di tali questioni. Ma, per Pedro, era il momento di mettere in pratica la sua opzione: "Non potevamo – scrive - celebrare l'eucarestia all'ombra dei padroni".

Pedro si scioglie quando scrive di questa causa: "I poveri sono la pupilla dei miei occhi. Mi ha sempre spezzato il cuore vedere la povertà da vicino. Mi sono sempre trovato bene con gli esclusi. Sono incapace di assistere ad una sofferenza senza reagire. D'altra parte, non ho mai dimenticato di essere nato in una famiglia povera. Mi sento male in un ambiente borghese. Mi sono sempre chiesto perché, se posso vivere con tre camicie, ho bisogno di averne dieci nell'armadio. I poveri della mia prelatura vivono con due camicie, una addosso e l'altra di ricambio. Sono convinto che non si possa essere rivoluzionari né profeti né liberi senza essere poveri. Se sono povero mi sento libero da tutto e per tutto. Il mio slogan è stato: essere libero per essere povero ed essere povero per essere libero".

Lo ha lasciato scritto in versi:

“Non aver niente. / Non portare niente. / Non poter niente. / Non chiedere niente. / E, di passaggio, non uccidere nulla; / non mettere a tacere nulla. / Soltanto il Vangelo, come un coltello affilato, / e il pianto e il riso negli occhi, / e la mano tesa e stretta, / e la vita donata. / E questo sole, e questi fiumi, e questa terra comprata, / per testimoni di una rivoluzione già esplosa. / E più niente!"

La sua radicalità lo ha portato a dire: “Il teologo Karl Rahner scriveva: ‘Nel XXI secolo, un cristiano o sarà mistico o non sarà’. Premetto che considero Rahner come il più grande teologo del XX secolo. Tuttavia, credo, con la più tremante convinzione evangelica, che oggi, nel XXI secolo, un cristiano/a o è povero/a e/o visceralmente alleato/a dei poveri o non è. Nessuna delle note della Chiesa resta in piedi se si dimentica questa nota fondamentale, la più evangelica di tutte: l'opzione per i poveri".

Questa è stata l'esperienza del Gesù storico, l'umiliato, fattosi uno di noi, inviato per liberare i poveri, colui che ha mostrato con la sua vita cosa fosse la passione di Dio.

Mi chiedevo quale fosse il segreto della vita di Pedro Casaldàliga. È rivelato nelle sue cause. Ma queste cause, tutte, si richiamano, più che a una causa, ad una passione, la più grande passione della sua vita: Dio, il Dio di Gesù, una realtà ineludibile, una presenza certa, operante, mai svelata, che guida il nostro cammino, che anima tutto e verso cui tutto confluisce, il Dio degli esseri umani.

Per Dio, per questo Dio ha optato Pedro Casaldàliga ed è per questo Dio che ha optato per tutte le cause che ha fatto sue. Lo spiega bene Pedro Trigo nel suo lavoro “La Causa di Dio": “Pedro ha assunto successivamente tutte queste cause per la causa di Dio Ma allo stesso tempo, non è possibile parlare del Dio che vive Pedro senza partire di tutte le cause in cui si è impegnato".

Concludo con quest'ultima frase dell'articolo di Leonardo Boff:

“Quando gli attuali e tormentati tempi saranno passati, quando i sospetti e le meschinità saranno stati ingoiati dalla voragine del tempo, quando ci guarderemo indietro e valuteremo gli ultimi decenni del XX secolo e gli inizi del XXI secolo, individueremo una stella nel cielo della nostra fede, rutilante, dopo aver fronteggiato nubi, sopportato oscurità e superato tempeste: è la figura semplice, povera, umile, spirituale e santa di un vescovo che, straniero, si fa compatriota, distante si fa prossimo e prossimo si fa fratello di tutti, fratello universale: don Pedro Casaldàliga".

(Adista, 8 marzo 2008, n. 20, pp. 7-9)

Vale la pena impegnarsi
per una società come questa?

di Ivan Illich *





Cinquant'anni fa, gran parte delle parole che un americano sentiva, venivano rivolte personalmente a lui come individuo o a qualcuno che gli stava vicino. Solo occasionalmente le parole lo raggiungevano come uno qualunque della folla, a scuola, in chiesa, in manifestazioni o incontri vari.

Oggi, le parole che si rivolgono all'attenzione del singolo sono diventate rate: serie meccanizzate di immagini, idee, sentimenti e opinioni, impacchettate e consegnate attraverso i mezzi di informazione, attaccano le nostre sensibilità con una regolarità incessante.

E’ evidente che l'evoluzione del linguaggio risponde al modello delle relazioni bisogno-soddisfazione, in una gamma sempre più ampia. E’ anche evidente che la sostituzione dei significati conviviali con merce di manipolazione industriale è davvero universale e rende sempre più simili l'insegnante di New York, il contadino di una comune cinese, lo scolaro Bantù e il sergente brasiliano.

Una scelta di ampiezza mondiale

Soltanto in pochi decenni, la terra è diventata un misto di cose diverse rese uniformi. Le risposte umane ai bisogni quotidiani sono state standardizzate, anche se il linguaggio e i beni sembrano tuttora differenti. Giorno per giorno aumenta la gente che si unisce all'incredibile maggioranza che marcia al ritmo di una stessa megamacchina.

L'interruttore accanto alla porta ha preso il posto dei tanti modi in cui si presentavano in precedenza fuochi, candele e lanterne. In dieci anni gli utenti schiacciabottoni sono triplicati. Sciacquone e carta igienica sono diventati condizioni fondamentali per liberarsi dai vasi da notte. Per un numero sempre maggiore di persone, la luce che non viene da una rete ad alto voltaggio e l'igiene senza fazzolettini di carta, significano povertà. Le attese crescono, mentre declina rapidamente la fiducia piena di speranze nelle proprie capacità e in quelle degli altri che ci sono vicini.

L'intrusione ora soporifera ora rauca dei media, arriva nel profondo della comune, del villaggio, della corporazione, della scuola. I testi programmati degli editori e degli oratori, costringono ogni giorno le parole di una lingua parlata in blocchi costruiti per linguaggi impacchettati.

Oggi bisogna essere isolati o attentamente e accuratamente emarginati, se vogliamo che i nostri figli giochino in un ambiente dove si ascolti la gente comune invece dei divi, degli oratori e degli insegnanti. In qualsiasi posto si può osservare il rapido sviluppo di una disciplinata acquiescenza che caratterizza l'uditorio, i consumatori, gli utenti. La standardizzazione dell'atto umano si diffonde.

E’ chiaro quindi che il problema di fronte al quale si trova la maggior parte delle comunità al mondo è esattamente lo stesso:

rimarremo numeri di una folla condizionata che va verso una dipendenza crescente (con selvagge lotte per dividerci le droghe che alimentano il nostro stile di vita) se non troveremo il coraggio di star fermi e guardarci attorno, alla ricerca di qualcosa che sia diverso da frettolose soluzioni precostituite.

Molti però, si dimostrano non solo infastiditi, ma anche profondamente offesi,

quando si dice che i boliviani e gli ungheresi e i canadesi si trovano tutti di fronte alla stessa scelta fondamentale. Questa idea sembra non solo folle, ma scandalosa. Non ci si cura di esaminare gli aspetti di fondo comuni nella degradazione, che si inasprisce sempre più, nella fame degli Indiani dell'altopiano, nella nevrosi del lavoratore di Amsterdam e nella cinica corruzione del burocrate di Varsavia.

Verso una cultura dei beni essenziali

Lo sviluppo ha avuto lo stesso effetto in tutte le società ognuno è stato imbrigliato in una nuova ragnatela di dipendenze dalle “comodità”, prodotte dallo stesso tipo di macchine, industrie, cliniche, studi TV e scatole pensanti.

Per soddisfare questa dipendenza, si devono produrre grandi quantità crescenti dello stesso prodotto: beni standardizzati e meccanizzati, progettati per consumatori ancora da venire, che saranno trascinati dagli agenti di vendita ad aver bisogno di quel che gli sarà offerto. Questi prodotti, siano essi beni tangibili o servizi intangibili, sono la base della produzione industriale. Il loro valore monetario indotto, in quanto comodità, è determinato in varie proporzioni dalla situazione generale e dal mercato.

Le culture differenti diventano rifiuti insipidi di modi di fare tradizionali, buttati via in un immondezzaio mondiale, un terreno arido devastato dalla meccanizzazione dovuta alla produzione e al consumo.

Sulle rive della Senna e del Niger, le popolazioni hanno smesso di imparare e hanno dimenticato come si fa a mungere, perché il latte lo trovano in negozio. Grazie alla clientela del consumatore più ricco, il latte è più raffinato in Francia che in Mali. Oggi molti più bambini possono bere latte di mucca, ma i seni delle donne ricche come delle povere si asciugano. Il consumatore assuefatto nasce quando il bambino piange per la bottiglia, quando l'organismo è portato a volere il latte del negoziante e a rifiutare la mammella che, quindi, si atrofizza. L'azione umana autonoma e creatrice, richiesta per far fiorire l'universo umano, perde il suo valore.

Cemento armato e plastica ondulata hanno preso il posto dei tetti di assi o di paglia, di tegole o di ardesia. Gli ostacoli della giungla, i biasimi ideologici, non hanno impedito al povero e al socialista di correre sulle autostrade dei ricchi, strade che li portano dove gli economisti prendono il ruolo di sacerdoti. La zecca calpesta i tesori e gli idoli locali. I soldi svalutano ciò che non è loro conforme. La crisi è allora la stessa per tutti: la scelta tra maggiore o minore dipendenza dalle comodità industriali.

Maggior dipendenza significa rapida e completa distruzione di culture che sono strutture per rispondere ad attività di sopravvivenza. Minor dipendenza significa lo svariato fiorire di valori d'uso in culture con attività intensa.

Per tutti, ricchi o meno, la scelta è essenzialmente la stessa, anche se difficile da immaginare per chi ormai si è abituato a vivere dentro i supermercati, che sono luoghi diversi solo nel nome delle corsie per gli idioti.

La società tardo industriale organizza la vita attorno alle comodità, Le nostre società di mercato intensivo, misurano il progresso materiale dall'aumento in volume delle comodità prodotte. E, prendendo spunto da questo settore, noi misuriamo il progresso sociale dalla distribuzione dell'accesso a queste comodità. Il socialismo si è orientato verso una lotta contro la cattiva distribuzione e l'economia del benessere ha identificato il bene pubblico con l'opulenza. L'umiliante opulenza del povero. Si potrebbe alimentare una famiglia indiana per un mese, col costo di un giorno di vita da “slum”, col costo di un giorno di degradazione organizzata in un ospedale o nella prigione di una città negli USA.

Senza curarsi di tutte le forme di scambio che non hanno prezzo, la società industriale ha creato un ambiente urbano che non è fatto per le persone, a meno che non consumino ogni giorno la propria quantità di metallo e di combustibili, un mondo in cui il bisogno costante di protezione contro gli effetti non voluti della concentrazione più alta di beni e di potere, ha scavato nuove trincee di discriminazione.

Impotenze e frustrazioni

Il movimento ecologico pilotato dall'establishment ha, fino ad ora, rafforzato ulteriormente questa tendenza e ha concentrato l'attenzione su una tecnologia industriale sempre più spinta e, nel migliore dei casi, sullo sfruttamento della produzione industriale da parte dei proprietari privati. E’ stato posto il problema del venir meno delle risorse naturali, degli inconvenienti dell'inquinamento, dell'intreccio dei rapporti di potere. Ma persino quando i prezzi devono rispondere all'impatto dei prodotti con l'ambiente alla svalutazione dovuta alla noia, al costo della popolarizzazione, non vediamo ancora chiaramente che la divisione del lavoro, il moltiplicarsi delle comodità e la dipendenza da queste, sostituiscono forzatamente quasi tutto ciò che la gente prima costruiva o faceva in proprio.

lingue; metà di quelle che si parlavano ancora nel 1930 oggi vivono solo come soggetti per le tesi di laurea. Quei linguaggi differenti che stanno a testimoniare dei modi incomparabilmente diversi di vedere, usare e godere il mondo, suonano sempre più simili.

La coscienza è colonizzata da etichette importate che il fornitore provvede a offrire. Ma gli stessi che si preoccupano della perdita delle culture, delle varietà genetiche o delle moltiplicazioni degli isotopi radioattivi a lunga durata non avvertono l'irresistibile degradazione delle abilità, delle storie personali e delle sensibilità.

Questa progressiva sostituzione di valori utili ma non commerciabili, con beni industriali e servizi, è stata il risultato oscuro delle fazioni politiche e dei regimi opposti, che hanno distrutto innumerevoli sistemi e infrastrutture dove la gente poteva trovarsi, mangiare, fare amicizia e innamorarsi. Uno o due decenni del cosiddetto sviluppo sono stati sufficienti a smantellare i modelli tradizionali di cultura dalla Manciuria al Montenegro. Prima di questi anni, tali modelli consentivano alla gente di soddisfare la maggior parte dei bisogni in una struttura di sussistenza. Poi la plastica ha rimpiazzato la ceramica, le bevande gassate hanno sostituito l'acqua, il valium l'infuso di camomilla e i dischi la chitarra.

In tutta la storia passata, il metro per misurare i periodi di magra era la percentuale di cibo che doveva essere comperato. Nei periodi buoni quasi tutte le famiglie prendevano gran parte del loro nutrimento da quello che coltivavano o che ottenevano attraverso una rete di scambi amichevoli. Fino al tardo '700, più del 99% del cibo mondiale era prodotto all'interno dell'orizzonte che il consumatore poteva vedere dal campanile della chiesa o dal minareto. Le leggi che tentavano di operare un controllo sul numero dei polli e dei maiali all'interno delle mura della città, indicano che, eccezion fatta per poche grandi aree urbane, più della metà di tutto il cibo consumato era coltivato all'interno della città.

Prima della seconda guerra mondiale, meno del 4% di tutto il cibo consumato veniva trasportato da fuori regione e queste importazioni riguardavano in massima parte le undici città che allora contenevano più di due milioni di abitanti.

Oggi, il 40% dell'umanità sopravvive solo perché ha accesso ai mercati interregionali. Un futuro in cui il mercato mondiale di capitali e di beni fosse severamente ridotto è oggi un tabù, come l'idea di un mondo moderno in cui la gente attiva usi moderni strumenti conviviali per creare valori d'uso che liberino dal consumo.

In questo modello si riflette la credenza che attività utili nelle quali ci si possa esprimere e soddisfare i propri bisogni, possano essere sostituite indefinitamente da beni e servizi standardizzati.

Povertà modernizzata

Oltre un certo limite, la moltiplicazione delle comodità porta all'incapacità di coltivare, di costruire, di cantare. Fra le condizioni umane, la fatica e il piacere diventano un vano privilegio di alcuni ricchi.

Quando Kennedy lanciò “L'Alleanza per il Progresso”, Acatzingo, come molti villaggi messicani delle sue dimensioni, aveva quattro gruppi di musici che suonavano per un bicchiere di vino e “servivano” una popolazione di ottocento anime. Adesso i dischi e le radio sostituiscono il talento locale attraverso gli altoparlanti. Occasionalmente, per nostalgia, si fanno collette per far cantare le canzoni antiche a una banda di esuli universitari, in qualche ricorrenza speciale.

Il giorno in cui il Venezuela fece una legge sul diritto di ogni cittadino all'alloggio, le loro abitazioni autocostruite vennero degradate al rango di catapecchie. Inoltre (e questo è il male) in questo modo si comprometteva l'autocostruzione. Non si poteva più costruire senza presentare un progetto approvato da un architetto. Roba vecchia e scarti utili di Caracas, fino ad allora utilizzati come eccellente materiale da costruzione, adesso creano il problema dello smaltimento dei rifiuti solidi. Chi si fa il suo “alloggio” è guardato come deviante che si rifiuta di collaborare coi gruppi locali di pressione per l'assegnazione di unità di abitazione nei quartieri popolari. Oltre a questo, sono comparse numerose norme che definiscono illegale o perfino criminale l'ingenuità degli autocostruttori.

Questi esempi mostrano come il povero sia il primo a soffrire, quando un nuovo tipo di comodità elimina le tradizionali abilità legate alla sussistenza. L'utile disoccupazione per i poveri senza lavoro, viene sacrificata all'espansione dei mercati del lavoro. L'edilizia come attività scelta di propria iniziativa e qualsiasi altra libertà di utilizzare il tempo libero dal lavoro, diventano il privilegio di qualche stravagante ricco annoiato.

L'adesione all'opulenza paralizzante, quando viene assimilata da una cultura, produce “povertà modernizzata” cioè una forma di svalutazione associata necessariamente alla proliferazione delle comodità.

L'inutilità crescente della produzione industriale di massa è sfuggita all'attenzione degli economisti perché non si può valutare con il loro metro, così come l'inutilità dei servizi sociali che non può essere “calcolata”. Gli economisti non hanno nessuna ragione valida per inserire nei loro calcoli la perdita di ampiezza sociale di un tipo di soddisfazione che non ha equivalente sul mercato. Oggi gli economisti si potrebbero definire membri di una confraternita che accetta solo chi nella propria attività professionale, può ignorare sempre di più il declino dell'abilità individuale di fare e creare che è il prezzo di ogni ulteriore grado di comodità e di benessere nel sistema contemporaneo, sia a Est che ad Ovest.

L'esistenza e la natura della povertà modernizzata rimangono nascoste anche nella normale conversazione, se riguardano in primo luogo i poveri. Quando lo sviluppo e la modernizzazione colpiscono i poveri, quelli che fino ad allora erano stati capaci di sopravvivere in barba all’economia di mercato, sono spinti a sopravvivere tramite il consumo in un sistema di acquisto che per loro significa sempre e necessariamente prendersi la “feccia” del mercato.

Gli Indios di Oaxaca che non avevano accesso alle scuole adesso vengono “arruolati” nelle scuole dove “guadagnano” certificati che misurano esattamente la loro inferiorità rispetto alle popolazioni urbane. E come ulteriore fregatura, senza questo pezzo di carta non possono più accedere al lavoro.

La modernizzazione dei bisogni aggiunge sempre nuove discriminazioni alla povertà. La povertà modernizzata ora è diventata l'esperienza comune a tutti esclusi quelli così ricchi da poter evadere nel lusso.

Quando gli aspetti della vita cominciano a dipendere uno dopo l'altro dalle forniture meccanizzate e pianificate, pochi di noi sfuggono alla sensazione sempre più diffusa di impotenza. Il consumatore medio americano viene bombardato da centinaia di sollecitazioni e a molte di queste reagisce, per lo più, in modo negativo. Anche i compratori più furbi, da ogni comodità ricevono una ulteriore sensazione di inutilità. Sospettano di aver comprato qualcosa di dubbio valore, forse già inutile e persino pericolosa, oppure qualcosa che richiede accessori più costosi.

I compratori benestanti si organizzano: in genere iniziano richiedendo un controllo della qualità e spesso protestano duramente. In questo senso i gruppi di vicinato negli “slum” del sud di Chicago troncano i collegamenti con i servizi e le cure dell'assistenza sociale o rifiutano i libri di testo nel Kentucky.

Ricchi e poveri possono riconoscere abbastanza chiaramente una nuova forma di benessere frustrante nelle ulteriori espansioni della cultura dell'intensità di mercato. Inoltre, i benestanti cominciano ad essere sensibili alla propria situazione difficile che si rispecchia nei poveri. Ricchi e poveri sono pronti a preferire un'attività soddisfacente al consumo frustrante: biciclette invece dei motori, levatrici invece dei ginecologi, lettura di libri invece degli studi per il diploma, disoccupazione creativa e valori d'uso invece di squallidi impieghi.


* Nel 1980, presso il Monastero di Montebello, si è tenuto un incontro avente come tema “Vale la pena impegnarsi per una società come questa?”. Ivan Illich, non ha potuto intervenire personalmente all'incontro. Questo è il testo di un suo intervento che è stato letto.
Martedì 04 Dicembre 2007 23:39

Alla speranza (Luciano Luisi)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Alla speranza

di Luciano Luisi

Restami accanto, speranza, non cedere.
Non credere se dicono
gli anni che porto addosso,
           - e contando
quelli che suppergiù
mi restano –
           sussurrano
che già sarebbe giunta
l’ora, per me, di saltare
quel fosso.
          Resisti,
sorridimi con la tua luce
in quest’ombra che avanza,
tu mia materna mano che mi guidi
fra questi foglie, tra queste
fragili carte affannate.
Non restare in disparte
quando imbocco una strada
nuova, che mi conduce
a fare un’altra prova.
O a progettare sognando
un lontano domani
(che non vedrà
l’aurora, ma sognare
è amare ancora)
come se fosse infinita
la vita, anche se sono
(ma l’ho sentito dire
              dagli altri e li perdono)
ormai vicino a morire.

(da Letture, dicembre 2007)

Sabato 24 Novembre 2007 22:09

Speranza (Werner Post)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Speranza

di Werner Post

Concetto e problematica generale

1. La speranza abbraccia un campo così vasto di significato, che una sua definizione formale non può essere sufficiente, come del resto non può essere completa una sua definizione storico-descrittiva. Dal punto di vista psicologico essa denota, come concetto fondamentale, certe emozioni; dal punto di vista della filosofia della storia può essere intesa come movente di processi storici; essa ha un significato per l'etica, e nella teologia cristiana è considerata virtù divina.

In una delimitazione provvisoria si possono distinguere, da un punto di vista metodologico, aspetti formali e aspetti materiali: speranza come atto puro (spes qua) e come fine sperato (spes quae); nel primo caso essa indica, in diversi gradi di intensità e certezza, un sentimento di aspettazione, carica di sensi di piacere, di realtà future, sentimento che non deve restare limitato all'individuo, ma talvolta è considerato un a priori emotivo di tutto il genere umano o di singole epoche. Rispetto alla programmazione, ai pronostici e ai calcoli, essa contiene un elemento distintivo, che è dato dall'incertezza e assolutezza del fine: data la sua apertura critica nei confronti di se stessa, quanto a contenuto di realtà essa supera le fantasmagorie e le allucinazioni.

Il fine sperato può avere una portata pressoché infinita, giacché come tale viene costruito soltanto dalla speranza; per questa ragione la speranza scavalca per definitionem anche le regole della conoscenza scientifica: essa si riferisce al possibile, non al presente. Questo possibile può essere oggettivato in religioni, grandi sistemi filosofici, od anche anticipazioni artistiche, come pure in forme apparentemente banali, di breve durata e percepibili solo micrologicamente. Talvolta la speranza viene ascritta anche, come principio teleologico, alla natura.

Da quanto si è fin qui detto si possono desumere tre questioni filosofiche centrali sul concetto di speranza: (a) La speranza è una categoria ontologica e metafisica, che risiede nell'essere, nella natura o in una storia universale intesa come sostanza? o è una categoria di emozioni soggettive e collettive che si realizzano nell' ambito di una storia teleologico-finita?

(b) Se la speranza trascende il contesto di una scienza orientata verso la realtà, come si può allora distinguere nettamente la docta spes (E.BLOCH) dall'illusione e dall'errore?

(c) La speranza è un affetto insaziabile e perciò cieco, che a priori deve trascendere ogni soddisfacimento raggiunto, per il fatto che in linea di principio non può raggiungere la piena soddisfazione nella storia? o lo è perché finora non si è avuto alcun appagamento storico della speranza?

Queste tre domande sono state poste in diversa forma soprattutto nella dottrina cristiana e nella teoria marxista. Non a caso le due dottrine coincidono nel fatto che si studiano di annullare in diversa maniera la pretesa di autarchia della filosofia, senza per questo rinunciare del tutto alla teoria. Né il cristianesimo né il marxismo danno ai tre suddetti quesiti una risposta filosoficamente vincolante, conclusiva; ma quando hanno cercato di farlo, l'hanno fatto al prezzo di un inquadramento metafisico od onto­logico della speranza. Proprio per questo il futuro minaccia di diventare una variazione in fin dei conti fatale, senza sorprese, di ciò che da sempre è dato, un mero correlato del presente; la speranza minaccia di diventare l'anamnesi di un sempre vero, che finora si è semplicemente mantenuto nascosto. La speranza viene quindi ad essere un concetto-limite della filosofia. È perciò opportuno far fronte a questa situazione con un'analisi concettuale che proceda prevalentemente sul piano immanente, sì che del concetto si possano prendere in considerazione anche i suoi aspetti non-filosofici (escatologia, salvezza, rivoluzione, utopia ecc.).

Il concetto di speranza nella filosofia e nella teologia cristiana

2. Mentre nell'antichità greca la speranza (elpìs) si riferisce tanto al buon esito quanto al cattivo esito di uno sviluppo, nel contesto biblico essa designa sempre, nonostante tutte le differenze di dettaglio, un'aspettazione ottimistica. Cassandra può predire la caduta di Troia, senza che venga a mutare alcunché nel nesso incrollabile del destino; l'annuncio della caduta di Ninive da parte del profeta Giona giova a stornare il pericolo incombente; solo nella speranza dell'immortalità PLATONE, SOCRATE, gli Orfici e gli adepti dei culti misterici si dimostrano più ottimisti dell'antico Israele.

Nella vita dell'uomo di fede dell'Antico Testamento, Dio e speranza - che si presenta sotto vari nomi - sono quasi sinonimi. Mentre il sapiente greco, considerata l'ambivalenza della speranza, deve prendere provvedimenti del caso (prométheia), l'Israelita confida nella fedeltà di Jahvè, al quale rimane riservata la guida della storia e il quale nella storia realizzerà le sue speranze; queste speranze si riferiscono in primo luogo al popolo d'Israele, e solo in un secondo momento vengono in risalto anche tratti individualistici, fino alla speranza dell’immortalità. La storia si presenta così come un processo lineare, il cui fine e la cui fine non sono in proprio potere.

Anche nel Nuovo Testamento manca una riflessione sistematica, improntata a categorie filosofiche, sul concetto di speranza; questo appare in tre versioni: elpìzein, gregorêin e hypomènein, che includono tutte lo stesso campo di fiducia, pazienza, attesa della futura salvezza. (1) La forma fondamentale della speranza si riferisce sempre alla tensione tra la salvezza già presente e quella che ancora manca. Ci sono, invero, degli abbozzi della triade di fede, speranza e carità, ma non nel senso di un sistema delle virtù. Soprattutto il rapporto tra fede e speranza è così stretto, che sarebbero arbitrarie delle distinzioni nette. Le diverse sfumature e accentuazioni della speranza si devono in genere alla situazione particolare dell’autore e dei destinatari. La speranza presuppone sempre l’esperienza caratterizzante della fede in Gesù in quanto Cristo; perciò i pagani non possono avere una siffatta speranza; essi ripongono i loro desideri in fini e sicurezze terreni, invece che “eonici”. Nelle tradizioni dei primi tempi ha una grande importanza l’attesa a breve termine; PAOLO, invece deve già diffidare da anticipazioni fanatiche del muovo eone. Talvolta si hanno degli echi del concetto ellenistico della virtù della pazienza, che più tardi trapassa nella concezione patristica della speranza come una virtù generale e atemporale della fiducia in Dio. Il tardare della parusia e l'inizio delle persecuzioni fanno sì che si accentui l'aspetto della paziente e fedele perseveranza. Il fine della speranza consiste nell'attesa delle future opere di Dio in Cristo, nella parusia, nell'avvento del Regno di Dio, e quindi nella resurrezione dei morti, nella vita eterna della “gloria”, alla quale prende parte tutto il creato. La speranza si distingue dalla mera speculazione, perché il fondamento della sua legittimazione è divenuto visibile nella persona e nell'opera di Gesù come evento storico, e perciò ha già avuto inizio l'adempimento delle promesse. Così vengono certo a cadere le visioni tragiche, stoiche e catastrofiche della storia, ma ciò non significa affatto che la vita terrena non possa concludersi con un fiasco o che debba diventare inutile ogni sforzo o abnegazione di sé: la salvezza piena non è ancora presente, per cui resta sempre un ineliminabile residuo d'incertezza; ma ciò non vuol dire, comunque, che l'aldilà della salvezza si possa intendere come realtà soprannaturale.

TOMMASO D 'AQUINO chiama la speranza “motus appetitivae virtutis”, sempre in relazione ad un bonum (arduum, futurum, possibile). (2) Come virtù speciale dello status viatoris, essa trova nella morte la sua prova estrema. In quanto che rappresenta una dote o virtù naturale, essa si riferisce ad un fine istintivo sensibile e ad un bene spirituale (istinto, spontaneità); la virtus appetitiva insita in tutto il creato diventa virtù teologica della speranza soltanto in virtù del suo oggetto, la salvezza soprannaturale, perché tale oggetto può essere conosciuto come desiderabile soltanto in virtù della grazia precedentemente ottenuta. La rivelazione e la fede rappresentano dunque l'oggetto formale, mentre la salvezza eterna, la beatitudine in comunione con Dio, rappresenta l'oggetto materiale della speranza. Tutte le altre forme di speranza, meno perfette, si riferiscono in ultima analisi a questa realizzazione assoluta. Perciò i principali difetti della speranza consistono nella presunzione (perversa securitas) come anticipazione della salvezza, e nella disperazione o accidia (acedia) come anticipazione della mancata realizzazione.

Insieme con la fede e la carità, la speranza esprime un'unità delle virtù, che per così dire costituisce l'atto di giustificazione. Il grado di certezza della speranza è determinato dalla tensione tra la fede sgombra da dubbi e la realizzazione non ancora avvenuta. Come virtù, la speranza si riferisce in primo luogo al soggetto che spera. Qui viene ridotto il carattere di totalità della speranza, che nella concezione biblica si riferisce tanto all'intero “popolo” quanto all'individuo e abbraccia tutta la storia; anche l'aspetto escatologico va ampiamente perduto, a beneficio di una teoria, staticamente costruita, delle due nature. In seguito ne derivò la dislocazione, criticata fino ai nostri giorni, dei contenuti terreni e soprannaturali della speranza, che andò di pari passo col disprezzo delle necessità concrete e dei bisogni terreni. In un mondo che non era più disposto ad orientarsi né nel senso dell'ordo medievale né in quello dell'antica polis, questa dottrina delle virtù dovette necessariamente perdere in plausibilità. Il moderno ideale della scienza, legato all'inizio dell'evo moderno, prese possesso della storia universale riservandola all'azione dell'uomo, alla quale si andavano sempre più rivolgendo le umane speranze, mentre Dio e l'aldilà si poterono ancora affermare quasi esclusivamente come un'istanza competente per la compensazione di sofferenze individuali per il momento inevitabili. La storia della salvezza e la storia del mondo si divisero così come entità non legate fra loro; da un lato ne risultò una sottovalutazione della “giustizia dell'opera” rispetto alla completamente diversa salvezza di Dio, mentre dall'altro la storia del mondo si rese autonoma, nel concetto di progresso, in una storia della salvezza secolare. Il moderno ideale della conoscenza, che procedeva more geometrico e che anche nella storia collegava strettamente fra loro il conoscere e l'agire o capacità di agire, non si poteva contentare di una speranza intesa in senso teologico o emotivo, ma pretese criteri scientifici e sicurezza metodologica. Di conseguenza la speranza dovette appoggiarsi a varie costruzioni storico-filosofiche; a partire dalla convinzione di poter organizzare scientificamente la storia, e poi passando per una storia della ragione teleologica, di una teleologia naturale con tratti evolutivi, per utopie restaurative, romantiche e rivoluzionarie, tali costruzioni giunsero fino al dubbio nella capacità dell'uomo di salvare se stesso nel pessimismo, e fino al nuovo tentativo, oggi, di promuovere una futurologia con l'ausilio di tecniche raffinate, con la pronosticazione, la programmazione e l'organizzazione secondo il modello delle scienze.

In tutti gli approcci, però, la speranza non viene semplicemente sostituita, ma si ripresenta come suo momento implicito e viene specificata, corretta, concretizzata od anche negata. Essa ha tuttavia perduto la sua forma tradizionale come virtù cristiana; laddove viene criticato l'ottimismo del progresso, solo di rado ciò si verifica in modo legittimo sulla base della concezione cristiana; la teologia della storia trova la sua crisi e le sue aporie nel problema della teodicea, la cui insolubilità scoraggiò proprio le menti critiche, se si prescinde dalle questioni gnoseologiche.

Ma quanto più le nuove concezioni della speranza venivano ad assumere tratti oggettivistici (necessità storica) e a riferirsi a totalità (la specie, la storia universale), tanto meno i problemi concreti, individuali e posti dalla natura potevano essere conciliati con le prospettive assolute della filosofia della storia; questi ambiti non conciliati - come morte, dolore, infelicità, finitudine, fallimento, colpa, afflizione - formarono una riserva dalla quale poté attingere la rinascita di immagini soggettive della speranza, in teorie personalistiche, esistenzial-ontologiche o esistenzialistiche, filosofico-trascendentali e via dicendo. La teologia cristiana partecipò a queste nuove impostazioni e grazie ad esse si liberò da incrostazioni scolastiche e biblicistiche.

In questo modo, però, essa ricadde in una posizione antiilluministica o comunque critica nei confronti dell'illuminismo, senza aver sufficientemente discusso il programma della filosofia moderna, incluse le impostazioni della filosofia della storia. Il ruolo peculiare della critica filosofica dell'illuminismo e dell'idealismo consiste però oggi in gran parte nel fatto di potersi impegnare nella critica solo sul terreno preparato da queste dottrine. Per l'aspetto rilevante in questa sede può bastare l'indicazione globale che questa critica, formulata in maniera assai diversa da MARX, NIETZSCHE, FREUD, KIERKEGAARD o nel positivismo, problematizza l'immediatezza e l'assolutezza dell'apriori trascendentale, dell'Io costitutivo del mondo o della ragione del mondo, col richiamo a condizioni ed impulsi preteoretici. La conoscenza e la decisione vengono così a perdere anche quel residuo di immediatezza ingenua che nell'illuminismo e nell'idealismo avevano ancora conservato malgrado ogni riflessione e autocritica.

Per la teologia ne derivò la necessità di considerare con attenzione assai maggiore di prima la conciliazione della scelta di fede e della religiosità privata con le condizioni storiche, sociali, politiche e naturali. In titoli come Teologia della speranza, Teologia del futuro, o Teologia politica si annuncia il ruolo significativo della speranza per questo nuovo orientamento. (3)

Qui si possono distinguere tre aspetti: in primo luogo era necessario superare, con l'ausilio dell'idea di una natura che trascende se stessa, la cesura scolastica di natura e soprannatura; e qui il concetto di “incarnazione” viene ad assumere un significato centrale: in Gesù Cristo la salvezza promessa da Dio è divenuta concretamente, storicamente e umanamente visibile non solo come esempio morale, ma anche come forza che trasforma la realtà. In tal modo natura e grazia sono entità distinguibili solo sul piano concettuale, dato che la realizzazione costituisce un elemento strutturale della realtà, che può essere reso reversibile solamente mediante il libero e cosciente atto dell'opposizione; al tempo stesso diviene provvisoria la distinzione tra storia della salvezza e storia del mondo, poiché la loro identità può essere anticipata nella fede come fine escatologico.

Questo fine escatologico come futuro assoluto relativizza tutti i fini finiti in ragione del rapporto tra croce e risurrezione. L'assolutizzazione dei valori mondani si presenta così come idolatria; la teologia della speranza può, in virtù delle sue prospettive escatologiche, divenire critica dell'ideologia. In ciò non è affatto necessario che essa ricada in una nuova forma di saccente presunzione - che ha finito con l'attirarle il rimprovero di essere oppio dei popoli -, giacché in base alla menzionata relazione natura-grazia essa deve cercare la sua conferma già nella storia del mondo, nella forma di una prassi orientata nel senso del Vangelo; in questa maniera la vecchia idea dell'aldilà può essere sostituita o integrata da una trascendenza futuristica, e ciò a sua volta apre un grande spazio di possibile cooperazione con quelle forze storiche che senza la fede cristiana operano per un mondo più umano. Fra queste forze c'è soprattutto il marxismo. Il suo influsso sulla teologia più recente si potrebbe spiegare specialmente da due punti di vista: da un lato il marxismo, nei suoi tratti più felici, ha proclamato un'autoliberazione teleologico-finita dell'uomo dai suoi bisogni storico-sociali, dall'altro esso tiene ferma l'idea di una possibile novità qualitativa nel futuro. Per il fatto che qui la storia della salvezza e la storia del mondo né vengono identificate in modo indifferenziato né del tutto dissociate l'una dall'altra, si possono chiaramente vedere quantomeno delle analogie con la concezione cristiana del futuro e della speranza.

Il senso e il ruolo della speranza nella teoria marxista

3. Nella misura in cui nel marxismo ha una funzione esplicita, la speranza si distingue dall'idea cristiana per il fatto che - oltre alle riserve risultanti dalla critica della religione - permangono dei dubbi circa l'escatologia fondata nella fede e circa la possibilità di mantenere questo futuro assoluto del regno di Dio senza disprezzare i bisogni di un regno degli uomini in un futuro migliore. “L'Illuminismo insoddisfatto” (HEGEL), rimasto tale nonostante i summenzionati modelli della filosofia della storia, nella teoria marxiana portò al tentativo di mettere fra loro in relazione - in modo però da soddisfare le esigenze scientifiche - le conoscenze e i metodi empirico-tecnici coi contenuti utopici ricavati dalla tradizione e dal presente. Solo in questo contesto la speranza può avere un valore cognitivo. Il genere umano, che si riproduce e sviluppa mediante il lavoro, in questo processo produce dei fini istintuali della storia che trascendono la pura conservazione della vita attraverso la produzione e il consumo; le speranze nell'emancipazione, nella libertà, nella comunicazione e felicità umana, speranze che una volta erano possibili soltanto in rappresentazioni e in ideologie, si dimostrano innegabilmente evidenti in quell'epoca in cui, in ragione dell'alto sviluppo dei rapporti di produzione, possono essere controllati i bisogni naturali e di conseguenza possono diventare superflui gli obblighi socio-politici.

Così viene a mutare anche il concetto di scienza; riferito fin qui, nella sua forma corrente, alla conoscenza dei fatti, ora non può più cogliere il rapporto, nel frattempo andato perduto, tra fatti e possibilità storiche. Nell'interesse per una realizzazione rivoluzionaria del possibile, la speranza e l'utopia riescono ad entrare nella teoria orientata all'azione e nella stessa prassi, giacché questa speranza non si presenta più semplicemente come idea o astrazione, ma come realtà percepibile nella forma del proletariato; la rivolta del proletariato, poi, non è dovuta a emozioni soggettive, morali, ma trova il suo fondamento oggettivo nella situazione sociale dagli accenti antagonistici, come sarebbe stato dimostrato, con pretese scientifiche, nella Critica dell'economia politica di MARX.

La speranza, così basata sul fattuale e tuttavia orientata al contempo contro il fattuale, è dunque sostanza della realtà medesima. La prova della sua verità dipende ovviamente in ampia misura dalla rilevanza e stringenza delle conoscenze ottenute dalle scienze empiriche. Certe tesi si sono oggi rivelate insoddisfacenti (la teoria delle classi, delle crisi, delle rivoluzioni, la teoria del lavoro ecc.), e soprattutto il concetto di “lavoro” sembra a volte ubbidire in MARX alla logica, da lui criticata, della produzione capitalistica, tanto che l'azione sociale e l'evoluzione storica vengono poste quasi completamente sotto categorie tecniche o economiche. Potrebbe essere questa una ragione del fatto che nel suo ulteriore corso la speranza rivoluzionaria poté essere rimpiazzata dall'organizzazione burocratico-centralizzata, dalla critica della spontaneità, dall'identificazione tra storia della natura e storia dell'umanità con leggi necessarie di tipo casual-meccanicistico, e dalla riduzione del progresso al mantenimento o ampliamento del potere come anche a innovazioni tecniche.

Questo “sviluppo del socialismo dall'utopia alla scienza” (ENGELS) non ha potuto esaurire del tutto né gli elementi centrali della teoria marxista né gli intenti della dottrina marxiana. È stato soprattutto BLOCH a riabilitare l'elemento della speranza nel marxismo; in lui la speranza diventa il “principio”, la formula del mondo: “S non è ancora P”; (4) il soggetto non ha ancora nella storia quell'identità dialettica coi suoi predicati che deve caratterizzare il regno umano della libertà. Così l'umanità si trova solo lungo la via che conduce ad un futuro che nella speranza deve essere anticipato e dalla speranza realizzato, senza che ci sia però una garanzia per il felice esito. Innumerevoli immagini della speranza, nel passato e nel presente, stanno a testimoniare per questo “stato di latenza”, per il “non-essere-ancora”, che interessa in pari misura la storia e la natura. Il mondo forma un laboratorium possibilis salutis, in cui non può esserci una “risurrezione dell'uomo” senza la risurrezione della natura (e viceversa). A sostegno di questa dottrina della speranza ci sono tradizioni teologiche, teologico-naturali, mistiche e storico-filosofiche, ma anche manifestazioni letterarie e artistiche dell'“incerto”, misterioso ed enigmatico.

Non solo l'ampia ricezione di questa dottrina dalla teologia recente, e non solo la terminologia di BLOCH, stanno ad indicare il carattere speculativo, quasi-teologico, di questa docta spes; come “principio speranza”, essa diventa una formula metafisica del mondo, una formula che assume tratti ontologici, in quanto che oggettiva la storia nella sostanza; così viene di nuovo in evidenza l'irrisolta tensione tra la speranza individuale e la speranza della specie, o della storia della natura, ciò che si può evidenziare anche nella relazione tra il presente “buio dell'attimo vissuto” ed un futuro ancora ignoto, completamente diverso, che fin d'ora deve però essere tendenzialmente conoscibile; al tempo stesso viene presupposto e per primo costituito un fine oggettivo della storia.

La speranza, come inquietudine rivoluzionaria, che fermenta ed esplode, difficilmente si adatta ad un sistema basato su principi e su una filosofia dell'identità; essa, come proprio in BLOCH viene evidenziato, indica piuttosto una curiosità vigorosa, che non si lascia addomesticare da tabù e divieti civilizzatori e non assoggetta del tutto la fantasia al principio di realtà. Come pensiero di tipo utopico, essa rimane virulenta anche nei nuovi tentativi di progettare sul terreno delle vedute di MARX nuove forme della scienza dell'azione.

Il fallimento del programma marxiano, comunque, fino a rovesciarsi nel suo contrario, l'autonomizzazione della razionalità tecnologica nell'ideologia contemporanea par excellence (MARCUSE), come pure la restituzione a un nuovo livello delle necessità politiche, militari ed economiche, fanno addirittura pensare ad una trasformazione della speranza in pessimismo (HORKHEIMER, ADORNO). La fine di questa forma di speranza sarebbe suggellata dalla regressione costante, ancorata istituzionalmente, della ragione umana agli interessi esclusivi della mera produzione e del consumo di viveri, giacché in questo modo i mezzi stessi sono diventati fini; questa forma di mancanza di futuro e di storia degraderebbe gli uomini al livello di animali abili o li condannerebbe - secondo l'opinione di molti psicologici - al suicidio. Come negazione radicale di questa realtà, il pessimismo sarebbe la sola possibilità di conservare i contenuti della speranza. Nella convinzione che la felicità e la conoscenza siano finite e che il pensiero sia sempre soltanto una parte dell'intera realtà, che non ubbidisce semplicemente ad una necessità logica e perciò non può rivelare alcun senso originario, il marxismo contiene un elemento materialistico di pessimismo. Ciò non provoca ovviamente una rassegnazione pratica, ma propone all'umanità disillusa il compito di opporsi solidariamente, dato il suo abbandono nella storia e nel cosmo, a qualsiasi forma di coercizione da parte della natura e dell'uomo. La fame di ciò che ancora non è mai stato, una fame che viene in piena luce nelle immagini utopiche della speranza, va chiaramente al di là di una tale rinuncia e diventa un importante correttivo nei confronti della dominanza di una pianificazione totale nelle scienze applicate e, a ragione, come nel frattempo si è visto nelle tante, incalcolabili variabili nella prognostica e nelle teorie dei sistemi. Invece di siffatte teorie, sembra più plausibile trasferire l'aspirazione alla liberazione e all'emancipazione, una volta rivendicata ad una classe e più tardi oggettivata (LUKAS), come “interesse che guida la conoscenza” (HABERMAS) - senza particolarismo dogmatico - in una “filosofia non-scientifica della scienza”; (5) i tradizionali contenuti della speranza, desunti dalla storia della cultura del genere umano, possono così diventare il motivo determinante nella scelta dei risultati delle singole scienze per la prassi. Anche se in questo modo sembra essere indicata una via più che garantito un sicuro accesso ad essa, con la trasformazione così fondata della teoria pura, analitica, in critica e delle strategie tecnico-scientifiche in prassi comunicativa, la speranza conserva un significato così forte che le questioni del fine ultimo della sua energia e dello stato del suo adempimento si presentano quasi come vuota speculazione.

NOTE

1) R. BULTMANN, K. H. RENGSTORF, Elpìs, in Theologisches Wörterbuch zum Neun Testament (Dizionario teologico del Nuovo Testamento) a cura di G. Kittel, Stuttgart 1933 ss, Vol. II, pp. 15-31.

2) Cfr. TOMMASO D'AQUINO, Summa Theologica I/II, quaestio 40, art. 2 in c., e altrove.

3) W. D. MARSCH, Hoffen worauf? [Sperare perché?], Hamburg 1963; J. MOLTMANN, Theologie der Hoffnung [Teologia della speranza, trad. it. Brescia 1971] München 1964; J. B. METZ, Zur Theologie der Welt [Sulla teologia del mondo, trad. it. Brescia 1971], Mainz-München 1968; K. RAHNER, Zur Theologie der zukunft [La teologia del futuro], München 1971.

4) Tutte le citazioni sono tratte da E. BLOCH, Zur Ontologie des Noch-Nicht-Seins [L'ontologia del non-essere-ancora], Frankfurt 1961.

5) J. HABERMAS, Wozu noch Philosophie? [Perché ancora filosofia?], in Philosophisch-Politische Profile, Frankfurt 1971, p. 34s.

BIBLIOGRAFIA

H. U. VON BALTHASAR, Das Ganze im Fragment [Il tutto nel frammento, trad. it. Milano 1970], Einsiedeln 1963.

E. BLOCH, Geist der Utopie [Spirito dell’utopia, trad. it. Firenze 1980], Berlin 1923.

E. BLOCH, Das Prinzip Hoffnung [Il principio speranza], 3 voll., Berlin 1954 ss.

M. HORKHEIMER/TH. W. ADORNO, Dialektik der Aufklarung [Dialettica dell'llluminismo, trad. it. Torino 1967], Amsterdam 1947.

G. MARCEL, Homo viator [Homo viator, trad. it. Torino 1967], Paris 1945.

J. B. METZ, Gott vor uns [Dio davanti a noi], in Ernst Bloch zu ehren, a cura di S. Unseld, Frankfurt 1967,pp. 227-241.

J. PIEPER, Uber die Hoffnung [Sulla speranza, trad. it. Brescia 1960], Olten 1935.

G. SAUTER, Zukunft und Verheissung [Futuro e promessa], Zùrich 1965.

A. SCHMIDT, Der Begriff der Natur in der Lehre von Marx [Il concetto di natura in Marx, trad. it. Bari 1969], Frankfurt 1962.

Lunedì 29 Ottobre 2007 22:28

Don Tonino Bello, vescovo (Felice Di Giandomenico)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Don Tonino Bello, vescovo

di Felice Di Giandomenico

E’ impossibile descrivere in poche righe ciò che Sua Eccellenza Mons. Antonio Bello, per tutti Don Tonino, ha rappresentato per la Chiesa e per tutti coloro che vivono ai margini di una società troppo spesso disattenta ai reali e penosi problemi della “gente comune”.
Nato ad Alessano in provincia di Lecce nel 1935, fu ordinato sacerdote nel 1957 a soli 22 anni.
Nel 1982 divenne vescovo di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi.
Nonostante l’alto incarico ecclesiale, Don Tonino era affabile e disponibile con chiunque bussava alla sua porta per chiedere una parola di conforto, un aiuto materiale, un momento di ristoro per l’anima. Ogni singola situazione veniva presa a cuore, affrontata con determinazione.
A chi gli chiedeva che cosa lo affliggesse di più, Don Tonino rispondeva: “Mi fa soffrire molto l'impossibilità di giungere a dare una mano a tutti. Ho un'agenda sovraccarica di persone che chiedono una visita, un sostegno, un appuntamento, del denaro, una soluzione ai loro problemi... Si vorrebbe avere occhi e mani per ognuno, ma non si riesce, e questo è il rammarico più grande”.
Una frase che risuonava spesso sulle labbra di Don Tonino era: “Coraggio, non temere”.
In uno suo scritto intitolato “Le mie notti insonni”, Don Tonino elenca una serie piuttosto lunga di paure che contaminano l’uomo moderno, minando anche il suo rapporto con Dio.
Paure frutto spesso di un progresso che, dopo gli entusiasmi iniziali, si ritorce sull’uomo che vive nell’illusione di mantenersi al passo con i tempi dimenticando che “E’ dal cuore umano che nasce e si sviluppa la nube tossica delle paure contemporanee”
Ma esiste un antidoto contro le paure, il Vangelo dell’antipaura come amava definirlo Don Tonino: “Alzatevi…Levate il capo” (Lc 21, 25-28.34-36). E’ il Vangelo che si legge la prima domenica di Avvento in cui Gesù esorta alla preghiera e alla fiducia nella liberazione definitiva da ogni timore, da ogni paura, da ogni negatività.
Forse anche per la sintonia con la spiritualità francescana (faceva parte dell'Ordine Francescano Secolare) Don Tonino amava lasciarsi guidare dal Vangelo "sine glossa", senza sconti sulla verità né diluizioni o prudenze carnali. Non a caso si definiva “Un buono a nulla. Ma capace di tutto, perché consapevole che, quanto più ci si abbandona a Dio, tanto più si riesce a migliorare la gente che ci sta attorno”.
Don Tonino era anche un vero innamorato dell’Immacolata e, in molti suoi scritti, questo amore diventava una continua dichiarazione d’amore nei confronti della Mamma Celeste.
Dal 22 al 29 luglio 1991, predicò un Corso di Esercizi Spirituali in occasione del 40° Pellegrinaggio della Lega Sacerdotale Mariana a Lourdes da cui venne tratto lo stupendo volume “Cirenei della gioia”. Condivise con i sacerdoti malati quel momento in cui il cuore umano si affida senza riserve alla grazia di Dio, chiedendo l’intercessione della Vergine Santa, offrendo al Signore la propria debolezza e precarietà terrena.
Don Tonino era abituato a prolungate soste davanti Tabernacolo, da cui traeva energia e ispirazione e molte delle lettere che spediva a coloro che, spesso addolorati e affranti si rivolgevano a lui, nascevano proprio nel cuore di una veglia notturna quando era a tu per tu con Dio.
Anche riguardo al tema della sofferenza, Don Tonino rimase sempre aderente allo spirito evangelico che ne sottende il senso. Aveva a che fare con i malati, i disabili, con coloro che nessuno considerava e che rimanevano silenziosi nel loro dolore; dolori diversi ma pur sempre urenti, che lacerano l’anima, che hanno la voce soffocata dall’indifferenza collettiva, che creano cicatrici evidenti nel cuore di chi li deve subire. Ma per Don Tonino, la sofferenza trova un senso vero solo se condivisa amorevolmente con Dio. Dice infatti: “C’è anche il caso, comunque, ed è molto frequente, che il dolore rafforzi l’intimità col Signore: il quale viene riscoperto non tanto come estremo rifugio di consolazione, ma come colui che "ben conosce il patire" e che sa solidarizzare fino in fondo con tutta la nostra esperienza”.
Parole profetiche. Colpito da un male inguaribile mantenne sempre fede ai suoi impegni di pastore d’anime con entusiasmo ma, soprattutto, con un’umanità davvero straordinaria, nonostante le sofferenze che lo tormentavano. La malattia di Don Tonino era una di quelle che non perdona, che produce dolori tremendi, che sfianca il corpo e debilita lo spirito.
Eppure non cessò un solo attimo di affrontare anche sofferenze che non gli appartenevano direttamente, lasciando sempre spazio a chi chiedeva aiuto o desiderava una risposta convincente sull’assurdità del dolore. Consumò lentamente i suoi ultimi mesi di vita tra la sua gente, tra i suoi poveri, tra gli inascoltati gridi della “gente comune”. La morte colse prematuramente Don Tonino il 20 aprile del 1993 a 58 anni.

HA DETTO

“Dio mio, purificami da queste scorie in cui naviga l’ anima mia, fammi più coerente, più costante. Annulla queste misture nauseanti di cui sono composto, perché ti piaccia in tutto, o mio Dio”.

“Io non risolvo il problema degli sfrattati ospitando famiglie in vescovado. Non spetta a me farlo, spetta alle istituzioni: però io ho posto un segno di condivisione che alla gente deve indicare traiettorie nuove, insinuare qualche scrupolo come un sassolino nella scarpa”.

“Vedete, noi siamo qui , Probabilmente allineati su questa grande idea, quella della nonviolenza attiva. Noi qui siamo venuti a portare un germe: un giorno fiorirà.Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati”.


Andiamo fino a Betlemme,
come i pastori.
L'importante è muoversi.
E se invece di un Dio glorioso,
ci imbattiamo nella fragilità
di un bambino,
non ci venga il dubbio di aver
sbagliato il percorso.
Il volto spaurito degli oppressi,
la solitudine degli infelici,
l'amarezza di tutti gli
uomini della Terra,
sono il luogo dove Egli continua
a vivere in clandestinità.
A noi il compito di cercarlo.
Mettiamoci in cammino senza paura.
(don Tonino Bello)

Cambiare è possibile.
Basta volerlo

di Riccardo Petrella





Si tratta di una sintesi, non rielaborata, di una conferenza che l'Autore ha tenuto a Brescia.

Ci si dice che la società è un insieme di relazioni di scambio, che il commercio è fondamentale nell'economia, perché non c'è valore senza commercio, senza scambio. Ogni cosa deve essere scambiata, quindi deve essere una merce. C'è un produttore e un venditore, e c'è un consumatore e un acquirente. Qual è allora il ruolo della gratuità nella nostra economia?

LA SOCIETA' DELLE MERCI

Davanti agli assessori della Regione Toscana ho difeso il principio della gratuità riferito all'accesso all'acqua, alla educazione…Deve essere gratuito, nel senso che deve essere a carico della collettività. C'è un costo, ma esso deve essere sostenuto da tutti i cittadini. Questa è la gratuità. Oggi si dice: portare l'acqua in casa ha un costo e quindi bisogna pagare; come si fa a dare gratis l'acqua? O l'educazione? Che cos'è la società se non una serie di scambi? E dov'è che hanno luogo? Al mercato. Ecco perché definiamo la nostra società come una società di mercato e l'economia come un'economia di mercato. Il mercato - così ci insegnano - è il luogo in cui è lecito che ciascuno tenti di ottimizzare l'utilità individuale. Ecco perché sempre più nella nostra civiltà, quando si pensa alla ricchezza o alla povertà, non si pensa alla ricchezza o alla povertà collettiva, ma a quella individuale.

Ci si chiede: in questi scambi, come si determina il valore del mio orologio, delle mie scarpe, o della mia casa? E la risposta che viene data è la seguente: il valore di una cosa e quello di una persona si determinano in funzione del loro contributo alla creazione di ricchezza, in quel di più di capitale messo in circolazione nell'atto di acquistare o vendere. Ha valore solo ciò che contribuisce a creare più valore affinché cresca la ricchezza individuale. Tutto ciò che non contribuisce a creare valore, per il capitale non serve a nulla. Se avete 45 anni e possedete delle competenze che nessuno può utilizzare, che valore avete? Nessuno. Ecco perché oggi vi si spiega che non tutti possono avere un'occupazione. Potreste rispondere: “Sono padre, ho tre bambini e voglio lavorare”. Ma vi diranno: “Ma tu non hai le competenze, non sei formato…Perché ti devo dare un reddito se non contribuisci a creare ricchezza?” “Perché ho diritto alla vita - rispondereste. - E che significa “ho diritto alla vita”? Sei capace di produrre? In Romania c'è qualcuno che ha 45 anni come te, però mi costa di meno. Perché devo stare qui a pagare te che mi costi di più e che quindi diminuisci la mia utilità individuale?” Ma qual è il soggetto che organizza tutto questo? L'impresa privata. Essa è autorizzata ad andare a prendere in Congo quella tale materia prima, produrre in Romania un oggetto, importarlo a New York e poi, con una società svedese, venderlo sul mercato italiano! Più il mercato è grande e meglio è per noi tutti - ci si dice. Ecco perché bisogna globalizzare i mercati, i sistemi di produzione dei beni. Tutti i vari attori operano per la loro utilità individuale.

“RISORSE UMANE”

“Liberalizzare” significa dare libertà ai capitali, vuol dire maggiore concorrenza tra di loro, più competitività. Significa “io vinco e tu perdi”. Questa è l'economia oggi. Tutto dev'essere subordinato alla libertà dell'impresa di concorrere sui mercati mondiali per creare più valore per i suoi capitali.

Qual è il risultato di tutto questo? Che ormai tutto, anche gli esseri umani, sono delle risorse al servizio del rendimento del capitale. Noi non siamo più delle persone: siamo diventati tutti delle “risorse umane”. Il nostro diritto all'esistenza è come quello di una risorsa energetica: il carbone non conta più? E allora si usa il petrolio. Una “risorsa umana” italiana non conta più? E allora si prende una cinese. Anche quella cinese non serve più? Eccoti quella indiana. È in atto una mercificazione dell'essere umano; ogni vivente diventa cosa, merce. La libertà di brevettare vuol dire che io posso diventare proprietario dei semi o delle varietà vegetali del Congo, oppure di un algoritmo matematico per fare il softwear di Microsoft. Questa è la privatizzazione del mondo: è considerato una specie di enorme capitale di risorse materiali e immateriali, umane, naturali, minerali, energetiche, suscettibili di diventare proprietà dei più forti per permettere loro di diventare ancora più forti. È una logica asimmetrica, nel senso che colui che è più ricco si impadronisce degli elementi per creare condizioni sempre più favorevoli a un'ulteriore ricchezza per sè, mentre colui che è stato impoverito diventa sempre più povero perché è stato privato delle condizioni materiali che gli permetterebbero di non esserlo più.

SEMPRE PIÙ POVERI

Come ci si può spiegare che ancora oggi, nel 2006, ci siano tanti poveri? Si indica come povero colui che ha meno della metà della ricchezza media disponibile. Quindi, se tale ricchezza, in Italia, è di 1.200 euro, è povero quello che ha meno di 600: questa la si chiama “povertà relativa”. Ma nel '74 la Banca Mondiale, la Comunità internazionale e gli esperti, hanno definito il “povero assoluto” come colui che ha meno di 1,60 euro al giorno. Ce ne sono 2,8 miliardi, quasi la metà della popolazione mondiale. Viviamo in un mondo che non fa altro che creare sempre più povertà. Però quel euro e mezzo non è sufficiente a farci capire la durezza della miseria, e allora abbiamo inventato il concetto di “estremamente povero”: è colui che ha meno di 80 centesimi di euro al giorno. Ce ne sono 1 miliardo e 300 milioni! Nel '74 la Comunità internazionale lanciò una campagna per l'eliminazione della “povertà assoluta” entro il 2000. Avevano detto che se noi, Paesi ricchi avessimo dato per venticinque anni lo 0,7% del nostro Pil, avremmo sradicato la povertà cioè avremmo permesso a tutti quanti di avere l'accesso a 40 litri di acqua potabile al giorno, a un'alimentazione pari a 2.500 calorie, a un alloggio di circa 35 mtq per coppia, riducendo a meno dell' 1‰ le donne che muoiono partorendo, e infine avere accesso all'educazione elementare. Ma nel 2000 quei 2,8 miliardi di persone erano ancora poveri. E questo perché nessuno, salvo la Danimarca, la Svezia e la Norvegia, hanno stanziato lo 0,7% del Pil. L'Italia ha dato lo 0,13% mentre gli Stati Uniti, il Paese più ricco del mondo, ha versato lo 0,11%. Non solo non abbiamo fatto quello che ci eravamo impegnarti a fare, ma abbiamo attuato delle politiche che hanno ricreato le cause dell'impoverimento.

Per scaricarci la coscienza, abbiamo dato la colpa ai popoli africani o asiatici. È colpa loro: fanno troppi figli e sono guidati da elite corrotte! Allora bisogna smetterla di continuare ad aiutarli…Così l'Unione europea, a partire dal '92, ha cominciato a dire: “Basta agli aiuti, non chiedeteli più, diventate competitivi!”

Nel 2000, costatando questo fallimento, la Comunità internazionale ha allora inventato i famosi “obiettivi dello sviluppo per il nuovo millennio”. Si è detto: “No, non si può più sradicare la povertà, al massimo la si può ridurre”. Ora l'obiettivo è quello di ridurre di metà il numero non dei poveri, ma degli “estremamente poveri”. E come? Aiutandoli affinché creino nei loro Paesi le condizioni economiche favorevoli alla nascita di una imprenditoria che diventi competitiva sui mercati mondiali. Il nostro compito è di aiutarli a diventare competitivi. Così la Comunità internazionale ha accettato l'idea che entro il 2015 ci siano ancora … circa 3 miliardi e 100 milioni di poveri.

SOGNI IMPOSTI

Quali sono i sogni che ci hanno imposto, e quali ci impediscono di avere? Il sogno principale che ci hanno imposto è quello della ricchezza: non per nulla negli ultimi quindici anni una delle più grandi imprese è rappresentata dalle lotterie e i giochi d'azzardo. Perché “tu non sei niente se non sei ricco!” Diventare ricco non è avere tre case: ciò che conta è il significato, il simbolo rappresentato da questa condizione. Siccome sono più ricco, posso dimostrare di essere meglio di te. E se la ricchezza individuale è il sogno di ciascuno, noi tutti diventiamo violenti: contro il nostro prossimo o contro lo Stato. Molti pensano: “Come si permette, col fisco, di venirmi a togliere la ricchezza, magari per pagare la cassa malattia a questi asiatici che vengono per prendere il mio lavoro?”

Il secondo sogno che ci hanno imposto è quello della guerra. Ci hanno detto che non possiamo pensare a un mondo senza guerra, e che ci si deve preparare a difendere la nostra civiltà. Se il mondo è guerra, l'unica cosa che tu puoi sognare è uscirne vincitore. Per questo ci dobbiamo armare: la guerra è il nostro destino, non possiamo pensare di avere la pace. E così ci saranno le guerre per l'acqua, come ci sono state quelle per il petrolio; e ci saranno quelle per gli organismi geneticamente modificati, per le foreste... È questo il futuro? Hanno teorizzato l'inevitabilità e la naturalità della guerra, come se non ci potesse essere società senza guerra, civiltà, esistenza umana senza di essa. Questo ci hanno inculcato nella testa: l'unico sogno che possiamo avere è quello di essere dei guerrieri. Più che un sogno è un incubo.

SOGNI DESIDERATI

Quali sono invece i sogni che ci hanno impedito di avere? Incominciamo dall'ultimo: ci hanno mostrato il sogno della guerra come realista e quello della pace come utopico. Eppure il 18 febbraio del 2003, 115 milioni di persone sono scese in tutte le strade delle città del mondo a gridare “no alla guerra” contro l'Irak. Questi 115 milioni rappresentavano quelli che erano rimasti a casa: bambini e vecchi. Quindi si può stimare che fossero 600/800 milioni quelli che gridavano “noi non vogliamo la guerra”. La pace non è assenza di guerra: è costruzione di rapporti di fiducia e di rispetto fra le genti. Perché se fosse solo assenza di guerra non sarebbe pace, perché la pace è positiva. Chi ha detto che non è possibile avere una società dove costruire dei rapporti basati sulla fiducia e sul rispetto? Quante volte nel ‘500 Gubbio e Perugia si scannavano tra di loro? Ma oggi Gubbio e Perugia non si fanno più la guerra, come la Francia e la Germania… Perché non dobbiamo pensare che un giorno riusciremo ad avere popoli che non si faranno più la guerra tra di loro?

Però oggi, chi domina, ha interesse a farla perché, per il capitale finanziario, l'economia della pace è meno fruttuosa dell'economia della guerra. Vi ricordate il 1989 quando sparì l'Unione Sovietica: cosa ci avevano promesso? Che il mondo sarebbe diventato più ricco perché avremmo avuto i “dividendi della pace”. Gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica per armarsi avevano speso nell'89 ben 1.007 miliardi di dollari. Sapete quanto si è speso nel 2004? 987 miliardi di dollari: una cifra di poco inferiore a quella della “guerre fredda”.

CAMBIARE E' POSSIBILE

Siamo noi il vero pericolo del mondo se continuiamo a fare quello che facciamo. È pericoloso l'italiano che consuma 300 litri di acqua potabile al giorno; è criminale lo statunitense medio che ne consuma 801 e poi dice: “Il modo di vita americano non è negoziabile, quindi io utilizzo 801 litri e continuerò a farlo perché questa è la mia libertà…” Dov'è la criminalità? Il figlio del marocchino che ruba in un supermercato è immediatamente processato, però il consumo di 801 litri al giorno di acqua potabile non è un furto ma l'espressione della civiltà, del modo di vita occidentale! Chi ha detto che dobbiamo continuare a distruggere la terra, a contaminarla, a inquinarla, a far sparire i ghiacciai? Chi ha detto che non è possibile cambiare? Abbiamo paura: se cambiamo un pochino, pensiamo di diventare poveri. Un Istituto di ricerca tedesco ha calcolato che se cambiassimo il nostro modo di vita in termini di uso delle risorse energetiche, la qualità della vita aumenterebbe. Cioè non è vero che se cambiassimo il nostro stile di vita riducendo il consumo delle risorse del pianeta, degli alberi, delle energie fossili, dell'acqua, la qualità della nostra vita peggiorerebbe, anzi. La nostra vita diventerebbe migliore. Invece ci hanno detto: “Vuoi i prati verdi? Vuol dire che non vuoi più occupazione e più ricchezza. Vuoi le pecorelle? Allora sei contro i posti di lavoro”. E ci hanno ricattato: o la ricchezza materiale o il rispetto, l'amicizia, la solidarietà fra tutti gli uomini.

È possibile cambiare; non è vero che siamo destinati a morire tutti poveri o guerrieri. Possiamo cambiare da domani mattina, ma abbiamo bisogno di ricostruire un progetto di vita. Non si può ricostruire un futuro se non si parte dall'idea che l'obiettivo principale è creare le condizioni affinché tutti abbiano il diritto alla vita. Questo è l'obiettivo primario.


* Riccardo Petrella, economista-politico, è professore in varie Università (Belgio e Svizzera). Nel 2003 é stato fondatore e presidente dell'Università del Bene comune, organizzata in quattro Facoltà (Acqua, Mondialità, Alterità, Immaginazione), le cui attività sono iniziate nel 2004 in Italia e sono in corso di programmazione in Corsica, in Marocco, nel Quebec ed in Brasile. Nel 2003 é stato tra i promotori del 1° Forum mondiale alternativo dell'acqua (Firenze, marzo 2003). È presidente del Consiglio d'amministrazione dell'Acquedotto pugliese.

(da Missione Oggi)
Sabato 04 Agosto 2007 20:37

I tamburi del profeta (Guido Ceronetti)

Pubblicato da Fausto Ferrari

I tamburi del profeta

di Guido Ceronetti


Quando si fa più atroce la coscienza di essere in questo formicolante deserto cosi abbandonati, nazioni alla deriva, continenti oscurati, senza nessuno che guidi, che venga per salvare illuminando, mi ridà un poco di respiro pensare che Qualcuno, già domani, o nell'ora più nera, potrebbe anche sorgere, da questo fango stregato.

Chi? Un uomo, un inviato, un'incarnazione… Profeta, profetessa, santo, vergine, imperatore. Santa Giovanna, genio di guerra, miracolo di pace, eresiarca, Paracleto, Messia, non importa: purché venga dalla Luce, e la porti, e sia unto di olio sacro, uno che abbia la forza di rompere le prigioni della forza, di fermare l'empietà scientifica, e che porti la sua pietà per risuscitare la pietà: uno che sbaragli le leggi per stabilire la Legge, che ci prenda per mano, tutti, che a un cospicuo numero di carogne schiacci la testa e alle loro vittime la rialzi, che ci stacchi dal palo di questo rogo, che ci liberi da questa colossale trappola per topi che è la barbarie contemporanea.


Qualcuno che «non ciberà terra né peltro, / ma sapienza, amore et virtute » (Dante, Inf. I: anche lui, povero veggente angosciato, era in attesa di una Venuta) e per il quale valga in senso assoluto il dilexisti iustitiam et odisti iniqietatem (salmo 45, 8). Uno per cui «il fragore dei tamburi diventi l’annuncio della Legge» (quarto Editto su Roccia di Asoka) e che «con la sua maestà mantenga sull’esterno sentiero dell’ordine il mondo tutto» (Nitisara di Kamandaki), un difensore e un maestro, un legislatore e un oracolo…

Anche Machiavelli, deposta la tragica penna sul calamaio, aspettava: «acciò che l’Italia dopo tanto tempo vegga un suo redentore». Un cavaliere, annunciava Petrarca «pensoso più d’altrui che di se stesso»: sembra poco, no è un’enormità. Léon Bloy, tra gli irrespirabili cannoneggiamenti del 1916, aspettava Qualcuno che sarebbe dovuto venire inaspettato da un Estero inimmaginabile, uno che sarebbe stato il Portento personificato. Il lemma visionario lo definiva meglio in questa formula: «un riflesso della Gloria in una cloaca». Sarà così, se sarà.

Se aspetto anch'io qualcuno fuori dei momenti e dei giorni di inutile disperazione, è per fare qualcosa che non sia un fare, perché ogni fare pubblico è ormai indicibilmente satanico: tutto quel che si fa, anche il buono, finisce nello stesso pozzo avvelenato, da cui esce un vapore che ci fa ciondolare ubriachi di miasma, istupiditi. In profondo, è un’attesa da lager: ma è lì che siamo, in un lager, tanto gli oppressi dalla libertà come gli oppressi dall'oppressione. Da Brest a Vladivostok un Liberatore avrebbe un lavoro infinito da compiere per liberare.

***

Qualcuno che non sia inquadrabile da una telecamera. Nel tentativo di catturarne l’immagine, le telecamere dovrebbero incendiarsi. Per riscattare l'umanità bisogna sterminare tutto quel che condanna l'uomo a non essere che la propria ombra, immagine trasmissibile e impacchettabile, gelatina del Nulla. Bisogna abbandonare il teleschermo alle sole canaglie, alle nullità a cui non importa di rappresentare il Nulla: dall'apparire in quel luogo li si riconoscerà. L’uomo probo, l'uomo pio conserva per sé l'immagine che sposta l'aria, santuario dell'Abitatore ignoto: un certo grado di iconofobia è necessario alla purezza morale. Siamo in una pattumiera terrificante di immagini in movimento: le peggiori sono quelle che stanno lì, davanti a un tavolo, e parlano.

Dante chiamava il suo Atteso veltro: per esprimere la sublimità del suo concetto ha assunto l'immagine di un cane; il veltro dantesco e una divinità cinocefala. Infatti, un redentore d'uomini come può avere l'immagine disonorata dell'uomo?

Ci precipiteremmo fuori, nelle strade dove si ammucchierebbero questi ignobili attrezzi della nostra fine, automobili, televisori, calcolatori diventati repentinamente oggetti di illuminato disgusto, per andare dietro a uno che facesse fondere tutte le manette che portiamo attaccate alle tempie, avesse pure la testa di un cane. E tagliasse pure le teste delle guide false, delle guide criminali, dei carismatici usciti dal sottosuolo, di quelli che accendono, nei bambini messi in riga e in uniforme, nelle donne e nei religioso l'istinto omicida, la brama di estendere il deserto, di assassinare portatori di un passaporto. Ego repletus sum fortitudine spiritus Domini, il Veltro lo dice a se stesso, nell’ombra, non davanti al cameraman.

***

Non potrà essere la politica a farlo, e neppure, se sarà quel che deve essere, a disfarlo. La politica non genera bodhisattvas, né veltri, né redentori. La nostra appassionante sventura vuole che non generi neppure più dei politici. Ne sforna ancora, per antica abitudine, la polis anglo-americana, dove la funzione pubblica non è dissolvente, ma formatrice per chiunque la eserciti: nel resto del mondo siamo alle canaglie, ai mediocri, a qualche isolato impotente, ai funzionari di partito unico, ai dominatori di lugubri apparati stratocratici, ai paranoici e agli idrofobi.

L’uomo che ci vuole al momento giusto ha fatto la sua ultima apparizione nel 1958. In realtà la politica è un mestiere perduto, perché serve le modificazioni della Tecnica e va dietro alla Tecnica, che impugna la frusta sadica dell’Economia, come l’alcolista va dietro all’immagine della bottiglia che ha nascosto nell’armadio. Vorrei vederne uscire delle strutture ossee intellettuali e morali davanti a cui si arretrasse con rispetto e timore: ma già, allora, sconfineremmo nello spirto gentil che arriva vestito di ferro e fa le rose uscire dal mistero delle sue mani.

Mi conforta un pensiero di Tocqueville: «Ci sono momenti in cui il mondo somiglia a uno dei nostri teatri prima che si levi il sipario. Si sa che si sta per assistere ad un nuovo spettacolo. Si sentono i preparativi in scena; quasi tocchiamo gli attori, ma senza vederli, e ignoriamo che cosa si rappresenterà». Può darsi che la recita a cui stiamo per assistere sia lo stesso teatro che salta in aria insieme agli attori e al pubblico: tuttavia è bello che l’attesa di qualche nuovo e prodigioso evento ci divori.

Siamo qua, patriai tempore iniquo, né verrà Cesare a sciogliere, con la sua magica forza di Megalurgo, i nodi, una volta per tutte; immersi in una oscena farsa non osiamo fiatare, perché il diritto ci garantisce la parola, il crimine sghignazzante nell’ombra ce lo annulla, come il pugno del marinaio che turò la bocca alla Costituente russa per ordine di Lenin, che non era né Cesare né messia, ma un capo di fanatici in cui era agonizzante o spinta del tutto la legge morale.

Tuttavia aspettare qualcuno che sia in assoluto altro, uno Straniero, un Esiliato che abbia in comune con noi soltanto la forma umana, o neppure quella: la parola soltanto, la parola davanti a cui niente resiste, e la mano, ma guaritrice, esercitata a guarire toccando, è una interessante vendetta, un’ombra, se non la carne, di un rimedio, un modo per attenuare il dolore della piaga civile, per consolare il gemito insistente del cuore indecentemente oltraggiato.

Così ogni mattino mi dico: dovrà pur venire qualcuno, forse oggi stesso lo sapremo, scoprendo qualcosa di cambiato in una delle solite facce che s’incontrano, e venendo disperderà con un soffio, prima di ogni altra cosa, questa verminaia terra di poteri senza legge che ci intortiglia. E che si muoia aspettando, davanti al sipario che non si alza, mentre le ore passano: morire aspettando un redentore che non viene è un migliore morire che vivere senza averne neppure l’idea, il desiderio, la speranza.

È vero che aspettare una salvezza esteriore non è ortodossamente filosofico; ma è raro che, nelle tremende ore di questo transito tra i viventi, vita, morte, amore e filosofia non viaggino clamorosamente sconnesse. Forse il momento più felice della vita di Cristo fu quello in cui una prostituta si mise a ungerlo con begli unguenti. Aspettare è un unguento, e il lampo che ci abbaglia misteriosamente sostiene.

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