Giovedì, 11 Marzo 2010
Aspetti Pastorali e Sociali
Aspetti Pastorali e Sociali

Aspetti Pastorali e Sociali (69)

Sabato 08 Aprile 2006 20:54

La crisi della famiglia, "caso serio" dell'Europa

Pubblicato da Maurizio Zago

LA CRISI DELLA FAMIGLIA, "CASO SERIO" DELL'EUROPA

Per la prima volta nella loro storia, i vescovi europei, riuniti nella Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece), hanno ritenuto dì preparare e pubblicare un corposo documento sulla famiglia, Una strategia familiare per l'Unione Europea. Non erano mancati in precedenti documenti riferimenti a questa realtà; ma questa volta si è avvertito il bisogno di un intervento ad hoc, diretto a richiamare l'attenzione della Comunità europea su quella che sembra essere la grande dimenticata, e cioè

la famiglia. Il quadro complessivo della situazione è ben noto e i vescovi si limitano a richiamarlo nelle sue linee generali: un tasso medio di fertilità che è ormai assai ridotto (1,47 in Europa, alquanto superiore al malinconico 1,27 dell'Italia); una forte, e tendenzialmente crescente, divorzialità; un sempre più marcato sbilanciamento tra popolazione giovanile e popolazione anziana (quest'ultima in costante aumento). Non mancano tuttavia anche i segnali di speranza, come la persistente attenzione ai bambini, la tenuta del matrimonio in numerosi Paesi, il potenziamento dell'associazionismo familiare, come frutto della maggiore consapevolezza delle famiglie della necessità di unirsi e di partecipare attivamente alla vita della comunità, per potere contare di più. Il documento non indica, come era doveroso per il rispetto della legittima autonomia della politica, concrete linee di intervento, ma sottolinea l'importanza "culturale" della famiglia, ed è soprattutto su questo aspetto che ci si vorrebbe qui soffermare, quasi per rispondere a una domanda che è del resto soggiacente all'intervento dei vescovi europei, e cioè: Che cosa ha a che fare la famiglia con il destino dell'Europa? In una lunga stagione, che fortunatamente sta ormai alle nostre spalle, la famiglia era stata considerata esclusivamente il luogo del privato, e cioè degli affetti, dei sentimenti di una vita quotidiana concepita come il correttivo, e in qualche modo il contraltare di una vita pubblica avvertita spesso come estranea e lontana. Sembrava che, chiuse porte e finestre, si potesse vivere un"'altra" esistenza, spesso sentita come più reale, e più importante, di quella che si svolgeva fuori delle mura di casa, nelle sfere dell'economia, delle relazioni sociali, della politica. In verità non è mai stato così, perché sempre la famiglia ha svolto una sua, sia pur segreta e nascosta, "Funzione pubblica", se non altro come luogo di elaborazione di valori sui quali la società si è costruita e ai quali a lungo si è alimentata, dalla serietà dell'impegno professionale al rispetto dell'altro, e senza i quali la storia dell'Occidente non sarebbe stata quella che è stata.

Nell'attuale momento di svolta (se non di crisi) questa "funzione pubblica" rimasta a lungo in stato di latenza è chiamata a uscire allo scoperto. La divaricazione tra famiglia e società si è andata sempre più accentuando e i cammini della politica, e della stessa politica europea, sembra si stiano sempre più allontanando dal reale vissuto familiare. Senonché - ed è questa una domanda alla quale non ci si può sottrarre - "fino a quando" questa divaricazione potrà continuare? Che ne sarà del futuro di un'Europa privata di quella robusta struttura di sostegno a lungo rappresentata dalla famiglia monogamica stabile? A questi interrogativi è possibile dare una risposta in termini religiosi e pastorali, come da sempre la Chiesa ha cercato di fare nel lungo servizio esercitato a favore della famiglia e dell'educazione dei giovani, ed è certamente questo il campo privilegiato di azione della comunità cristiana. Ma è doveroso dare una risposta anche in termini di "scelte di politica sociale" ed è su di esse, senza invasioni di campo che i vescovi richiamano la Comunità europea e i singoli Paesi che di essa fanno (o faranno) parte. La questione famiglia non è un ambito di riflessione di sociologi, psicologi o antropologi culturali, ma un "caso seno" per l'Europa, perché dalla sua soluzione dipenderà il suo futuro (come è dipeso il suo passato). Un'Europa popolata dì uomini e di donne che non amassero più la vita, che non fossero capaci di relazioni stabili e durature che non sapessero prendersi cura dei giovani e insieme degli anziani, sarebbe un'Europa più povera: spiritualmente ma alla fine anche economicamente, perché sviluppo e progresso non nascono soltanto dall'apprendimento di nuove tecnologie, ma anche dall'assunzione di nuovi valori (insieme alla fedeltà agli antichi). Quell"'inverno della vita" che nel loro documento i vescovi paventano come un rischio incombente sulla vecchia Europa rischia dì essere non soltanto un inverno degli affetti e dei sentimenti ma anche un inverno della cultura dell'economia, della politica, dato che "tutto si tiene". La famiglia è un centro e insieme un "crocevia": non essere più capaci di transitare da essa, e dunque di farne un essenziale punto di riferimento anche dell'azione politica, significa porre le premesse di un inesorabile declino.

Giorgio Campanini

Storico e sociologo

Su JESUS giugno2OO4

 

OSSERVAZIONI SUI LAVORI DI PREPARAZIONE AL CONVEGNO ECCLESIALE NAZIONALE DI VERONA 2006

 

 

 

            Tutti i fedeli delle nostre diocesi sono stati invitati a leggere

la Traccia di riflessione in preparazione al Convegno ecclesiale nazionale, Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo,  e a prepararsi al Convegno di Verona. Tra questi ci sono persone a cui stanno a cuore il matrimonio e la famiglia; anch’esse si interrogano su quale sia la migliore valorizzazione di quel documento in vista di detto Convegno.

 

            Naturalmente va osservato che si tratta solo di una traccia, essa perciò, per definizione è suscettibile di completamento e approfondimento, forse di correzioni.

 

La prima impressione del lettore è di trovarsi di fronte a un a impostazione che privilegia la persona, come singola, prescindendo quasi sempre dalle istituzioni, un po’ da tutte. Il matrimonio e la famiglia si trovano perciò anch’esse molto sullo sfondo: si tratterà allora di farle affiorare in modo tale che i fedeli possano esprimere, ad esempio, le loro esperienze di matrimonio e narrarle naturalmente non senza riferimento alla Parola di Dio, ai sacramenti e ancora, altro esempio, all’impegno nel sociale. Essi potranno dire anche quali situazioni presenti nell’esistenza contemporanea, interpellano maggiormente l’esperienza matrimoniale e famigliare credente perché siano vissute con speranza.

 

Non si può non tener conto di ciò che è avvenuto nei mesi successivi alla pubblicazione di detta Traccia ed è tuttora in corso: una specie di invasione del campo mediatico, politico e della pubblica opinione da parte di una cultura spesso molto agguerrita e pesante che mette in discussione la visione cristiana e tradizionale del matrimonio, della famiglia e della vita. I temi affrontati, come tutti sanno. Sonio le convivenze o coppie di fatto, i cosiddetti pacs, le unioni omosessuali e alcune politiche familiari; si caratterizzano per un aperto e militante attacco dell’istituzione matrimoniale, come definita dalla Costituzione italiana. Si deve osservare che tali argomenti sono divenuti anche oggetto di dibattito popolare, e non pochi interventi sono andati oltre l’oggetto specifico, ad esempio il modello matrimoniale e familiare, per attaccare i fondamenti della visione cristiana della vita. Li hanno firmati uomini politici, autorità istituzionali, giornalisti, opinionisti e influenti uomini della comunicazione sociale. La traccia non manca di annotazioni vicine es. nn. 8.14.

 

E’ necessario che, pur prendendo sul serio

la Traccia così come è, in particolare chi opera nel settore, dedichi al tema patrimoniale e familiare uno spazio conveniente. Che si tengano presenti tutti i suggerimenti di lavoro dati, quelli di metodo, quelli che chiedono una grande attenzione al contesto sociale e culturale in cui avviene oggi la testimonianza dei credenti (in particolare degli sposi e dei membri delle famiglie) e quelli di contenuto in modo da sviluppare non solo una linea pastorale, ma anche culturale. Va posto l’accento sulla vita cristiana vissuta bene nel matrimonio e sempre e ovunque, in modo tale da “dire” santità (consegue alla fedeltà dovuta alla parola di Dio, al vangelo e in particolare ai sacramenti e alla preghiera senza altre aggiunte.

 

 

 

 

 

Alcune osservazioni al testo della Traccia per la parte dedicata agli ambiti.  Bisogna riconoscere che l’impostazione data è molto interessante e ben armonica con la cultura di oggi dominante. Questo testo, bisogna riconoscerlo, è un lodevole modello di dialogo. Esso però lascia un po’ aperti almeno due problemi: il primo, come aiutare i fedeli che “lavorano” sulla Traccia in modo tale da metterli in condizione di dire – suggerendo naturalmente anche con quali parole sia possibile dirlo oggi – ciò che si aggiunge alla Traccia e che però manca in essa, pur essendo proprio della visione credente della vita e del mondo? E,. in secondo luogo, come reperire, pur privilegiando l’analisi del vissuto così come appare solitamente oggi, i “contenuti” necessari e propri della vita degli sposi cristiani anch’essi poco presenti nella Traccia?

 

Questo vale in particolare per il modo con cui si è scelto di parlare di matrimonio (quasi mai nominato eccetto ai n. 8, 10) e di famiglia, parola sostituita da equivalenti interessanti ma di cui non si dà definizione. Se ne parla proprio nel modo che piace ai contemporanei, riconducendola, infatti, quasi soltanto a vita affettiva: “dimensione la più elementare e permanente della sua (di ogni persona) personalità” e “dimora interiore”. Volendo interpretare male la scelta fatta rimane il dubbio che il non detto con chiarezza sia lo spirituale, ciò che è legato alla volontà (quello che si decide) e il razionale. E’ bello però che sia sottolineata l’interiorità e quindi con essa la conoscenza. Un po’ perplessità nasce anche subito dopo quando si parla di esperienza di relazioni (ma di nuovo, non potrebbe darsi che alcune siano del tutto particolari e quindi dettate da natura? Oppure sono tutte dipendenti soltanto da cultura e costumi?). dove, infine, si parla di “aspettative di mondo accogliente” e di nuovo di “dimora interiore” cosa applicare al matrimonio? Si tratta in conclusione di valorizzare tutti gli spunti anche sparsi che vengono offerti, senza critica aperta. Bisogna, però, secondo me, preparare accuratamente ulteriori strumenti di lavoro per dare al matrimonio e alla famiglia il posto che meritano in questo momento storico sottomesse come sono a dura contestazione.

Domenica 19 Febbraio 2006 17:19

Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo

Pubblicato da Maurizio Zago

 Conferenza Episcopale italiana

 

 

Comitato preparatorio

del IV Convegno Ecclesiale Nazionale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




TESTIMONI DI GESÙ RISORTO,

SPERANZA DEL MONDO

 

Traccia di riflessione in preparazione

al Convegno Ecclesiale di Verona

16 – 20 ottobre 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabato 18 Febbraio 2006 19:10

Rispettare la vita

Pubblicato da Maurizio Zago

 

 

Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente

per la 28ª  Giornata per la vita (5 febbraio 2006)

 

 

 

 

RISPETTARE

LA VITA

 

 

 

 

“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,1.4).

 

 

 

La Vita precede il creato e l’uomo: l’uomo – e con lui ogni realtà vivente – è reso partecipe della vita per un gesto di amore libero e gratuito di Dio. Ogni uomo è riflesso del Verbo di Dio. La vita è perciò un bene “indisponibile”; l’uomo lo riceve, non lo inventa; lo accoglie come dono da custodire e da far crescere, attuando il disegno di Colui che lo ha chiamato alla vita; non può manipolarlo come fosse sua proprietà esclusiva. La vita umana viene prima di tutte le istituzioni: lo Stato, le maggioranze, le strutture sociali e politiche; precede anche la scienza con le sue acquisizioni. La persona realizza se stessa quando riconosce la dignità della vita e le resta fedele, come valore primario rispetto a tutti i beni dell’esistenza, che conserva la sua preziosità anche di fronte ai momenti di dolore e di fatica.

Chi non vuole essere libero e felice e non fa tutto il possibile per realizzare questa sua massima aspirazione? Ognuno ha racchiusa nel segreto del suo cuore la propria strada verso la libertà e la felicità. Ma per tutti vale una condizione: il rispetto della vita. Nessuno potrà conquistare libertà e felicità oltraggiando la vita, sfidandola impunemente, disprezzandola, sopprimendola, scegliendo la via della morte

 

 

Questo vale per tutti, ma in modo speciale per i giovani, tra cui non manca chi sembra ricercare la libertà e la felicità con espressioni esasperate o estreme. L’uso pervasivo delle droghe, che in taluni ambienti sono così diffuse da essere considerate cose normali; l’assunzione di stimolanti nella pratica sportiva; le ubriacature e le sfide in auto o in moto e altri comportamenti analoghi non sono semplicemente gesti di sprezzo della morte, un gioco tanto infantile quanto incosciente. No, essi dicono soprattutto indifferenza per la vita e i suoi valori; scarso amore per se stessi e per gli altri.

Una società che tollera una simile deriva e non si interroga sulle cause e sui rimedi, o che la considera una malattia passeggera da prendere alla leggera, da cui si “guarisce” crescendo, non si rende conto della reale posta in gioco: chi da giovane non rispetta la vita, propria e altrui, difficilmente la rispetterà da adulto. È nostro dovere, perciò, aiutare quei giovani che si trovano in particolare disagio e difficoltà a ritrovare la speranza e l’amore alla vita, a guardare con fiducia e serenità a progetti di matrimonio e famiglia, a servire la cultura della vita e non quella della morte.

 

 

Un fattore importante che incide sulla vitalità e sul futuro della nostra società, ma tuttora trascurato, è sicuramente oggi quello demografico: sono molti i coniugi, infatti, che hanno meno figli di quanti ne vorrebbero. Ma, oltre alla mancanza di politiche organiche a sostegno della natalità, resta grave nel nostro Paese il problema della soppressione diretta di vite innocenti tramite l’aborto, dietro al quale spesso ci sono gravi drammi umani ma a cui, a volte, si ricorre con leggerezza. Vanno valorizzati quegli aspetti della stessa legge 194, che si pongono sul versante della tutela della maternità e dell’aiuto alle donne che si trovano in difficoltà di fronte ad una gravidanza. Davanti alla piaga dell’aborto tutti siamo chiamati a fare ogni sforzo per aiutare le donne ad accogliere la vita.

 

 

 

 

Il rispetto della vita, infatti, comincia dalla tutela della vita di chi è più debole e indifeso. Nessuno può dirsi padrone e signore assoluto della vita propria, a maggior ragione di quella altrui. Rispettare la vita, in questo contesto, significa anche fare tutto il possibile per salvarla. Quando pensiamo a un nascituro, vogliamo, perciò, pensare a un essere umano che ha il diritto, come ogni altro essere umano, a vivere e a ricercare la libertà e la felicità.

 

 

Rispettare la vita significa, ancora, mettere al primo posto la persona. La persona governa la tecnica, e non viceversa; la persona, e non la ricerca o il profitto, è il fine. Chiedere l’abolizione di regole e limitazioni che tutelano la vita fin dal concepimento in nome della libertà e della felicità è un tragico inganno, che produce al contrario la schiavitù e l’infelicità di chi lascia che a costruire il futuro siano da un lato i propri desideri soggettivi, dall’altro una tecnica fine a se stessa e sganciata da ogni riferimento etico. Occorre continuare un capillare e diffuso lavoro di informazione e sensibilizzazione per aiutare tutti a comprendere meglio il valore della vita, le potenzialità e i limiti della scienza, il dovere sociale di difendere ogni vita dal concepimento fino al suo termine naturale.

 

 

Se nel cuore cerchi la libertà e aspiri alla felicità, rispetta la vita, sempre e a ogni costo.

 

 

 

 

Roma, 21 novembre 2005

Presentazione della Beata Vergine Maria

 

 

Il Consiglio Episcopale Permante

 

 

 

Venerdì 16 Dicembre 2005 19:35

Una saggezza antica

Pubblicato da Maurizio Zago

UNA SAGGEZZA ANTICA

Di fronte alla comparsa invadente del dolore nell'esistenza umana e al conseguente tentativo di rimuoverlo, sempre più importante appare il «chiedere aiuto» Per mettere in atto, in un accordo tra me­dico e «paziente», un progetto di guarigione.

Non c'è dubbio che il senso del malessere fisico favorisca in noi la presa di una coscienza più concreta dell'esistere. Possiamo attraversare momenti di gioia e di euforia: tutto ci appare normale e non ci viene da chiederci la provenienza di quello stato d'animo. Ma il dolore non è più normalità: è il male, e quando lo si avverte ci pone degli interrogativi che possono avere un sapore angosciante; primo fra tutti: quanto durerà? Si inizia da bambini, con la ben nota «angoscia dell'ottavo mese», momento insostituibile per il futuro equilibrio psico-fisico, per giungere, attraverso le prove che la nostra esigenza di vita relazionale ci im­pone, a fare esperienza di dolore quotidianamente. Non so in quante parti del nostro territorio si usino espressioni che riescano, con una semantica essenziale ed illuminata, a rendere bene l'idea di questo binomio dolore-esistenza. Ricordo un compagno di banco del ginnasio, proveniva dalla zona di Volterra, che quan­do aveva mal di testa si esprimeva così: «Mi sento la testa». Una volta decodifi­cato il suo modo di ragionare, sono certo che non mi avrebbe meravigliato se avesse aggiunto: «Quando non ho dolori, non mi accorgo neppure di esistere».

La ricerca di aiuto

Quante facce ha il dolore? E chi può dire se ciò che colpisce lo spirito fac­cia sanguinare più di una cruenta ferita che lacera il corpo? Il protagonista sartriano de «La nausea», Roquetin, ci offre un esempio di come si possa giun­gere a cogliere il senso dell'esistenza, attraverso il dolore. Non si tratta qui di un malessere fisico, ma di un disagio esistenziale di fronte al quale può sorge­re la tentazione all'arrendevolezza. L'esperienza del dolore è qualcosa che, prima o poi, si è fatta strada in ognuno di noi; guarire significa prendere co­scienza delle ragioni del proprio star male e impegnarsi con tutta la volontà per uscirne. Nell'immaginario comune, al concetto di salute e di malattia, con sempre maggiore frequenza, si associano attributi esterni alla persona come il delegare totalmente al farmaco il compito di preservarci dal dolore, l'affidar­si alle arti di un guaritore, il raccomandarsi alle forze soprannaturali. In realtà, questi atteggiamenti, che potrebbero suscitare una simpatia per la creatura che coltiva autentici tratti di umiltà, si mischiano sempre più spesso a gesti di abbandono o di superstizione, quando sono prodotti dalla convinzione che le normali vie verso il benessere siano state vanamente esperite e praticate. Qualche volta, poi, si verifica il rifiuto, da parte di un paziente, di praticare i normali percorsi verso la propria guarigione perché questi gli appaiono inop­portuni o improponibili per le rinunce che richiedono; altre volte, infine, si ne­ga al medico di offrire spiegazioni, per la paura di apprendere verità che si preferisce non conoscere.

Il dolore appare sempre più invadente nella vita dell'uomo moderno. Se una volta, nel romanzo della vita, la trama che comprendeva l'avventura di ogni essere umano, non sapeva disgiungere nascita, esistenza, sofferenza e morte, oggi il dolore viene quanto più possibile enucleato da questo ciclo, e relegato ad ambienti asettici o luoghi il cui ingresso è riservato agli addetti ai lavori. Il contatto con il dolore, forse perché si contrappone ad una vita dalle premesse e dalle promesse totalmente edonistiche, è rifiutato fino dalla prima presa di co­scienza. Piuttosto che soffrire, si preferisce allora aggirare il traguardo della gioia. Sociologi e antropologi ci ammoniscono che le relazioni profonde sono sempre più spesso evitate, perché, non impegnandosi in rapporti troppo coin­volgenti, si evita di soffrire in caso di eventuali fratture o fallimenti.

Ma il dolore, negato e fuggito da ogni essere vivente, per paradosso si ri­vela un compagno insostituibile. È presente nel trauma della nascita, scruta i nostri rossori nei turbamenti adolescenziali, ci fa abbassare lo sguardo nelle delusioni amorose, ci fa scoprire la sensazione di impotenza nelle aggressi­vità del climaterio, ci nega con sempre maggiore frequenza la compagnia di una mano amica nel momento dell'ultimo trapasso. Forse l'errore dell'uomo moderno è quello di immaginare una esistenza senza dolore, piuttosto che cercare un rimedio per la guarigione.

Guarire tra bisogno e volontà

A prendere in esame i vissuti del dolore, prima ancora dei medici e dei biologi, sono stati i filosofi, i quali hanno cercato di vedere in questo retaggio il lievito di un disagio dai contorni proteiformi e inesauribili. Da Parmenide a Pascal, da Erasmo da Rotterdam a Heiddegger, lo studio dell'uomo e dei suoi bisogni insoddisfatti viaggia di pari passo con quello della sua esistenza, fino ai nostri pensatori attuali, i quali hanno teorizzato che ogni essere vivente oscilli perpetuamente tra il dolore per la mancanza di ciò a cui aspira e il do­lore per il tedio e il disgusto per ciò che ha raggiunto. La conseguenza inevi­tabile è che se il rapporto con il mondo dal quale dipendono salute, benessere e felicità non può essere reso saldo e garantito da nessuna accortezza, c'è so­lo da affidarsi alla precarietà e, per molti, al primo segnale negativo, è la di­sperazione. La fragile maturità nell'affrontare la sofferenza da parte dell'uo­mo moderno è sottolineata da un recente rapporto del Censis che riporta nel numero di 6.000 i suicidi verificatisi nel nostro Paese lo scorso anno.

Se è impossibile annullare il dolore, deve essere possibile recuperare una sag­gezza che almeno ci ponga in condizioni di affrontarlo. Purtroppo, i grandi cam­biamenti che hanno modificato la nostra cultura hanno finito con l'assumere i contorni di una idolatria. Al mondo dei valori nei quali si era sempre creduto si sono sostituiti dei feticci - primi fra tutti soldi e successo - e, a questi, si è dedi­cata la nostra intera esistenza. Solo le anime grandi provano senso di angoscia per tutte le ferite con le quali viene messo a prova il nostro mondo. Gran parte delle persone si libera della propria tradizione e degli insegnamenti come ci si li­bererebbe di orpelli inutili per giungere, poi, nei momenti della prova, a racco­mandarsi ai propri defunti ai quali crede di poter attribuire poteri magici. Ma i morti non soccorrono i vivi; invocarli sull'orlo dell'abisso ci fa avvertire un si­lenzio che ha il sapore della complicità. Anche la perdita della fede, più che un fallimento personale, ha il sapore di un torto alla società perché si pone contro tutti gli stimoli che hanno fatto da culla allo sviluppo dell'uomo. L'umiltà e un certo buonsenso raccomanderebbero, allora, che la ricerca di aiuto potesse anda­re in una direzione capace di portare alla riscoperta di una saggezza antica. L'e­sempio di quanti ci hanno preceduto, il tesoro della loro esperienza, il desiderio di essere interpreti di un cambiamento, possono portarci a riscoprire le autentiche strade verso

la guarigione. La cosa importante resta la volontà di sentirsi risana­ti, facendosi carico dello sforzo necessario. Ai malati che gli chiedevano il mira­colo, Gesù chiedeva sempre: «Cosa chiedi?», quasi non sapesse quale era la loro vera preghiera. E subito dopo aggiungeva: «Lo vuoi davvero?». Perché ognuno si sentisse protagonista della propria supplica e del proprio risanamento.

Ma l'uomo di oggi ha altre mire e, nel suo incessante occuparsi a produrre beni materiali per esorcizzare il rischio di mancanze o sofferenze, arriva al punto di non riconoscere più se la sua fronte è bagnata dal sudore o dall'angoscia.

Di Giovanni Scalera

Tratto da “Famiglia Domani – marzo 2002”

Lunedì 31 Ottobre 2005 21:28

IL SACRAMENTO RISCOPERTO NEL WEEK END

Pubblicato da Maurizio Zago

IL SACRAMENTO RISCOPERTO NEL WEEK END

 

Molte sono le iniziative e le attività proposte dalle associazioni di spiritualità familiare in Italia: i Centri di preparazione al matrimonio per la formazione dei fidanzati; i Gruppi di spiritualità familiare e i gruppi famiglia dell’Azione Cattolica, per il cammino spirituale della propria fede; l’Associazione comunità e famiglia, per creare la solidarietà tra famiglie.

 

Nate tra gli anni 50 e 60, queste associazioni hanno avuto una crescita esponenziale, e possono essere considerate come il tentativo di trasferire nella base ecclesiali le intuizioni e gli stili di vita di piccoli gruppi ristretti. Ognuna di queste ha delle caratteristiche specifiche, nella propria organizzazione, nelle attività, ma si possono trovare dei tratti che accomunano queste associazioni. Innanzitutto, si trova il chiaro riferimento al Concilio Vaticano II, che ha messo in primo piano il tema del matrimonio e della famiglia, fino a quel momento assente dalla ricerca teologica e dalla cura pastorale.

 Poi deve essere evidenziata la riscoperta del senso del matrimonio come sacramento, per la santificazione personale dei coniugi, e per il suo valore ministeriale, teso all’edificazione della Chiesa. Di conseguenza, la famiglia torna ad essere considerata come la struttura portante dell’evangelizzazione, di cui il Papa indica l’urgenza nell’attuale società occidentale.

Altro tratto comune è la riscoperta della Bibbia, del suo insegnamento sul matrimonio, e della riattualizzazione del Cantico dei cantici, con una visione positiva della corporeità e della sessualità, anche se questi temi devono ancora interagire in modo positivo e armonico con la pastorale parrocchiale di base. Questa ultima, infatti, è stata finora piuttosto chiusa  e incapace di far percepire ai fedeli la ricchezza della spiritualità familiare, identificando il matrimonio prevalentemente come via alla santità.

 

In conclusione, deve passare  con maggiore forza il messaggio, perciò la realtà delle associazioni laiche non deve costituire un’alternativa alla parrocchia ma una risorsa della pastorale ordinaria, superando così chiusure, differenze e particolarismi. Solo in questo modo la Chiesa italiana potrà accogliere in modo efficace l’invito di Giovanni Paolo II a considerare la famiglia come “via della Chiesa”nel terzo millennio.

 

Di Pietro Boffi

Tratto da “vita pastorale – maggio 2002”

Riduzione e adattamento a cura di Simona Internullo
Sabato 01 Ottobre 2005 14:05

QUELLI CHE NON ACCETTANO PIU’ LA CLANDESTINITA’

Pubblicato da Maurizio Zago

QUELLI CHE NON ACCETTANO PIU’ LA CLANDESTINITA’

 

Tra i segnali più significativi del cambiamento culturale della società consiste nella forte richiesta di visibilità sociale da parte degli omosessuali, minoranza che ha il pieno diritto di esistere nelle società evolute, e quindi aperte alla diversità.

L’omosessualità non è una malattia né una devianza e nemmeno un problema, ma un’identità umana che si costituisce nell’affettività e nella progettualità relazionale.

 

L’omosessualità oggi non è più una vergogna: l’omosessuale moderno non si nasconde, non s’incontra più clandestinamente con gli altri, ma ha una rete di relazioni aperta. Naturalmente non tutto procede pacificamente: nei centri meno urbanizzati i gay sono bersaglio di scherno, non sono compresi, devono superare molte difficoltà nel farsi accettare dagli altri. Come afferma Marzio Barbaglio e Asher Colombo nel volume “Omosessuali moderni”, in Italia l’omosessualità ha grande spazio in tv e più in generale nei media, ma il mondo accademico non se ne interessa, lasciando ai mass media la libertà di diffondere luoghi comuni e stereotipi sui gay e sulle lesbiche.

 

Questo vale anche per gli omosessuali credenti, quelli che si riconoscono nella fede di Gesù Cristo ma che spesso fanno fatica a trovare piena accoglienza nella Chiesa. In un documento della Commissione  dell’episcopato inglese per l’assistenza sociale, già nel 1979 si leggeva che spetta alla Chiesa  la responsabilità di eliminare le ingiustizie perpetrate ai danni degli omosessuali da parte della società. Anche il Catechismo della Chiesa cattolica (1992) invita ad usare “rispetto, compassione e delicatezza” con le persone che presentano “tendenze omosessuali innate”.

Si può concludere, quindi, che le persone omosessuali fanno parte a pieno titolo della comunità cristiana.

Racconta Giovanni: “Sono nato 25 ani fa alla periferia di una città del centro Italia. Introverso e timido, ho sempre avuto problemi a legare con i miei compagni di scuola e di cortile e, se si escludono poche eccezioni, la solitudine ha caratterizzato fino allora la mia vita. La mia famiglia era molto religiosa ed attiva in parrocchia, e, di conseguenza, anch’io ho sempre frequentato quell’ambiente impegnandomi a livelli diversi. Non sentivo in contraddizione la mia sessualità e la mia fede […]. La mia sofferenza derivava dalla resistenza che avvertivo negli altri […]”

 

La società subisce la pressione di una minoranza che chiede d’essere visibile, che non vuole più vivere con paura la propria identità, che chiede ai benpensanti di andare oltre il pregiudizio e i luoghi comuni. Per questo motivo, segnaliamo due indirizzi utili. Per gli omosessuali credenti c’è il gruppo “La fonte” (via Agordat 50 – 20127 Milano); per le mamme e i papà con figli omosessuali c’è l’Agedo, Associazione genitori d’omosessuali (via Bezzecca 3 – 20135 Milano).

 

Tratto da “Vita pastorale - maggio 2002”

Riduzione e adattamento a cura di Simona Internullo

Sabato 01 Ottobre 2005 13:58

La Diversità: ostacolo o risorsa?

Pubblicato da Maurizio Zago

SECONDA PARTE

ACCOGLIERE LE DIVERSITA'

-2-

LA DIVERSITÀ: OSTACOLO O RISORSA?

La famiglia come chiave di risposta per una pastorale dell’accoglienza

Questo mio intervento vuole offrire una chiave di lettura teologica e pastorale sulla diversità.

La tesi di fondo che cercherò di sviluppare e, in qualche modo, di dimostrare è la seguente: le diversità non sono un limite o un problema ma sono una risorsa.

Ci può infatti capitare di considerare le diversità come problema, difficoltà, disagio, questione che ci interpella; da parte mia sono convinto che senza le diversità diventerebbe impossibile decifrare il mistero della vita dell’uomo, il suo destino e il senso stesso della Storia.

Il punto di partenza della mia relazione è la famiglia, non per un’attribuzione impropria, ma perché c’è un nesso imprescindibile tra la realtà della famiglia e la tematica della diversità, anzi sono convinto che la famiglia ci possa dare il codice di lettura di questo tema.

IL MISTERO DELL’UOMO

Per spiegare questa affermazione, parto da quello che è il mistero dell’origine dell’uomo così come ci è descritto nella Parola di Dio.

Sappiamo che i primi capitoli di Genesi non costituiscono una spiegazione scientifica della creazione dell’uomo e del mondo ma un’interpretazione sapienziale ispirata dalla vicenda umana.

Il primo capitolo di Genesi, di fonte sacerdotale, descrive la creazione in una prospettiva di separazione: viene separato il cielo dalla terra, poi il mare dalla terraferma, e così via: tutto è diversificazione in un orizzonte di armonia. Quanto più la diversificazione si accentua, tanto più si mettono in evidenza gli elementi che contribuiscono a creare l’armonia.

Al vertice, al cuore di questa realtà, c’è la creazione dell’uomo e della donna. Per questa creazione c’è un intervento straordinario del Dio creatore: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”, che pone l’essere umano in una condizione completamente diversa da tutte le altre cose.

Immagine e somiglianza non significano che l’uomo è uguale a Dio, in quanto è opera delle sue mani, ma che porta in sé una partecipazione al mistero stesso di Dio.

E questa partecipazione si realizza attraverso la differenziazione “maschio e femmina”; questo essere creato ad immagine e somiglianza di Dio porta dentro di sé una differenziazione che potremmo definire radicale, irriducibile: l’essere umano non esiste se non come uomo e come donna.

Possiamo quindi concludere che Dio genera il principio della diversità e lo genera non come spaccatura, o come frattura dell’essere umano, ma come un qualcosa di armonico con il creato e con Lui stesso.

MASCHIO E FEMMINA

La differenziazione “maschio e femmina” in filosofia ha costituito sempre un enigma, un interrogativo.

Grandi sono stati gli sforzi, nel periodo classico, di ridurre questa differenza. Con Platone si arriva a considerare la diversità come un limite, come qualcosa di mancante, nostalgia di un’interezza che non esiste più.

Da qui nascono i diversi miti dell’androgino, dell’ermafrodito così presenti, anche se in modo diverso, nella società contemporanea, ma che sono in antitesi con il progetto di Dio.

Il secondo racconto di Genesi, più di carattere antropologico, sottolinea maggiormente questo aspetto: ci dice infatti che Dio si preoccupa della solitudine di questo essere umano, dice che “non è bene che sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”; il termine ebraico utilizzato sta ad indicare “gli voglio fare qualcosa che gli sia simile standogli di fronte” cioè una similitudine quasi per contrapposizione: la donna infatti costituisce, rispetto all’uomo, quella realtà che gli è simile, ma che continuamente lo riflette, lo rispecchia, lo richiama alla sua diversità.

Il modo in cui l’autore sacro cerca di tradurre visivamente questo dinamismo è affascinante, perché la donna viene tratta in un momento di torpore dalla costola dell’uomo; la costola è stata scelta, secondo una delle interpretazioni più accreditate, perché è l’elemento più vicino al cuore, quindi è qualcosa di intimo, interiore.

La donna viene a costituire la verità più profonda del sentire umano e non è qualcosa che viene generato dopo, perché preesiste quasi all’uomo stesso, è l’intimo dell’intimo dell’uomo che viene posto di fronte a lui.

Adamo allora esclama: “questa è veramente carne della mia carne”.

Questa affermazione non significa solo “mi è stato donato qualcuno che finalmente corrisponde alla mia dignità di essere intelligente”, ma soprattutto “mi è stata donata quella parte di me che mi rivela che il senso della vita è la relazionalità”.

Diversità e relazionalità al di fuori delle quali Dio stesso, che è l’orizzonte ultimo della vita, non può essere compreso: “per questo l’uomo abbandonerà

suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola”.

LA POLARITÀ SESSUALE

La differenziazione “maschio e femmina” è stato motivo di imbarazzo anche

in ambito ecclesiale: alcuni Padri della Chiesa hanno interpretato o cercato di

interpretare la polarità sessuale come segno di una caduta dovuta al peccato, da qui è scaturita una visione negativa della sessualità che ha riverberi anche ai nostri giorni.

È vero che nella sessualità, come in tutte le altre dimensioni umane, si percepiscono gli effetti del peccato, ma la polarità sessuale è opera della creazione quindi del disegno provvidenziale di Dio: guai a noi se non abbiamo chiaro questo tipo di approccio e quindi il senso positivo della diversità!

Questi argomenti sono stati affrontati più volte dall’attuale Papa, il quale sarà ricordato in futuro, al di là di tutti i contributi che ha dato con il suo magistero alla vita e alla missione della Chiesa, anche per le sue riflessioni sull’uomo in un’epoca di crisi nell’interpretazione dell’essere umano.

IL MAGISTERO DEL PAPA

Il Papa, in piena conformità con la tradizione cristiana, ma anche con un grande sforzo di innovazione, ha sviluppato delle riflessioni che sono veramente innovative e una di queste è costituita dallo stretto legame presente tra il mistero della vita trinitaria e la realtà della famiglia.

I testi a cui faccio riferimento sono:

·        la “Mulieris Dignitatem”;

·        la “Lettera alle famiglie”,

·        la “Lettera alle donne”.

LA “MULIERIS DIGNITATEM”

Nel primo testo: la “Mulieris Dignitatem”, nei capitoli dal 6 all’8, il Papa fa un’affermazione molto forte che alcuni teologi fanno fatica ad accogliere, cioè che Dio, creando l’essere umano a sua immagine e somiglianza, ha dato una chiave di lettura del suo stesso mistero.

Il Papa afferma che Dio è conoscibile guardando ciò che Dio ha creato e al cui vertice c’è l’essere umano maschio e femmina; guardando la polarità, la diversità, la complementarietà, la reciprocità tra uomo e donna noi possiamo entrare nel mistero intimo di Dio, cioè nel suo essere trinitario che è unità nella permanente insondabile diversità delle persone divine.

Mai il Papa si era spinto fino a una sottolineatura così radicale della conoscibilità di Dio attraverso il mistero dell’uomo e della donna: questo è un passaggio epocale!

LA LETTERA ALLE FAMIGLIE

Il secondo testo, molto più immediato nella sua lettura, anche se purtroppo non sufficientemente valorizzato, è la Lettera alle Famiglie.

In questo documento c’è un’affermazione che si ripete di continuo: il “noi” del vissuto familiare è comprensibile, dice il Papa, alla luce del “noi” del mistero trinitario.

Il mistero della Trinità non si rivela e non si manifesta se non in dinamismo di comunione e il vissuto familiare, che è la realtà più significativa della comunione interumana, è il contesto in cui si rende più visibile il mistero di Dio che è Trinità.

Con il termine vissuto familiare indico sia il rapporto tra i due membri della coppia che il vissuto di fecondità che da esso scaturisce.

Già Genesi ci dice con chiarezza che Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina e li ha benedetti perché fossero fecondi.

Non si può dissociare la reciprocità uomo-donna da questa benedizione originaria: questi termini sono così strettamente congiunti che al di fuori di un’ottica di fecondità è incomprensibile il senso della diversità.

LA LETTERA ALLE DONNE

Il terzo testo è la lettera del Papa alle donne scritta in occasione della Conferenza Internazionale di Pechino. Al n. 7 di questo documento il Papa dice: “la questione della differenza uomo-donna è una questione ontologica”, cioè è una questione che riguarda la natura e la conoscenza dell’essere come soggetto in sé. Il Papa ci ricorda che non potremo mai capire fino in fondo che cos’è l’essere umano se non tenendo conto e sviluppando anche la dimensione della relazionalità e reciprocità uomo-donna; questa relazionalità non è un “optional” ma un elemento costitutivo dell’essere.

Questi sono solo degli accenni che però ci permettono di individuare il nucleo centrale del problema, cioè che la diversità e la diversità per eccellenza, quella all’interno dello stesso essere umano come maschio e come femmina, è una risorsa, è un valore, è la chiave di lettura del mistero dell’uomo ma è anche l’accesso al mistero stesso di Dio.

Concludendo questo primo punto mi sembra di poter dire che allora la diversità ha il suo fascino: la diversità non è qualcosa a cui dobbiamo guardare con sospetto e con paura ma è il continuo rimando che noi abbiamo ad andare oltre, a non fermarci, a superare i limiti che inevitabilmente sono costituiti da ogni approccio soggettivo, individualista, che pone il “se stessi” al centro di tutte le cose.

La diversità è l’appello forte che noi abbiamo ad allargare il nostro orizzonte.

DIVERSITÀ E LIBERTÀ

Il secondo aspetto è costituito dalla presenza di un dramma all’interno dell’esperienza di diversità: questo dramma è costituito dall’interpretazione che

noi diamo della diversità: se questa è segnata dalla paura ci richiudiamo su noi stessi, in caso contrario siamo in grado di costruire rapporti sempre più grandi di amore e donazione.

Entra in gioco dunque la nostra libertà con cui il tema della diversità deve sempre misurarsi.

Pensiamo all’impatto che questo elemento ha nel rapporto uomo-donna: la creazione dell’unità di coppia impone di mettere in gioco la propria libertà, ma questo non è affatto scontato, richiede fatica e impegno.

La diversità è quindi anche una sfida alla propria libertà.

Questi due primi aspetti sono fondativi, ciò che segue non è che lo sviluppo consequenziale del discorso.

CRISTO PER COMPRENDERE LA DIVERSITA'

Un ruolo determinante per interpretare la vicenda della diversità ci viene da Gesù Cristo: infatti in Cristo noi abbiamo l’abbraccio supremo della diversità come ci dice Paolo nel cap. 2 della lettera ai Filippesi.

Paolo ci ricorda che Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua eguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo ... fino alla morte di croce.

Gesù compie quello che teologicamente viene chiamato “kenosis”, cioè l’abbassamento, l’annientamento, l’entrata nelle tenebre causate dal peccato; in questo modo Cristo colma l’abisso della differenza, della diversità causata dal peccato e si pone come ponte in grado di riorientare ogni diversità e di ricondurla al suo senso originario.

La diversità è infatti un bene che diventa valore negativo quando, a causa del peccato, non permette più agli uomini di comprenderne il senso e diventa la fonte dei conflitti e delle rivalità.

Solo in Cristo noi possiamo ricomporre tutte le diversità, quella tra Cielo e terra come quella tra uomo e donna: è in questa chiave che dobbiamo intendere le parole di Gesù quando dice che non c’è più marito né moglie, né uomo né donna. Egli non vuol dire che questi stati della persona saranno soppressi ma che non saranno più conflittuali, in contrapposizione, e saranno ricondotti alla loro armonia e al loro senso ultimo perché non sono altro che il passaggio verso quella comunione definitiva quando vedremo Dio faccia a faccia.

IL MATRIMONIO CRISTIANO

L’esigenza del matrimonio è presente in tutte le culture di tutti i tempi come una dimensione fondamentale dell’uomo.

È vero, il peccato ne ha oscurato in parte il senso, ma non ha eliminato la tensione positiva che spinge l’uomo e la donna a vivere insieme.

Il cristiano non ha strumenti diversi da ogni altro essere umano quando vive autenticamente questa esperienza di amore e donazione reciproca, salvo la Grazia che gli viene da Cristo.

Tornando a Paolo, nella lettera agli Efesini egli ci ricorda anche di essere sottomessi gli uni agli altri come la Chiesa lo è a Cristo: è la sottomissione a Cristo che costituisce il presupposto per la composizione della diversità, perché si crei veramente la reciprocità.

In questo senso la Grazia del sacramento del matrimonio non annulla le diversità ma le valorizza e le innerva nella forza della Grazia stessa, permettendo di realizzare ciò per cui Dio fin dall’origine ha pensato e voluto per l’uomo e per la donna, benedicendoli nella loro fecondità.

Oggi, come società, siamo entrati in un duplice vicolo cieco: da una parte troviamo la tendenza ad omologare tutto e tutti, comprese le differenze sessuali, rendendole di fatto indistinguibili e irrilevanti, dall’altra incontriamo la tendenza alla contrapposizione, alla separazione irriducibile.

Il matrimonio cristiano tiene lontana ogni forma di omologazione dell’uno all’altro e nello stesso tempo ogni reciproca irriducibilità, proprio perché l’uo-mo è capace di costruire una comunione nel rispetto delle diversità.

LA FAMIGLIA

La famiglia cristiana è allora il luogo in cui per eccellenza si può valorizzare la diversità (vedi Familiaris Consortio), che si pone come primo compito la costituzione di una comunità di persone. Una grossa sfida del nostro tempo che impegna la famiglia è quella dell’integrazione delle diversità religiose.

Su questo argomento vi sono delle luci e delle ombre: le luci sono quelle che oggi ci vengono dalla ricchezza dei rapporti ecumenici tra le diverse confessioni cristiane, ad esempio con gli ortodossi ed i riformati.

La teologia del matrimonio presso gli ortodossi è molto diversa dalla nostra sia nella visione del matrimonio sacramentale, sia nella sua attuazione liturgica e nella prassi pastorale (pensiamo al caso tipico dei divorziati e risposati). Il fatto che la realtà cattolica e quella ortodossa si incontrino anche attraverso i matrimoni misti è visto come un elemento di grande arricchimento teologico ed ecclesiale.

Sul fronte dei riformati ricordo l’accordo recentemente sottoscritto tra la CEI ed i valdesi proprio sulla questione dei matrimoni. L’incontro all’interno di un vissuto familiare di un cattolico e di un riformato valdese viene ora interpretato, a fronte di conflitti radicali vissuti in passato, come una risorsa, una fonte di possibile grazia. Ciò è molto bello ed è un grande segno di come all’interno della famiglia anche le diverse esperienze di fede possono tradursi in una crescita, in un arricchimento, in uno scambio molto prezioso.

Le ombre ci vengono dai matrimoni interreligiosi, soprattutto con i musulmani. Sappiamo tutti, anche da casi apparsi sulla stampa nazionale, quanto sia difficile questa esperienza, anche quando c’è un impegno molto serio nell’affrontarla, proprio per le diverse interpretazioni che si hanno riguardo al rapporto di coppia tra mondo occidentale e mondo musulmano.

Questo è un argomento guardato con grande attenzione dalla Chiesa (lo stesso Direttorio di Pastorale familiare ne parla), su di esso non vi sono preclusioni di principio anche se oggettivamente si invita all’attenzione e alla cautela.

IL RUOLO DELLA CHIESA

La Chiesa si è sempre impegnata sul fronte della diversità, anche se vi sono stati momenti nella sua storia che fanno pensare diversamente e che possono essere compresi solo entrando nelle situazioni specifiche. Ma la Chiesa, per la sua natura cattolica, cioè universale, è stata sempre attenta alle diversità e questa attenzione oggi si esprime nel binomio: “evangelizzazione delle culture” e “inculturazione della fede”. La fede ha infatti sempre un duplice processo: entra dentro le esperienze positive delle culture e delle tradizioni umane e, nello stesso tempo, innerva queste realtà con l’originalità e la novità ‘ dell’annuncio evangelico.

Questo è un processo dagli equilibri molto difficili, perché da un lato c’è sempre il rischio di una evangelizzazione che snaturi e manipoli le tradizioni culturali, e dall’altro c’è il rischio che un adattamento del Vangelo alle tradizioni comporti una perdita dell’originalità del messaggio cristiano.

LA CHIESA E IL RAZZISMO

Come la Chiesa si pone nei confronti del razzismo? Come si pone di fronte a questa realtà che a volte si manifesta in forma eclatante e a volte in modo subdolo?

La Chiesa è e vuole essere un deterrente contro ogni forma di razzismo, per questo ha bisogno continuamente di convertirsi alla verità del suo essere, al senso più profondo della sua missione.

La sua è una missione di comunione e di riconciliazione e in quest’ottica la Chiesa è nel mondo il crocevia della riconciliazione e dell’incontro tra popoli e razze.

In Italia ciò è meno visibile, ma credo che le comunità cristiane costituiranno sempre più il punto discriminante della capacità del nostro paese di essere accogliente e capace di integrare le diversità.

Sull’argomento vi segnalo un documento della commissione “Justitia et Pax” (Educare alla legalità) che invita a passare da una cultura dell’indifferenza e della diffidenza ad una cultura della differenza e della solidarietà: differenza nel senso di saper apprezzare e valorizzare le differenze, solidarietà come raccordo tra le differenze stesse.

EDUCARE ALLA DIVERSITÀ

Ma anche questo è solo un passaggio verso l’obiettivo ultimo che è la nascita di una cultura della convivialità, che è qualcosa di più della solidarietà.

Solidarietà è accettare, condividere, comprendere, affiancarsi; convivialità è un termine tipicamente familiare che sta ad indicare un entrare in stretto contatto, un assumere all’interno del proprio vissuto anche questo tipo di presenze.

Un grosso contributo che la Chiesa dà su questi argomenti è quello dell’educazione. La Chiesa ha un compito che è quello di educare Ia coscienza di ogni credente, ma anche di investire le sue risorse principali nell’educazione delle nuove generazioni.

Quest’educazione deve essere fatta di ascolto, di dialogo e di condivisione: questi tre elementi costituiscono la grammatica di ogni autentico rapporto tra le diversità.

don Claudio Giuliodori,

responsabile dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali della CEI

Sabato 27 Agosto 2005 13:30

LA DIVERSITÀ OGGI: ANALISI E PROPOSTE

Pubblicato da Maurizio Zago

SECONDA PARTE

ACCOGLIERE LE DIVERSITA'

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LA DIVERSITÀ OGGI: ANALISI E PROPOSTE

Dalla fine dei vecchi equilibri a nuove reti di solidarietà

Questa relazione vuole affrontare il problema della diversità dal punto di vista sociologico calandola nella nostra esperienza di famiglie.

La caduta di alcuni vecchi equilibri su cui si basava la nostra società a cui eravamo abituati da decenni ha accelerato in questi ultimi tempi la diversità, la contrapposizione tra le diversità.

Quali equilibri sono caduti? per esempio quelli legati all’organizzazione del lavoro, alla contrapposizione Est/Ovest, al ruolo degli anziani, dei giovani e della famiglia.

L’organizzazione del lavoro

L’organizzazione del lavoro cui eravamo abituati, il modello Fordiano che si riassume nella catena di montaggio, poteva essere alienante ma creava molti posti di lavoro, si poteva sperare di lavorare fino al raggiungimento della pensione, offriva un posto a tutti, anche a coloro con bassa scolarità.

La nuova organizzazione del lavoro è centrata sulla qualità totale, sul concetto di “just-in-time” che di fatto elimina i magazzini; in questa organizzazione i lavoratori sono definiti risorse umane.

Questa è una bella parola ma che cosa vuol dire risorsa? chi è risorsa? sono risorsa solo i lavoratori che sono adattabili nel tempo, che sono fungibili, e questa impostazione, insieme all’uso estensivo di robot per eseguire lavori che prima svolgevano gli uomini, riduce il numero dei posti di lavoro.

Cambiano così anche i rapporti tra i lavoratori, il neoassunto fa paura, i più anziani vedono in lui un concorrente perché è probabilmente più adattabile, più fruibile. Chi sopravvive e non viene espulso dal sistema produttivo è solo colui che supera la paura di non essere all’altezza.

La contrapposizione Est/Ovest

Alla caduta del muro di Berlino nel 1989 tutti abbiamo applaudito: era la fine della guerra fredda, e con lei la fine della paura di una nuova guerra mondiale, della “bomba”, della morte nucleare.

Ma c’era un rovescio della medaglia che abbiamo compreso solo col tempo: la caduta del muro, dei vecchi equilibri, ha innescato le attese di una moltitudine di individui dell’Est europeo che ha cercato di riversarsi anche nel nostro paese. Questo ci fa paura perché sembra attentare al nostro benessere ma non c’è rimedio: l’Italia è un paese con indice di natalità negativo, ha bisogno di braccia, e inoltre, rispetto ad altri paesi europei, gli stranieri da noi rappresentano solo il 2% della popolazione contro una media internazionale che è del 5%.

Il ruolo degli anziani

Il primo libro sugli anziani è del ’76 e si intitola emblematicamente “L’età inutile”.

Da allora molte cose sono cambiate: la salute degli anziani è migliorata, la speranza di vita si è spostata a 75-80 anni, gli anziani oggi sono più istruiti, sono inseriti in gruppi, hanno hobbies con cui occupare il tempo, ma nonostante ciò il 25% di essi è solo, è isolato.

Questo ha dei gravi costi sociali perché l’uomo ha bisogno di comunicare con gli altri, di relazionare, colui che ne è privato è come una persona a cui sia stato tolto il cibo, il nutrimento.

Ma anche molti degli anziani che svolgono attività reputano queste attività poco significative e ciò provoca in loro frustrazione; infatti il senso della vita consiste nel fare cose che gli altri ritengono significative.

In questo caso la donna è più fortunata (ha sempre badato alla casa e, una volta raggiunta la pensione, continua a farlo), l’uomo si trova invece in una situazione più critica.

Il ruolo dei giovani

Leggiamo ogni giorno sui giornali di ragazzi che vivono situazioni di malessere, leggiamo di omicidi, di atti di violenza contro gli altri e anche contro se stessi.

Un altro indicatore di questo malessere è la cosiddetta “famiglia lunga”, famiglia dove i figli ormai adulti continuano a vivere nella casa dei genitori.

Perché la famiglia lunga? Perché manca il lavoro? Perché non é sicuro? Perché i giovani con il loro stipendio non riescono ad avere una casa comoda come quella dei genitori?

Il motivo vero è che questi giovani, maschi e femmine, sono figli della “grande mamma italiana”.

Questa mamma, nei confronti dei maschi è soprattutto protettrice, teme per i figli, e questi non hanno un padre, perché il padre c’è ma sovente è come se fosse assente.

Ai giovani maschi manca l’identificazione con il padre, lo stare al suo fianco, il lavorare insieme, e, attraverso queste esperienze, comprendere che anche il padre commette errori e così emanciparsi.

Le femmine sono più fortunate perché la madre di solito è più presente in casa e le giovani possono quindi misurarsi, confrontarsi e scontrarsi con essa.

Lo si vede anche nell’ambito universitario: le ragazze sono più forti dei maschi, studiano di più, studiano meglio.

Il ruolo della famiglia

La famiglia è cambiata molto in questi ultimi anni: solo per citare un dato, attualmente i divorzi e le separazioni interessano il 20% dei matrimoni.

Questo mutamento ha un peso molto forte sui giovani, che sono portati ad affrontare il matrimonio mettendo già in conto che, se le cose vanno male, ci si può lasciare.

Il divorzio dei genitori crea inoltre nei giovani delle difficoltà ad avere rapporti con l’altro sesso, perché fa nascere la paura di essere abbandonati.

Come genitori dobbiamo fare un esame di coscienza perché non siamo stati capaci di trasmettere tutti i valori in cui noi siamo stati educati ai nostri figli. Tra questi valori vi possono essere valori grandi, significativi, ma anche altri molto più banali come l’ordine, l’attenzione per le proprie cose, il rispetto della disciplina, la capacità di cucinare, ecc..

Non li abbiamo passati forse perché li ritenevamo poco importanti o perché non ne siamo stati capaci e ora scopriamo i nostri figli disordinati, spreconi, indisciplinati, incapaci di nutrirsi in modo corretto.

Scopriamo che anche il poco che abbiamo insegnato sovente si è perso perché il peso degli amici, del gruppo, è stato più forte di quello della famiglia.

COME GESTIRE LA DIVISIONE

La divisione si gestisce accettando la diversità, trasformandola in una opportunità di scambio vicendevole.

Partendo dal mondo del lavoro le associazioni (dei lavoratori, degli imprenditori p.e.) non dovrebbero limitarsi ad avanzare rivendicazioni, ma dovrebbero diventare più solidali con coloro che rappresentano.

Se marito e moglie perdono il lavoro diventano improvvisamente, da piccoli-borghesi che erano, poveri, sul lastrico.

Le associazioni, anziché limitarsi a difendere coloro che un lavoro lo hanno ancora, dovrebbero fare corsi di riqualificazione per coloro che il lavoro lo hanno perduto, in modo che possano trovare un nuovo lavoro, possano passare alla libera professione, al lavoro in cooperativa.

Passando ai pensionati, la malattia più diffusa nei primi due anni successivi all’uscita dal mondo del lavoro è la depressione.

Solo coloro che si organizzano per tempo e riescono a continuare a fare qualcosa di utile ne sono esenti; un compito delle associazioni è anche quello di favorire chi va in pensione a trovare alternative valide per occupare il proprio tempo.

Anche per i giovani il discorso è simile: le associazioni possono creare progetti per i giovani attingendo ai fondi sociali europei; i giovani stessi, aiutati dalle famiglie, possono organizzarsi in associazioni “no profit” (senza fine di lucro) per offrire servizi.

Da ultimo alcune considerazioni sugli extracomunitari: non possiamo far finta che non esistano, che sono solo delinquenti, che ci portano solo malattie. Dobbiamo aiutarli a integrarsi, a diventare cittadini, se li lasciamo nelle mani degli sfruttatori resteranno sempre come dei topi, relegati a vivere nelle cantine o nei solai dei quartieri più degradati!

VERSO DOVE ANDARE

Siamo stati abituati ad affrontare la diversità? Direi di no: se nelle nostre famiglie nasce un problema siamo portati a nasconderlo per paura di essere considerati diversi.

È qualcosa da superare, dobbiamo mobilitarci per creare delle reti sociali, delle reti di solidarietà, perché, è inutile illuderci, non siamo autosufficienti!

Io padre, io madre, ho bisogno, per la realizzazione dei miei figli, che altri mi aiutino come io, a mia volta, devo cercare di aiutare gli altri.

prof. Guido Lazzarini, sociologo

Giovedì 04 Agosto 2005 16:16

ASSOCIAZIONE FAMIGLIE SEPARATE CRISTIANE

Pubblicato da Maurizio Zago

ASSOCIAZIONE FAMIGLIE SEPARATE CRISTIANE

Nasce nel 1998 a Milano e si sviluppa in varie città d’Italia e attualmente ha sezioni in Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Friuli e Venezia Giulia, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Sicilia; cioè in molte Regioni d’Italia. L’Associazione è stata seguita sin dall’inizio da mons. Renzo Bonetti, già Responsabile della Pastorale Familiare della CEI.

         L’ Associazione fa parte del forum Nazionale delle Associazioni Familiari.

Obiettivi in sintesi sono:

  • Promuovere, senza giudicare, l’accoglienza e l’ascolto dei separati nelle diverse diocesi italiane;
  • Che in questi nostri fratelli, allontanatisi e/o allontanati dalla Chiesa, una volta fatto questo percorso, riprendano la vita comunitaria e che la stessa Comunità sia pronta ad accoglierli riservando un particolare atteggiamento: l’atteggiamento è quello di Gesù di fronte alla Samaritana;
  • Portare all’interno della Chiesa la voce, le problematiche, soprattutto la sofferenza delle famiglie separate;
  • Contribuire ad un cambiamento di cultura nella società, nel parlamento, nel paese, sulla pari importanza di entrambi i genitori nella funzione educativa verso i figli, per una nuova legge sulla separazione.

La Sezione Lazio

Nasce e inizia il suo cammino ufficialmente nel gennaio 2001, dopo il parere favorevole del Vescovo Ausiliare della Diocesi di Roma, incaricato per la Pastorale Familiare, S.E. mons. Luigi Moretti.

Dal mese di settembre 2001 al mese di giugno 2002, inizia a Roma il cammino dei primi due gruppi che nascono come: «Gruppi di ascolto del Vangelo e di Preghiera» con incontri mensili.

Vi partecipano persone che si trovano nelle più svariate situazioni: separati, divorziati, coppie in crisi; Uomini e donne con storie di sofferenza, con ferite profonde, bisognosi di essere ascoltati, di poter condividere; forse per la prima volta essi si sentono accolti, non giudicati.

Oltre gli incontri di accoglienza iniziano anche i ritiri nei tempi «forti» dell’ano liturgico: Natale e Pasqua e si organizzano momenti «conviviali» con pellegrinaggi nei luoghi francescani di Greccio e Bellegra: sono occasioni necessarie  per fraternizzare e conoscersi.

Con l’aiuto del Signore il «seme» comincia a dare «nuovi frutti» e, dall’inizio a settembre 2002, si costituiscono a Roma 11 gruppo, mentre altri iniziano il cammino a Civitavecchia e Latina. Agli incontri cominciano anche a partecipare coppie «regolari» che hanno maturato una chiamata a questo servizio pastorale: la loro presenza è segno di speranza, di accoglienza, di ricchezza spirituale.

Su richiesta degli stessi partecipanti, e per dare risposte concrete alle molteplici e diverse domande che la condizione di «separato» pone per quanto riguarda la situazione personale, le scelte di vita e la posizione all’interno della Chiesa, si sono tenuti quattro incontri su tematiche specifiche quali:

  • Cosa sta facendo la Chiesa per la «famiglia»;
  • La separazione: fallimento o inizio di un cambiamento? Come viene vissuta dall’uomo e dalla donna;
  • Figli con la valigia. Separati per la legge, genitori sempre;
  • I separati e i divorziati in parrocchia tra accoglienza e sospetto. Percorsi di Grazia nel fallimento del matrimonio.

Gli incontri sono stati guidati da Consulenti familiari, avvocati, psicoterapeuti esperti nei settori di loro competenza.

Nel mese di giugno 2003 l’Associazione è stata invitata a partecipare al convegno diocesano svoltosi a Roma sul tema: «Insieme alla famiglia costruiamo una società migliore»: un grande evento ecclesiale e la prima vera opportunità di «testimonianza» diretta della propria condizione di «separato», presente nella Chiesa spesso vivendo la fedeltà in una società in cui questo valore è sempre più dimenticato e «disprezzato».

Nel maggio 2003 e nel 2004 in data 29 e 30 maggio, si sono tenuti i due Convegni Nazionali (IV° e V°): a Roma e a Caravaggio (Bergamo) ai quali hanno partecipato tutti i gruppi presenti in Italia che fanno lo stesso cammino; il prossimo Convegno Nazionale, il VI°, è già previsto per la fine di maggio 2005, a Roma: è una grande e importante occasione di confronto, riflessione, preghiera, scambio di testimonianze, proposte future.

                              

Renato Galeri e Manuela Ciriello
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Famiglia Giovani Anziani