Sabato, 13 Marzo 2010
Mondo Ebraico
Mondo Ebraico

Mondo Ebraico (62)

Pubblichiamo il testo integrale del Rabbino capo della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, in occasione della visita di papa Benedetto XIV alla Sinagoga di Roma.

Sabato 23 Gennaio 2010 22:21

Violinista ad Auschwitz (Paolo De Benedetti)

Pubblicato da Fausto Ferrari

E’ molto imbarazzante parlare di un bel libro come "Un violinista ad Auschwitz", quando questo è molto più che un bel libro. Vorrei cominciare da un proverbio, un modo di dire in lingua jiddish che dice: “Un piccolo ebreo col suo violino".

Mercoledì 05 Novembre 2008 01:30

I figli di re Salomone (Enrico Casale)

Pubblicato da Fausto Ferrari

I figli di re Salomone

di Enrico Casale






Per millenni hanno vissuto in Etiopia difendendo la loro identità da discriminazioni e pogrom. Con due ponti aerei nel 1984 e 1991, il governo di Tel Aviv li ha portati in Israele. Oggi i beta Israel si sentono a tutti gli effetti cittadini israeliani, anche se la loro integrazione non è stata (e non è) semplice.

«Vuoi intervistarmi sugli ebrei etiopi? Sappi però che io sono sabra, sono nata in Israele. Quindi sono totalmente israeliana». Aviva sorride. Sa che la pelle nera non può nascondere la sua origine abissina. Per lei, avere genitori etiopi non è un disonore, anzi. Ma, come molti giovani beta Israel ( «la casa di Israele», come loro preferiscono chiamarsi), ormai si sente un tassello fondamentale della società israeliana. Israele è il suo Paese, quel Paese che i suoi avi, per secoli, avevano sognato di raggiungere.

In Aviva è riassunta un po’ tutta la storia dei beta Israel. Un popolo che per millenni ha mantenuto salda la propria identità e non ha mai smesso di sognare di fare alyià (cioè di ritornare a Gerusalemme). Un popolo che ha saputo affrontare sofferenze incredibili per raggiungere la Terra promessa e che ora, nonostante un’integrazione difficile, non rimpiange il fatto di essersi trasferito in Israele.

TRADIZIONI A RISCHIO

«Certo - ricorda Aviva, 23 anni - l’integrazione è stata dura. Soprattutto per i nostri padri. Provenivano da una società nella quale l’uomo lavorava e manteneva la famiglia e le donne rimanevano a casa ad accudire i figli. Qui, invece, agli uomini venivano proposti lavori umili che molti rifiutavano perché degradanti. Le donne invece accettavano anche le mansioni più semplici. Per la prima volta potevano uscire a lavorare. Molte hanno imparato l’ebraico prima dei mariti. Cosi i ruoli in famiglia si sono invertiti. Per alcune famiglie è stato uno choc. Noi giovani invece siamo cresciuti qui e abbiamo assimilato i valori di Israele».

I beta Israel, che si dice discendano da re Salomone, si sono trovati catapultati in un mondo con ritmi e rituali estranei. La cosa che più li ha turbati è stata la conversione rituale alla quale sono stati obbligati. Il rabbinato, infatti, ha preteso che le donne fossero sottoposte a un bagno rituale e che gli uomini donassero una goccia di sangue. Nella storia di Israele questa conversione è stata chiesta solo alla comunità etiope. I beta Israel sono stati feriti anche dal mancato riconoscimento, sempre da parte del rabbinato, della funzione dei kes, i loro sacerdoti. Alcuni di essi sono stati avviati alle scuole rabbiniche ma, a più di vent’anni dai primi arrivi, solo una decina di kes sono diventati rabbini.

«Le difficoltà di integrazione ci sono state, è inutile negarlo - osserva Fusa Bianchi, professoressa di Geografia della popolazione all’Università degli Studi di Milano -, ma era quasi inevitabile. I beta Israel venivano da una società arcaica. Quando si sono scontrati con la società israeliana, la loro identità (fatta di una spiritualità radicata, di un forte riconoscimento comunitario e di una struttura sociale molto rigida) è andata in frantumi. Tuttavia, fatta eccezione per alcuni casi sporadici di razzismo, la società israeliana li ha accolti bene».

Con l’arrivo degli etiopi, Israele si è trovata di fronte a problemi che non aveva mai dovuto affrontare. I vari governi hanno così messo in campo una struttura articolata di servizi sociali ed educativi. Uno sforzo, anche in termini economici, senza precedenti. Ma non tutto è andato come ci si aspettava. «La. radice del problema dell’integrazione - osserva Abraham Yerday, della United Ethiopian Jewish Organization - è la collocazione geografica degli etiopi in Israele. Il governo israeliano li ha insediati in piccole città. Così i ragazzi hanno a disposizione un sistema educativo meno preparato a rispondere alle loro esigenze. La conseguenza di questa politica è stata la ghettizzazione. In molte di queste città, la lingua parlata è l’amarico o il tigrino e ci sono pochi contatti con gli altri israeliani».

INTEGRAZIONE CON LA DIVISA

Molti giovani beta Israel vivono ancora ai margini della società e per loro l’unica scelta possibile, dopo la scuola, è l’arruolamento nelle forze armate. «Al mio arrivo - osserva Mahlet, 24 anni, in Israele dal 1995 - ho vissuto una crisi di identità: gli israeliani mi consideravano etiope e gli etiopi, israeliana. Grazie alla scuola e alle forze armate ho superato questa condizione. L’esercito mi ha dato la possibilità di dimostrare quanto valessi. Sono entrata soldato semplice e ne sono uscita ufficiale. Mi ha dato un forte senso di appartenenza al Paese. Ora mi considero israeliana a tutti gli effetti e ne sono orgogliosa». Un po’ diversa la storia di Michael, 21 anni, arrivato in Israele nel 1991 con l’Operazione Salomone. «Dopo il diploma – ricorda -, mi sono arruolato. Sono stato il primo etiope del mio reparto. Razzismo? Non direi. Però non è stato facile conquistare la fiducia dei miei compagni e dei miei superiori. Dovevo sempre dimostrare di essere all’altezza in ogni cosa che facevo. Ma adesso tutto va bene e sono stato accettato».

La lenta integrazione prosegue anche in campo politico, dove negli anni si sono aperti spazi per i rappresentanti della comunità. «Gli etiopi hanno rapporti con diversi partiti a livello locale e nazionale - spiega Abraham Yerday -. Negli anni Novanta, un ebreo etiope, Addisu Messele, è stato eletto alla Knesset, il parlamento israeliano. Gli etiopi poi rappresentanti in molti consigli comunali tra i quali Rehovot, Yavne, Kfar SDaba e Beer Sheba. Questo è un buon segno, perché significa che i beta Israel stanno diventando parte viva della comunità.»

(da Popoli, novembre 2007)



La Storia




Ebrei d’Africa

Gli ebrei etiopi sono comunemente chiamati falasha. Appellativo che i diretti interessati rifiutano perché in amarico significa «esiliati» e veniva utilizzato dagli etiopi in senso dispregiativo. Loro preferiscono chiamarsi beta Israel (la casa di Israele»). La leggenda vuole che gli ebrei etiopi siano i discendenti degli ebrei che seguirono Menelik I (figlio di re Salomone e della regina di Saba) quando rientrò in Etiopia da Gerusalemme. Altri sostengono che siano i discendenti di quegli ebrei che, invece dl seguire Mosè verso la Terra Promessa, risalirono il Nilo fino al lago Tana. Altri ancora ritengono siano i discendenti dalla tribù scomparsa di Dan arrivati in Etiopia. In realtà, nessuno sa con precisione quali siano le loro origini. Alcuni studiosi sono addirittura convinti che non ci sia un legame diretto tra loro e il giudaismo e che essi siano discendenti di etiopi cristiani tornati allo studio dell’Antico Testamento.

Per gli etiopi, i beta Israel erano cittadini di livello inferiore e quindi oggetto dl pesanti discriminazioni. Solo sotto il regno di Hailé Selassié, iniziarono a occupare posizioni di prestigio. L’avvento del regime di Mengistu li fece risprofondare nel dramma dello persecuzioni. Nel 1975 il rabbinato israeliano aveva riconosciuto i beta Israel come autentici ebrei. Forte di questo riconoscimento, il governo di Tel Aviv lanciò due ponti aerei per portare tutti gli ebrei etiopi nella Terra promessa: l’Operazione Mosè (1984) recuperò ottomila beta Israel nei campi profughi in Sudan; l’operazione Salomone (1991), organizzata insieme alle autorità etiopi, ne portò in Israele 15mila. Oggi si stima in Etiopia ci siano ancora 12 mila falasmura (ebrei convertiti al cristianesimo) in attesa di raggiungere Israele.





Un film contro il silenzio

Radu Mihaileanu è il regista di Vai e vivrai, film del 2005 sulla storia di un ragazzo cristiano che, per scappare dalla miseria dell’Etiopia, si finge beta Israel.

Perché ha scelto il mondo degli ebrei etiopi come sfondo per il film?

Nel 1999 ho incontrato a Los Angeles un beta Israel che mi ha raccontato la sua vita. Era un signore orfano di entrambi i genitori, era solo al mondo. La sua storia mi ha colpito a tal punto che, rientrato a Parigi, dove abito, ho letto tutto ciò che era possibile leggere sugli ebrei etiopi. Alla fine, ho deciso di farne un film, dal momento che nessuno, fino ad allora, ne aveva mai parlato. Cosa che trovo davvero inconcepibile. Nemmeno in Israele la loro storia è molto conosciuta.

Che cosa l’ha colpita del mondo dei beta Israel?

La loro emigrazione è stata quasi biblica e sono sicuro che quando gli storici studieranno l’Operazione Mosè e l’Operazione Salomone si renderanno conto di quanto richiamino la mitologia di Mosè e della fuga dall’Egitto. Queste persone sono partite guidate solo da un’idea: raggiungere Gerusalemme. Ancora oggi, in Israele, gli ebrei etiopi conservano un idealismo e una purezza inusuali per il mondo contemporaneo. Hanno affrontato talmente tante difficoltà, in contesti politici complicati che non conoscevano, che la loro è diventata una storia toccante.

Che cosa pensa dei problemi legati all’integrazione dei beta Israel nella società israeliana?

La maggioranza li ha accettati. Tuttavia, in Israele, come in ogni angolo di mondo, ci sono razzisti imbecilli che, in alcuni casi, li hanno discriminati. Ma sono stati casi sporadici. Si sono poi verificati problemi di integrazione legati alla specificità della comunità etiope, una comunità africana con una cultura ancestrale. Sono stati fatti molti sforzi. Con alcuni fallimenti, ma anche con grandi successi.

Ci sono stati problemi in campo religioso?

i maestri circa i significati e le applicazioni dei passi della Torah). Si è creato quindi un conflitto perché, a volte, i figli degli etiopi non erano considerati ebrei in quanto la madre non era ebrea, Tutto ciò si aggiungeva a ulteriori differenze come, ad esempio, il fatto che loro celebravano solo le festività ancestrali, mentre in Israele ci sono numerose feste talmudiche (Purim, Hannuka, ecc.) che loro non conoscevano. Questo ha creato frizioni e gli estremisti religiosi li hanno obbligati alla conversione. Per gli etiopi è stato umiliante.

Letture giudaiche medievali del Libro di Isaia

La consolazione di Israele e il servo del Signore

di Mauro Perani

Al profeta Isaia nella letteratura esegetica ebraica medievale è riservato un posto di ri­lievo fra gli altri profeti, in conformità con quanto avveniva già nei testi rabbinici dei secoli precedenti. Il nucleo del suo libro considerato da diverse fonti come la punta più significativa del suo messaggio profeti­co è probabilmente la sezione nota come li­bro della consolazione. Se Geremia ha il compito scomodo di annunciare il castigo divino, a Isaia spetta quello assai più soave di consolare il popolo d'Israele e di annun­ciargli un'epoca nuova di salvezza. Nella disputa medievale fra cristiani ed ebrei, che ovviamente spesso si polarizzava sulla que­stione della messianicità di Gesù, anche i Canti del servo divengono oggetto di un di­battito serrato per stabilire se questo servo sia il Messia e se questo sia già venuto o meno.

Shelomo ben Yitzchaq, il più grande com­mentatore ebreo di tutti i tempi meglio noto con l'acronimo Rashì (Francia settentriona­le 1040-11 05), inizia il suo commento alle prime parole del libro di Isaia Visione di Isaia figlio di Amos riportando un detto di Rabbi Lewi che a sua volta menziona una tradizione trasmessa dai padri secondo cui Amoz e Amasia re di Giuda (cf 2 Re 12,22) erano fratelli. A suo avviso tuttavia, in base al principio esegetico per cui nella Bibbia non c'è un prima e un dopo ('en muqdam ume 'uchar he-seder) secondo una rigorosa successione cronologica, il primo versetto non è l'inizio del libro, come dimostra il fatto che non ne costituisce il titolo. L'inizio a suo avviso va ricercato nel capitolo sesto dove si parla della chiamata e della missio­ne del profeta.

Anche Dawid Qimchi, un esegeta di tradi­zione più legata al senso letterale e all'ana­lisi del lessico vissuto a Narbona (sec. XII-­XIII), menziona all'inizio questa tradizione: «Visione di Isaia figlio di Amos. Non sap­piamo le sue relazioni di parentela e a qua­le tribù questi appartenessero, ma ci è solo noto che i nostri maestri di beata memoria ricevettero la tradizione in base alla quale Amoz e Amasia erano fratelli». Commen­tando il versetto seguente Ascoltate o cieli, terra porgi l'orecchio, questo esegeta osser­va che Isaia «inizia il suo libro con parole di biasimo poiché i figli della sua genera­zione erano empi e, benché sia scritto a pro­posito di Ozia che egli fece ciò che è retto agli occhi del Signore e così pure riguardo a Iotam, pure è detto di Ozia che in seguito alla sua potenza il suo cuore si insuperbi fi­no a rovinarsi (2 Cr. 26,16)»

Tornando alla formula di apertura del primo annuncio profetico isaiano Ascoltate o cieli, terra porgi l'orecchio molti commentatori medievali si sono chiesti perché il profeta usi esattamente le stesse espressioni di Mo­sè, ma invertite; Isaia infatti dice in ebraico Shim'u shamayim we-ha 'azini eretz; mentre Mosè, aprendo il suo cantico in Esodo 32,1dice: Ha 'azinu ha-shamayim ... wetishma ha-aretz; scambiando i verbi usati da Isaia. Dawid Qimchi osserva al riguardo che, a differenza di Mosè, «Isaia dice Ascoltate (shim'u) o cieli poiché egli era lontano dai cieli, quindi aggiunge terra porgi l'orecchio (ha'azini) poiché egli era vicino alla terra». Anche Rashi riprende questa interpretazione tradizionale e osserva: «Perché Isaia ha cambiato l'espressione? I nostri maestri ci hanno lasciato un insegnamento su ciò, e su questo brano ci sono molte interpretazioni midrashiche». Più ampia la spiegazione del­lo Yalqui ha-Makiri, una raccolta di midra­shim compilata da Makiri Abba Mari nella Francia meridionale tra la fine del sec. XIII e il XIV. In esso leggiamo: «Disse Rabbi Aqiba: insegna ... che (Mosè) è come un uomo che parla al suo prossimo e disse Porge­te l'orecchio o cieli; vide la terra lontana e disse: Ascolta o terra. Venne Isaia e pronun­ciò la parola: Ascoltate o cieli, terra porgi l'orecchio per attribuire grandezza alle cose grandi e piccolezza alle cose piccole». Os­sia, Mosè parla dall'alto del Sinai, e si trova più vicino ai cieli, mentre Isaia parla in bas­so sulla terra a lui vicina, mentre si rivolge ai cieli come se fossero più lontani.

Veniamo ora a vedere alcune interpretazioni della famosa espressione di Isaia: Consola­te, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme (40, Is). Una bella omelia che commenta questo capitolo di Isaia e che costituisce il brano profetico (haftarah) che accompagna la sezione della Torah letta nel primo saba­to dopo il 9 del mese di Av, ci è presentata dalla Pesiqta rabbati, una raccolta di omelie sinagogali la cui datazione è incerta ed è collocata dagli studiosi fra il V ed il IX se­colo d.C. Ecco questo bellissimo commento che parla del bisogno che ha Dio di essere consolato e pone a confronto Geremia che ferisce con Isaia che risana; lo propongo nella traduzione di M. Gallo. (1)

Altra parola. Consolate, consolate, o po­polo mio, dice il vostro Dio. Dice rabbi Barachià, il sacerdote: Consolami, conso­lami o popolo mio. Da che mondo è mondo se un uomo possiede una vigna e vengono i ladri e la tagliano, chi si deve consolare, la vigna o il padrone della vi­gna? Così pure, se un uomo possiede una casa e vengono i ladri e le appiccano il fuoco, chi si deve consolare, la casa o il padrone della casa? Ma voi siete la mia vigna: Vigna del Signore delle schiere è la casa d'Israele (Is 5,7). Ora è venuto Nabucodonosor e l'ha distrutta e vi ha tratti in esilio e ha dato fuoco alla mia ca­sa, sono io che devo essere consolato:

Consolami, consolami, o popolo mio.

Altra parola. Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme. Tutto quello che Geremia dice per punire, Isaia viene e (lo) risana. Geremia castiga e dice: Come siede sola la città ricca di popolo! È co­me una vedova la grande fra le nazioni, la principessa tra le province è soggetta a tributo! (Lam 1,1). Isaia viene e dice: Io ho visto la vergine. Sì, non ti si dirà più abbandonata e alla tua terra non si dirà più desolata perché tu sarai chiama­ta «Il mio compiacimento è in lei», e alla tua terra si dirà «Sposata»; perché il compiacimento del Signore è in te e la tua terra sarà sposata. Sì, come il giova­ne sposa la vergine, ti sposeranno i tuoi figli, e, come gioisce lo sposo per la spo­sa, gioirà per te il tuo Dio (Is 62,4s). Ge­remia colpisce e dice: Piange amaramen­te nella notte, le sue lacrime sulle sue guance, non c'è per lei consolatore tra tutti quelli che l'amano; tutti i suoi amici l'hanno tradita, le sono divenuti nemici (Lam 1,2). Isaia viene e risana: Sì, popo­lo che sei in Sion, che abiti in Gerusa­lemme, tu non dovrai più piangere! Alla voce del tuo lamento avrà compassione di te, appena avrà udito ti risponderà! (Is 30,19). Geremia colpisce e dice: Giuda è esiliata. Oppressa dalla miseria e da grave schiavitù, dimora fra le genti, non trova riposo, tutti i suoi persecutori la raggiungono tra le angosce (Lam 1,3). Isaia viene e risana: E sarà in quel gior­no: la radice di lesse, eretta come vessil­lo dei popoli, a lei si volgeranno le genti e la sua dimora sarà gloria. E sarà in quel giorno: di nuovo il Signore stenderà la mano per riscattare il resto del suo po­polo, che sarà scampato a Assur e in Egitto, a Patros, a Cush, a Elam, a Shi­near, a Hamat e nelle isole del mare. In­nalzerà un vessillo sulle nazioni, radu­nerà i deportati d'Israele, raccoglierà i dispersi di Giuda dalle quattro estremità della terra (Is 11,10-12). Geremia colpi­sce e dice: Le vie di Sion sono in lutto (Lam 1,4). Isaia viene e risana: Una voce grida: aprite nel deserto la via del Signo­re, spianate nella steppa un sentiero per il nostro Dio (Is 40,3). Geremia colpisce e dice: I suoi nemici sono alla testa (Lam 1,5). Isaia viene e risana: A testa curva verranno a te i figli dei tuoi oppressori, prostreranno alla pianta dei tuoi piedi tutti coloro che ti disprezzavano, ti chiameranno: Città del Signore, Sion del Santo d'Israele (Is 60,14). Geremia col­pisce: È uscito dalla figlia di Sion tutto il suo splendore (Lam 1,6). E chi è questo suo splendore? È il santo, - sia benedetto -, poiché di lui sta scritto: Di gloria e splendore ti sei rivestito (Sal 104,1). Isaia viene e risana: lo l'ho visto venire. Chi è costui che viene da Edom, da Bosra, con le vesti tinte di sangue? Che è splendido nel suo manto, che incede pieno di for­za? Sono io che parlo con giustizia, che sono grande per salvare (Is 63,1). Gere­mia colpisce: Si ricorda Gerusalemme nei giorni della sua miseria, della sua vi­ta errante, di tutte le sue cose preziose, che possedeva nei giorni antichi (Lam 1,7). Isaia viene e risana: Ecco, io creo cieli nuovi e terra nuova. Non si ricorde­ranno più le cose di prima, non saliranno al cuore (Is 65,17). Geremia colpisce: Ha peccato, ha peccato Gerusalemme, per­ciò è divenuta una sozzura (Lam 1,8). Isaia viene e risana: Ho dissolto come bruma le tue colpe, come una nube i tuoi peccati. Ritorna a me, perché lo ti ho ri­scattata (Is 44,22).

Il passo procede ancora nell'intrecciare ci­tazioni dalle Lamentazioni a quelle di Isaia, in un mirabile effetto di contrappunto fra le sciagure annunciate da Geremia e le conso­lazioni pronunciate dal nostro profeta, rela­tive esattamente ad una stessa espressione ed a una stessa punizione.

Rashi a proposito del versetto Consolate, consolate il mio popolo così commenta: «Ora il profeta ritorna sulle sue profezie de­stinate ad accadere, per il fatto che da qui fi­no alla fine del libro le parole di consola­zione creano uno stacco in questa sezione fra esse e fra le punizioni: consolate, o voi miei profeti, consolate il mio popolo».

Una bella interpretazione del famoso passo isaiano del c. 55,8: Poiché i miei pensieri non sono i vostri pensieri sono riprese in di­verse interpretazioni ad esempio nello Yal­qut Shim' oni (paragrafo 482) e nello Yalqut ha-Makiri dal quale presentiamo questa suggestiva spiegazione.

«Poiché i miei pensieri sono i vostri pensieri ... A che cosa assomiglia ciò? Ad un re di carne e sangue che siede e giudica un uomo, ed il giudice gli dice: "Di' se hai ucciso o se non hai ucciso". Se dice: "ho ucciso", il giudice lo fa uccidere, ma se non lo ammette, egli non lo fa uccide­re. Ma di fronte al Santo, benedetto egli sia, non è così. Al contrario, se uno con­fessa la sua colpa, il Santo, benedetto egli sia, ha pietà di lui, come è detto: Chi nasconde le proprie colpe non avrà suc­cesso, chi confessa e le abbandona tro­verà misericordia (Prv 28,13)».

Vediamo ora alcune interpretazioni relative al servo del Signore proposte da un altro grande commentatore ebreo: Mosheh ben Nachman o Nachmanide, nato a Gerona in Catalogna nel 1194 e morto a Gerusalem­me nel 1270. Riprendiamo i suoi commenti da alcuni passaggi della famosa Disputa di Barcellona, che egli fu costretto a sostenere con i domenicani nel 1263. Uno dei suoi in­terlocutori è un ebreo convertito, il quale cerca di appoggiare la sua tesi che il Messia è già venuto su alcuni passi della letteratura rabbinica. La discussione inizia con un rife­rimento al passo di Isaia 52,13 Ecco il mio servo prospererà, citato dall'interlocutore cristiano. Vediamo il passo:

«25. Quello stesso uomo sostenne: "Vi è un passo (della Scrittura) che dice: Ecco il mio servo prospererà (Is 52,13), e trat­ta della morte del Messia, di come fu cat­turato e fu posto tra i malfattori esatta­mente come è accaduto a Gesù. Tu credi che questo passo si riferisca al Messia?".

26. Gli risposi: "Secondo il suo autentico significato esso non parla d'altro che del popolo d'Israele nel suo complesso. In­fatti molto spesso i profeti si riferiscono al popolo d'Israele con le formule Israe­le mio servo (Is 41,8) e Giacobbe mio servo (Is 44,1)".

27. Intervenne allora fray Paul: "Ma io posso provare, sulla base delle parole dei vostri sapienti che questo passo si riferi­sce al Messia".

28. Gli risposi: "È certamente vero che i nostri maestri, di venerata memoria, nei libri di Haggadot, riferiscono allegoricamente quel passo al Messia. Tuttavia non potrai mai trovare in alcun libro della let­teratura ebraica, né nel Talmud, né nel­l'Haggadah, che il Messia figlio di Davi­de sarà giustiziato né che sarà consegna­to nelle mani dei suoi nemici, né che sarà sepolto in mezzo ai malfattori: infatti, neppure il Messia che vi siete creati, (vi) fu sepolto. lo posso spiegare per voi que­sto passo, se lo volete, con un commento corretto e illuminante, (e si vedrà che) non si dice che sarà giustiziato, come in­vece accadde al vostro Messia". Essi però non vollero stare a sentire. ( ... )

49. Risposi: "No, anzi io credo e so che egli (il Messia) non è venuto. Inoltre non ci fu mai un uomo che dichiarò, o del quale fu detto, che era il Messia se non Gesù, e a me è impossibile credere nella sua Messianicità. Infatti il profeta affer­ma, a proposito del Messia: Regnerà da mare a mare e dal fiume sino ai confini della terra (Sal 72,8); ed egli non ebbe nessun regno, ma anzi nel corso della sua vita fu perseguitato e dovette nascondersi per sfuggirgli ma alla fine cadde nelle lo­ro mani e non poté salvare se stesso. Co­me avrebbe potuto salvare tutto Israele? Nemmeno dopo la sua morte ebbe un re­gno perché l'impero di Roma non deriva da lui, anzi, prima che i romani credesse­ro in lui, la città di Roma dominava sulla maggior parte del mondo, mentre dopo che adottarono la sua fede essi persero numerosi regni. E attualmente i fedeli (servitori) di Maometto hanno un regno superiore al vostro. Inoltre il profeta an­nuncia che all'epoca del Messia Non do­vranno più istruirsi a vicenda e nessuno dirà più al fratello: 'riconoscete il Signo­re', perché tutti mi conosceranno (Ger 31,34). Inoltre è scritto: La conoscenza del Signore riempirà la terra come le ac­que ricoprono il mare (/s 11,9): e inoltre: Forgeranno le loro spade in vomeri ... un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si apprenderà più l'arte della guerra (Is 2,4). Ora, dai tem­pi di Gesù fino a oggi, tutto il mondo è stato ricolmo di violenza e rapina e i cri­stiani hanno sparso più sangue delle altre nazioni e inoltre intrattengono relazioni illecite. Come sarebbe difficile per te, re nostro signore [scil. l'autore si rivolge al sovrano Giacomo I d'Aragona che presenziava alla disputa], e per i tuoi cavalieri se davvero non apprendessero più l'arte della guerra. Inoltre il profeta afferma, a proposito del Messia: Egli colpirà la terra con il bastone della sua bocca (Is 11,4); questo passo è commentato nel libro di Haggadah che ha in mano fray Paul: "Si dirà al re Messia: Una provincia si è ribellata contro di te; ed egli dirà: Che le cavallette si abbattano su essa e la distruggeranno. Gli diranno: Un ducato (eparchia) si è ribellato contro di te; ed egli dirà: vengano i mosconi e la divorino" (Midrash a Salmi, 2). Niente di simile si è verificato per Gesù. Quanto a voi, vi compiacete dei cavalieri in armatura, e forse tutto ciò non significa molto per voi. Per di più io posso portarvi molte prove ricavate dalle parole dei profeti».

50. A questo punto quell'uomo (fray Paul Christiani) levò un grido e mi interruppe: «Ecco di nuovo la sua brutta abitudine di fare discorsi prolissi, ma voglio fargli io una domanda».

51. Allora il re mi disse: «Taci, perché è lui che ha diritto di fare delle domande»

52. Quegli riprese: «I loro sapienti hanno affermato a proposito del Messia che è più onorato degli angeli; non può evidentemente trattarsi di altri che di Gesù per­ché egli è di natura divina. A questo pun­to citò un passo dell'Haggadah: "Ecco (il mio servo) sarà onorato, sarà esaltato e grandemente innalzato (Is 52,13), sarà onorato più di Abramo, sarà esaltato più di Mosè, sarà innalzato al di sopra degli angeli del servizio (divino)"».

53. Gli risposi: «Questa affermazione è applicata dai nostri sapienti a tutti i giu­sti: "I giusti sono più grandi degli angeli del servizio (divino)" (Talmud babilone­se, trattato Sanhedrin 93a). Inoltre Mosè nostro maestro, disse all' angelo: "Nel luogo in cui io siedo, non ti è permesso stare" (Avot de-Rabbi Natan 12). E del­l'intero Israele i nostri sapienti hanno detto: "Israele è più amato degli angeli del servizio (divino)" (Talmud babilonese, trattato Chullin 91b). Ma l'intenzione dell'autore di questa Haggadah a propo­sito del Messia è che Abramo, su di lui sia la pace, convertì alcuni gentili e pre­dicò davanti alle nazioni la fede del San­to, sia benedetto, e si oppose a Nimrod senza averne paura. Mosè poi fece anco­ra di più perché si mantenne umile di fronte al Faraone il grande re malvagio, non gli risparmiò (lett. = ebbe il minimo riguardo per lui) a proposito delle gravi piaghe che lo afflissero e liberò Israele dal suo potere. Ora, gli angeli del servi­zio sono molto zelanti per quanto riguar­da la redenzione, come è scritto: Nessuno mi aiuta in questo se non Michele, il vo­stro principe (Dn 10,21). Inoltre è scritto: Ora tornerò a combattere con il principe di Persia (Dn 10,20). Il Messia però farà ancora di più di tutti costoro, E il suo cuore sarà forte nelle vie del Signore (1 Cr 17,6). Egli verrà e ingiungerà al papa e a tutti i re delle nazioni, in nome di Dio: Lascia andare il mio popolo perché mi possa servire (Es 8,16). Egli compirà in mezzo a loro segni e numerosi mira­coli straordinari, non avrà alcun timore di fronte a loro e si tratterrà nella loro città di Roma finché l'avrà distrutta. lo posso spiegarti tutto questo passo (di Isaia) se vuoi. Ma egli non volle». (2)

Nachmanide ritorna in esplicitazione in al­tra sede sull'interpretazione della pericope isaiana che inizia con le parole Ecco il mio servo prospererà? Egli ribadisce l'interpre­tazione ebraica che riferisce il passo del servo a Israele:

«L'interpretazione corretta di questa peri­cope è che essa si riferisce ad Israele tut­to intero. ( ... ) Tuttavia secondo l'opinione del Midrash essa si riferisce al Messia (cf Yalqut su Isaia par. 476); ora noi dobbia­mo interpretarla in base alle parole dei li­bri. Un'interpretazione diversa afferma che il Messia figlio di Davide, a cui si ri­ferisce il versetto, non sarà sconfitto né sarà ucciso per mano dei suoi nemici, e ciò è indicato chiaramente dai testi. Ecco l'interpretazione della pericope: Ecco il mio servo avrà il discernimento (yaskil) (3),poiché ai tempi della redenzione il Mes­sia capirà e sarà capace di discernere il tempo della fine e saprà che è giunta l'e­poca della sua venuta e che la fine è arri­vata; essa sarà rivelata all'assemblea di coloro che lo attendono. Il testo dice avrà discernimento in conformità a quanto è detto nel libro di Daniele: Queste parole sono nascoste e sigillate fino al tempo della fine. Molti saranno purificati, si renderanno candidi e raffinati, ma gli em­pi agiranno empiamente e nessuno di lo­ro comprenderà; invece i saggi capiranno (we-ha-maskilim yavinu) (Dn 12,9-10). Daniele afferma che fra gli empi ce ne saranno alcuni che agiranno empiamente per insultare i passi del Messia (cf Sal 89,52). Ciò a motivo del suo grande ri­tardo, e non crederanno assolutamente in lui e nessun empio discernerà la fine (dei tempi), poiché ci saranno fra di loro alcu­ni che erreranno andando dietro ad uno che erroneamente essi crederanno essere il Messia. I saggi, invece, comprenderan­no la fine vera ed attenderanno lui. E in rapporto a ciò che Isaia afferma che il Messia servo del Signore discernerà e comprenderà la fine e subito sorgerà, sarà esaltato ed elevato e il suo cuore sarà forte nelle vie del Signore (2 Cr 17,6), venendo a radunare i dispersi d'Israele (cf Is 56,8), non con la potenza né con la forza, ma con il suo spirito (cf Zc 4,6). Egli confiderà nel Signore, allo stesso modo in cui avvenne per il primo reden­tore (scil. Mosè) che venne con il suo ba­stone ed il suo sacco dal Faraone e colpì la sua terra con la verga della sua bocca (cf Is 11,4)» .

Note

1) M. GALLO (a cura di), Sete del Dio vivente. Omelie rabbiniche su Isaia, Città Nuova, Roma 1981, pp. 85­89.

2) Il passo è riportato nella prima e ad oggi sola ver­sione italiana della Disputa curata da S. Campanini, in M. IDEL e M. PERANI, Nachmanide esegeta e cab­balista. Studi e testi, La Giuntina, Firenze 1998, pp. 392-393 e 396-397.

3) Osserviamo che in ebraico si ha yaskil, verbo che significa in prima istanza «aver senno, esser saggio, aver discernimento» e secondariamente «riuscire, aver successo, prosperare» avendo agito con intelligenza.

(da Parole di Vita, 4, 1999)

Le relazioni ebraico-cristiane
alla luce dell'ultima edizione
dell'Encyclopaedia Judaica

di Emanuela Zurli

A che punto sono le relazioni ebraico-cristiane? Per accertarlo si potrebbe verificare se nella seconda edizione dell'Encyclopaedia Judaica, pubblicata nel 2006, si trovano voci che nella prima, uscita nel 1972, non erano state considerate. Ebbene, nell'ultima edizione una nuova voce è dedicata proprio alle “relazioni ebraico-cristiane". Un denso testo di circa diciassette colonne ne ripercorre nei dettagli la storia, dall’inizio, con la promulgazione - ad opera del Concilio Vaticano II di Nostra Aetate (la Dichiarazione su “Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane", 28 ottobre 1965) fino agli ultimi sviluppi. Nel paragrafo n. 4, di neanche settanta righe, dedicato al “Legame della Chiesa con la stirpe di Abramo", il documento conciliare conteneva il germe di una ricchissima serie di iniziative e di contatti che avrebbero sempre più coinvolto, da un lato, le maggiori rappresentanze di molte Chiese cristiane (prima di tutto la Cattolica e quindi le Protestanti, costituenti gran parte del World Council of the Churches e, solo con molto ritardo, quelle ortodosse) e, dall'altro, le principali associazioni ebraiche presenti nella International Jewish Committee on Interreligious Consultations.

Sorsero così commissioni composte di membri delle due religioni che a più riprese, e in attuazione dei documenti applicativi di Nostra Aetate (basti ricordare gli incontri annuali della International Catholic-Jewish Liaison Committee, ILC, o dell'International Council of Christians and Jews, ICCJ, le cui basi erano state poste prima del Concilio), si sarebbero impegnate su fronti comuni. 'Ira di essi ricordiamo, seguendo l’Encyclopaedia Judaica: la condanna dell'antigiudaismo (che le diverse Chiese hanno ammesso di aver predicato), dell'antisemitismo (che, come dichiarò nel corso dell'incontro dell'ILC tenutosi a Praga nel settembre del 1990 il futuro cardinale Cassidy, "esige un atto di Teshuvah [pentimento, ndr] e di riconciliazione" da parte cristiana) e di ogni forma di discriminazione. Non meno forte l'impegno profuso da varie associazioni, nazionali ed internazionali, nell'approfondimento del comune patrimonio religioso di ebrei e cristiani come delle diverse, rispettive tradizioni o, ancora, nella promozione - in alcuni contesti e secondo modalità differenti di momenti di preghiera condivisa. E non solo: la sempre maggiore intesa tra le due religioni avrebbe portato alla progettazione di interventi concernenti la più vasta comunità mondiale su temi quali la violenza, il razzismo e i diritti umani.

Nel corso di alcuni decenni il neonato ”dialogo ebraico-cristiano" avrebbe così raggiunto, come scrive N. Solomon nella conclusione della voce "relazioni ebraico-cristiane”, “uno stato di maturità". Una maturità ampiamente dimostrata anche da questo testo dell'Encyclopaedia Judaica che, redatto nella sua prima parte da S. P Colbi, non manca di sottolineare, per ognuna delle questioni di volta in volta trattate, la sempre maggiore disponibilità delle diverse Chiese - in particolare della Cattolica - nei confronti del popolo ebraico (come attestato dalla prima visita di un Papa alla sinagoga di Roma, effettuata da Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986) e delle sue esigenze, anche politiche (come dimostrato dall'interessamento, ad esempio di Paolo VI, per la situazione di Gerusalemme e dei luoghi santi e dall'instaurazione dei rapporti diplomatici tra Santa Sede e Stato di Israele nel 1993). Allo stesso modo è evidenziato il riconoscimento, da parte cristiana, delle proprie gravi responsabilità nei confronti delle sofferenze degli ebrei. Si pensi, ad esempio, che l’affermazione di Cassidy, citata nella relazione sull’incontro di Praga, è definita “il primo documento pubblicato con la partecipazione dell'autorità vaticana che abbia ammesso, anche se in modo obliquo, la colpa cattolica in relazione all'olocausto”.

Accanto al loro consolidato e progressivo miglioramento l'Encyclopaedia Judaica denuncia anche, però, gli ostacoli tuttora incontrati dalle relazioni ebraico-cristiane. Nella parte finale della voce ad esse dedicate, N. Solomon non manca di ricordare, oltre alla tensione tra le due comunità creata da singoli episodi (come l'apertura del convento di Auschwitz, la beatificazione di Edith Stein e di Maximilian Kolhe. alcuni atti politici o "infelici sermoni pasquali” di alcuni Papi), due persistenti motivi di attrito: il proselitismo nei confronti degli ebrei. praticato da piccole sette evangeliche indipendenti e, soprattutto, il non ancora pieno riconoscimento, da parte di alcune Chiese, dell'importanza sia politica sia teologica di Israele. Viene inoltre ribadito che l’antisemitismo sarà inintenzionalmente favorito fino a quando non saranno abbandonare la "teologia sostitutiva" e le ultime tracce di "insegnamento del disprezzo", per lasciare definitivamente il posto alla "nuova teologia" ed alla "nuova comprensione degli ebrei e dell'ebraismo". È quindi con l'auspicio che il nuovo corso intrapreso dalle diverse Chiese "diventi parte del normale insegnamento e catechesi… tra i cristiani di tutto il mondo" che Solomon chiude l'articolo.

Su certe critiche mosse dal noto studioso e rabbino di Oxford, che certamente non rappresenta l'unica posizione dell'ebraismo sull'argomento, una parte del mondo cristiano - non meno differenziato, al suo interno, di quello ebraico - forse non sarebbe d'accordo. Per concludere riteniamo, comunque, che l'articolo dell'Encyclopaedia Judaica possa essere considerato un'eloquente testimonianza del fatto, per riprendere quanto affermato nel suo ultimo libro da un'altra significativa voce dell'ebraismo, Tullia Zevi (Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane dal 1983 al 1998), che "ebrei e cristiani ora procedono sul binario sicuro della collaborazione e del dialogo".

(da Centro Card. Bea Newletter, n. 2, autunno 2007)
Sabato 23 Febbraio 2008 00:33

Al banchetto dei giusti (Giuseppe Laras)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Ebraismo: il Paradiso nella Bibbia e nella tradizione

Al banchetto dei giusti

di Giuseppe Laras *

Giudizio di Dio, castigo o ricompensa, immortalità dell'anima: sono i capisaldi della concezione ebraica sulla vita nell'aldilà.

Per Paradiso o Gan-Eden – con riferimento al luogo di delizie destinato inizialmente da Dio ad Adamo - o Olam Ha-bá, “mondo a venire”, come preferibilmente viene indicato nella tradizione ebraica, si intende la dimensione spirituale ultraterrena in cui trovano riparo le anime dei buoni dopo la morte fisica.

Ciò richiama e presuppone due fondamentali principi di fede: l’immortalità dell’anima e la retribuzione. In altre parole, l’anima, dopo la sua esperienza all’interno del corpo, non muore con quest'ultimo ma dovrà affrontare nell’aldilà il giudizio di Dio.

Nella tradizione religiosa dell'Ebraismo c'è cura soprattutto nel sottolineare il principio della ricompensa e del castigo, e non tanto nel descrivere nei dettagli come si tradurrà tale giudizio divino, nel senso di indicare che cosa contempleranno o proveranno le anime nel mondo a venire. C'è in proposito un significativo e ripetuto avvertimento dei Maestri: «Tutte le visioni dei Profeti riguardano esclusivamente l'era messianica». Per quanto, invece, concerne il mondo a venire: «Nessun occhio ha contemplato ciò che Dio, e nessun altro all'infuori di Lui, riserberà a colui che Lo ha atteso» (Isaia 64, 4 in Tal. Ber. 34 B). Ciò che, d'altra parte, viene ribadito e l'alterità del mondo a venire in quanto dimensione spirituale erogatrice di un tipo di gioia o di beatitudine non confrontabili, quanto ad intensità, a quelle che si possono provare nel corso dell'esistenza corporea. Il grande teologo medievale Mosè Maimonide (1138-1204), sulla scia di pensieri e tradizioni presenti nel più antico retaggio religioso dell'Ebraismo, sottolinea come «nel mondo a venire non vi siano corpi ma solo le anime dei giusti, prive di corpi come gli angeli...», e quindi «non vi è cibo né bevanda, né procreazione, ma solo le anime dei beati che con le corone sul capo contemplano e godono dello splendore della Provvidenza divina».

L'espressione riguardante le corone sul capo verrebbe a ribadire come la beatitudine del mondo a venire non sia di tipo materiale, legata cioè all'apparato dei sensi, ma esclusivamente di tipo spirituale contemplativo.

Al di là, tuttavia, di tali fondamentali ed inequivocabili precisazioni, tendenti a salvaguardare la dimensione spirituale del mondo a venire e la connotazione del premio slegata dalla corporeità, nell'ampia letteratura talmudico-midrashica abbondano descrizioni anche dettagliate sia del Gan-Eden sia del Ghehinnon intesi, rispettivamente, come luogo di delizie per le anime dei buoni e luogo di punizione o di dannazione per le anime dei cattivi; se vogliamo, il Paradiso e l'Inferno.

Secondo tali descrizioni abbastanza ricorrenti, sia il Gan-Eden sia il Ghehinnon comprenderebbero al loro interno sette “reparti" o gironi riservati a ciascuna delle sette categorie di buoni o di cattivi che vi dimorano.

Per quanto riguarda il Gan-Eden, secondo una tradizione diffusa, i sette gironi, dall'alto verso il basso hanno – con riferimento anche ad espressioni del Salmo 15 – le seguenti denominazioni: Presenza, Tenda, Dimora, Tabernacolo, Montagna Sacra, Montagna di Dio, Luogo santo. I buoni ammessi nel Gan-Eden riceveranno una collocazione conforme ai meriti che avranno acquisito nel mondo terreno.

Caratteristica principale di questo soggiorno celeste sarà quella di restituire al pio fedele, che ha subito nel mondo terreno delle privazioni, gioia e soddisfazione. La gioia riservata a quanti meriteranno di essere accolti nel Gan-Eden è spesso rappresentata con l'immagine di un meraviglioso banchetto.

Rielaborando, infatti, la figura del mitico Leviatano, offerto da Dio «in pasto al popolo del deserto», cui accenna misteriosamente il Salmo 74 (versetto 14), un Midrash ne fa l'elemento principale del banchetto preparato da Dio per i giusti: «Nel mondo a venire il Santo e Benedetto Egli sia preparerà un banchetto per i giusti con la carne del Leviatano...; della sua pelle Dio farà una tenda destinata ai fedeli e, come bevanda, farà loro bere un vino conservato fin dai sei giorni della creazione».

Tali immagini, pur così marcate nella loro materiale crudezza, intendono trasmettere un messaggio sullo stato di delizia e di beatitudine che accompagnerà le anime dei giusti, allorché queste coglieranno la presenza di Dio nelle vesti rassicuranti di un affettuoso e premuroso anfitrione.

Vi sono infine altri passi, sempre della letteratura talmudico-midrashica, che esasperando tale comunione nel mondo a venire fra le anime dei beati e Dio, immaginano ad esempio che esse, parafrasando Isaia (25,9), dicano: «Guardate, ecco il nostro Dio, Colui nel quale abbiamo sperato e che ci salverà; ecco il Dio che abbiamo atteso, gioiamo e rallegriamoci nella Sua salvezza»; e che Dio stesso, come per rassicurarle intorno sull'esistenza di una stretta comunione con Lui, proferisca al loro cospetto: «Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo» (Levitico 26,12).

In quest’ultima promessa di Dio alle anime si può cogliere la preoccupazione dei Maestri d'Israele, all'interno di un contesto descrittivo immaginifico e carico di pathos, di tenere comunque sempre rigidamente distinto il piano di Dio rispetto a quello, anche molto elevato in senso spirituale, proprio delle anime. Non vi è né vi potrà mai essere identità fra loro.

Anche nell'aldilà, ove l'anima, una volta conclusa la sua esperienza terrena, potrà sperimentare un'infima e beata comunione con Dio, Dio rimarrà sempre Dio e le anime non cesseranno di essere altro da Lui anche se a Lui rimarranno legate da un vincolo molto intenso come quello che lega Dio al Suo popolo.

* Rabbino capo di Milano

Per saperne di più:

Abraham Cohen, Il Talmud, Laterza, Bari 2003.

(da I luoghi dell’infinito)

Mercoledì 20 Febbraio 2008 00:46

La vera Torah

Pubblicato da Fausto Ferrari
La vera Torah




Rabbi Shimon insegna: Guai all’uomo che pretende affermare che la Torah è venuta a donarci soltanto delle cronache e delle parole destinate al popolo. Se fosse così, infatti, anche nel nostro tempo, saremmo in grado di fabbricare una Torah con parole di questo tipo. Saremmo persino capaci di farne di più valide. Se si trattasse di puri racconti, anche nelle cronache che vanno in giro, vi sono termini più scelti…

Quando la Torah è discesa in questo mondo, questo mondo non sarebbe stato capace di sopportarla se non si fosse rivestita degli abiti di questo mondo. Perciò il racconto della Torah è il suo vestito. Chi pensa che il vestito è davvero la Torah e non un’altra cosa, il suo spirito sia scacciato via e non abbia parte nel mondo futuro. Per questo Davide esclamava: “Apri i miei occhi e io contempli le meraviglie della Torah” (Ps 119,18), cioè quel che sta sotto al vestito.

Vieni e vedi: c’è un vestito che è manifesto per tutti, e gli sciocchi, quando vedono un uomo con un abito che sembra loro bello, non riflettono più di tanto. Ma il valore del vestito sta nel corpo e il valore del corpo sta in quello dell’anima.

Zohar II, 152 a

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Lo Zohar.

L’opera maggiore della Cabbala, considerata come il terzo pilastro del giudaismo dopo la Bibbia e il Talmud, il Sefer ha-Zohar, o Libro dello Splendore, cominciò a circolare in Castiglia nel 1293. Presentato sotto la forma di una discussione fra Shimon bar Yohai, un rabbino del II secolo che ne sarebbe l’autore, e i suoi discepoli, lo Zohar fu in seguito attribuito a Mosheh de León (1240-1305)

(da Le monde des religions 18, p.63)
Il dialogo con gli Ebrei
"nostri fratelli maggiori"

Catechesi di papa Giovanni Paolo II del 28 aprile 1999


"Il ricordo dei fatti tristi e tragici del passato può aprire la via ad un rinnovato senso di fraternità, frutto della grazia di Dio, e dell'impegno perché i semi infetti dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo non mettano mai più radice nel cuore dell'uomo".

1. Il dialogo interreligioso che la Lettera Apostolica Tertio Millennio Adveniente
incoraggia come aspetto qualificante di questo anno particolarmente dedicato a Dio Padre (cfr nn. 52-53), riguarda innanzitutto gli ebrei, i "nostri fratelli maggiori", come li ho chiamati in occasione del memorando incontro con la comunità ebraica della città di Roma il 13 aprile 1986. Riflettendo sul patrimonio spirituale che ci accomuna, il Concilio Vaticano II, specie nella Dichiarazione Nostra Aetate
, ha dato un nuovo orientamento ai nostri rapporti con la religione ebraica. Occorre approfondire sempre di più quell'insegnamento e il Giubileo del Duemila potrà rappresentare una magnifica occasione di incontro, possibilmente, in luoghi significativi per le grandi religioni monoteistiche (cfr TMA, 53). È noto che purtroppo il rapporto con i fratelli ebrei è stato difficile, a partire dai primi tempi della Chiesa fino al nostro secolo. Ma in questa lunga e tormentata storia non sono mancati momenti di dialogo sereno e costruttivo. Va ricordato in proposito che la prima opera teologica con il titolo "Dialogo " è significativamente dedicata dal filosofo e martire Giustino nel secondo secolo al suo confronto con l'ebreo Trifone. Così pure va segnalata la dimensione dialogica fortemente presente nella letteratura contemporanea neoebraica, la quale ha profondamente influenzato il pensiero filosofico-teologico del ventesimo secolo.

C'è un lungo tratto della storia della salvezza a cui cristiani ed ebrei guardano assieme

2. Questo atteggiamento dialogico tra cristiani ed ebrei non esprime solo il valore generale del dialogo tra le religioni, ma anche la condivisione del lungo cammino che porta dalI' Antico al Nuovo Testamento. C'è un lungo tratto della storia della salvezza a cui cristiani , ed ebrei guardano assieme.
"A differenza delle altre religioni non cristiane - infatti - la fede ebraica è già risposta alla Rivelazione di Dio nella Antica Alleanza". Questa storia è illuminata da una immensa schiera di persone sante, la cui vita testimonia il possesso, nella fede, delle cose sperate. La Lettera agli Ebrei mette appunto in risalto questa risposta di fede lungo il corso della storia della salvezza (cfr Eb ll). La testimonianza coraggiosa della fede dovrebbe anche oggi segnare la collaborazione di cristiani ed ebrei nel proclamare e attuare il disegno salvifico di Dio a favore dell'intera umanità. Se questo disegno è poi diversamente interpretato rispetto all'accoglienza di Cristo, ciò comporta ovviamente una divaricazione decisiva, che è all'origine del cristianesimo stesso, ma non toglie che molti elementi restino comuni.
Soprattutto rimane il dovere di collaborare per promuovere una condizione umana più conforme al disegno di Dio. Il grande Giubileo, che si richiama proprio alla tradizione ebraica degli anni giubilari, addita l'urgenza di tale impegno comune per ripristinare la pace e la giustizia sociale. Riconoscendo la signoria di Dio su tutto il creato e in particolare sulla terra (cfr Lv 25), tutti i credenti sono chiamati a tradurre la loro fede in impegno concreto per proteggere la sacralità della vita umana in ogni sua forma e difendere la dignità di ogni fratello e sorella.

3. Meditando sul mistero di lsraele e sulla sua "vocazione irrevocabile", i cristiani esplorano anche il mistero delle loro radici. Nelle sorgenti bibliche condivise con i fratelli ebrei, trovano elementi indispensabili per vivere e approfondire la loro stessa fede. Lo si vede, ad esempio, nella Liturgia. Come Gesù, che ci viene presentato da Luca mentre nella sinagoga di Nazaret apre il libro del profeta Isaia (cfr Lc 4,16ss), così la Chiesa attinge dalla ricchezza liturgica del popolo ebraico. Essa ordina la liturgia delle ore, la liturgia della parola e perfino la struttura delle preghiere eucaristiche secondo i modelli della tradizione ebraica. Alcune grandi feste come la Pasqua e la Pentecoste evocano l'anno liturgico ebraico, e rappresentano eccellenti occasioni per ricordare nella preghiera il popolo che Dio ha scelto ed ama (cfr Rm 11,2).
Oggi il dialogo implica che i cristiani siano più consapevoli di questi elementi che ci avvicinano. Come si prende atto della "alleanza mai revocata", così si deve considerare il valore intrinseco dell'Antico Testamento (cfr Dei Verbum, 3), anche se esso acquista il suo senso pieno alla luce del Nuovo Testamento e contiene promesse che si adempiono in Gesù. Non fu forse la lettura attualizzata della Sacra Scrittura ebraica fatta da Gesù ad accendere "il cuore nel petto"(Lc 24,32) ai discepoli di Emmaus, permettendo loro di riconoscere il Risorto mentre spezzava il pane ?

4. Non solo la comune storia di cristiani ed ebrei, ma particolarmente il loro dialogo deve mirare all'avvenire, diventando, per così dire, "memoria del futuro". Il ricordo dei fatti tristi e tragici del passato può aprire la via ad un rinnovato senso di fraternità, frutto della grazia di Dio, e all'impegno perché i semi infetti dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo non mettano mai più radice nel cuore dell'uomo. Israele, popolo che edifica la sua fede sulla promessa fatta da Dio ad Abramo: "sarai padre di una moltitudine di popoli" (Gn 17,4; Rm 4,17), addita al mondo Gerusalemme quale luogo simbolico del pellegrinaggio escatologico dei popoli, uniti nella lode dell'Altissimo. Auspico che agli albori del terzo millennio il dialogo sincero tra cristiani ed ebrei contribuisca a creare una nuova civiltà, fondata sull'unico Dio santo e misericordioso, e promotrice di una umanità riconciliata nell'amore. "

Meditando sul mistero di Israele e sulla sua "vocazione irrevocabile" i cristiani esplorano anche il mistero delle loro radici.

Martedì 08 Gennaio 2008 02:05

Il divorzio nella tradizione ebraica (Pupa Garribba)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Il divorzio nella tradizione ebraica

di Pupa Garribba

Inizialmente era un contratto, nel quale la donna veniva trasferita dalla potestà del padre a quella del marito, ma entrambi i coniugi avevano quello che oggi si chiamerebbe «il diritto di recesso». In seguito, la donna ha acquisito una maggiore libertà (anche nella scelta del marito) e, col tempo, sempre più diritti e garanzie. Ma qualche problema resta anche oggi.

Non ha senso parlare di divorzio secondo la tradizione ebraica senza un breve accenno al diritto ebraico da cui discende. Dal punto di vista giuridico il matrimonio si fonda su un contratto, in base al quale la donna è trasferita dalla potestà del padre a quella del marito – il padre «dà» e il marito «prende», con facoltà di entrambi di recedere dalla promessa di matrimonio. Col passare del tempo e con le mutate condizioni sociali, vari accomodamenti hanno permesso alla donna di esprimere la propria volontà anche prima delle nozze, se combinate dalla famiglia senza il suo consenso. Interessante in proposito l'esempio dei notai ebrei, che nel Cinquecento a Roma avevano coniato la formula «Non se amano e non se vonno bene», per sciogliere fidanzamenti sgraditi.

Il contratto di matrimonio (ketubah) – che dopo la pubblica lettura è consegnato alla madre della sposa a nozze concluse – chiarisce diritti e doveri dei coniugi secondo uno schema messo a punto dal diritto ebraico, salvo accordi diversi presi dalle parti. L'uso della ketubah – che risale ad antichissimi tempi in cui la donna era l’anello debole della coppia e quindi doveva essere difesa – si è dimostrato fondamentale per l’assunzione da parte dell'uomo di ben specificati obblighi durante il matrimonio, in caso di divorzio e morte. In sintesi, l’uomo ha dieci doveri verso la moglie, tra cui fornire gli alimenti, garantire un regolare rapporto sessuale, pagare le spese mediche, versare una somma di denaro in caso di divorzio o di morte e assicurare il diritto dei figli della donna ad ereditare la ketubah oltre alla loro parte di eredita. In cambio la donna garantisce il ricavato del suo lavoro, ogni oggetto trovato, l'eredita e l'interesse dei suoi beni perché il marito è il baal, il «padrone», non della sposa ma dell'utile della dote. Inoltre, per evitare forme di sfruttamento, già secondo antiche interpretazioni rabbiniche la moglie può dire al marito: «Non ricevo i tuoi alimenti e non lavoro per te».

Anche il divorzio (gerushim) si configura sotto forma di un contratto debitamente firmato da testimoni. La scrittura del documento (il get) avviene di fronte a tre rabbini consci dell'impossibilità di conciliazione della coppia, e convinti dell'opportunità di sciogliere un legame di fatto inesistente (già nel I secolo dell' e.v. le scuole di Hillel e Shammai mostravano nei loro pronunciamenti l'importanza di affrontare il problema). Il divorzio è sempre stato sottoposto a norme dettagliate, la cui osservanza permette di comprendere se la decisione è stata seriamente ponderata. Vale la pena di sottolineare che, se è necessario il mutuo con senso, solo il marito può concedere il divorzio; la moglie resta decisamente svantaggiata perché, al massimo, può presentare domanda di annullamento e richiedere il get anche di fronte al rifiuto del consorte.

Per scendere più in dettaglio, sono tre i casi in cui la donna può pretendere dal tribunale (bet din) un intervento nei confronti del marito; se quest'ultimo è affetto da malattie o difetti che lo rendano invincibilmente sgradito alla moglie; se ha violato o trascurato i suoi obblighi essenziali; in caso di insuperabile incompatibilità sessuale. In più, come ha scritto l'attuale rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni sulla rivista Hatikwa, «il dovere di procreare due figli nella legge ebraica spetta solo al marito; la donna può rifiutare, e se non si viene ad un accordo tra opposte volontà il matrimonio si scioglie». Per giungere al divorzio basta il mutuo consenso, senza chiedere l'intervento del bet din; quest'ultimo interviene in assenza di accordo tra le parti, per accertare il rispetto delle condizioni previste dalla legge ebraica e dalla ketubah. Il delicato compito del tribunale rabbinico è quello di valutare se vi siano le basi per costringere la donna a ricevere il get, o l'uomo a concederlo. Per difendere i diritti dell'elemento più debole della coppia. in genere la moglie, il tribunale può usare mezzi coercitivi nei riguardi del coniuge recalcitrante.

Vi è un caso, comunque, che anche il bet din più disponibile riesce difficilmente a risolvere: quello della agunah, donna vincolata al matrimonio dalla scomparsa del marito, ad esempio per ragioni belliche o per emigrazione. In questo caso la agunah non può divorziare, risposarsi e mettere al mondo figli legittimi, salvo l'attestazione di morte del coniuge fatta da autorevoli testimoni. Ultimamente alcune correnti dell'ebraismo hanno previsto un atto aggiuntivo alla ketubah, da cui risulti in anticipo la volontà di divorzio dell'uomo in caso di sparizione oltre ad un tempo determinato. A parte il dramma delle donne «vincolate», non sempre i «soggetti deboli» sono tutelati a dovere. Secondo l'Osservatorio internazionale per i diritti delle donne ebree, soprattutto in Israele sono numerosi i casi di mariti che tentano di barattare il divorzio con il ritiro della denuncia per maltrattamenti; o di uomini violenti che riescono ad ingraziarsi il bet din invocando «l'armonia familiare», per evitare lo scioglimento del matrimonio.

(da Confronti, gennaio 2006, p. 22)

Safed, città mistica.
La capitale della Cabbala

di Catherine Dupeyron


Appollaiata sulle alture della Galilea, Safed (Tsfat) città santa del giudaismo, accoglie ogni anno decine di migliaia di pellegrini che si stringono sulle tombe dei saggi e dei grandi maestri della mistica ebraica.

È una delle quattro città sante del giudaismo, accanto a Gerusalemme, Ebron e Tiberiade. Safed però è quasi sconosciuta per la maggior parte dei non ebrei. Senza dubbio perché il suo immenso patrimonio spirituale non si incarna in alcuna costruzione monumentale come la Tomba dei Patriarchi a Ebron o il Muro detto “del pianto” a Gerusalemme.

Appollaiata a 960 metri di altitudine, nel cuore della Galilea del Nord, la città del misticismo ebraico è la più alta di Israele, la più vicina a Dio. Il suo nome occidentale, Safed, evoca a mala pena il suo appellativo ebraico Tsfat, così che molti turisti non la trovano sulle carte geografiche. Discreta, piccola (30.000 abitanti), modesta, Safed/Tsfat, ha tuttavia partorito un misticismo ebraico risplendente. Per gli ultra-ortodossi (un terzo della popolazione) che vi sono oggi istallati e rimangono lontani dal chiasso e dallo spettacolo del mondo, non c’è in questo nessuna contraddizione; anzi….

Sul posto il visitatore è sicuro di perdersi almeno una volta nel dedalo delle viuzze della città vecchia e di scoprire così il suo mistero e il suo fascino. Unici punti di riferimento sono le sinagoghe, molto più numerose degli alberghi, benché, come una donna ebrea religiosa pudicamente vestita, rimangano ben nascoste prima di rivelare la loro bellezza.

Illuminare il mondo intero

La stravaganza è altrove. Nella gioia immensa e nel fervore che accompagnano le feste ebraiche, di cui la prima è l’arrivo del sabato ogni venerdì sera. Proprio a Safed è stato scritto nel sec. XVI uno dei poemi più conosciuti del giudaismo, il Lekhah dodi – Vieni mio diletto - recitato nelle sinagoghe del mondo intero per salutare l’inizio del riposo. L’autore, Shelomoh ben Mosheh ha-Levi Alqabets, nato in Turchia, vi riprende una figura del Talmud che paragona il sabato alla fidanzata di Israele. Più di duemila diverse melodie sono state composte per accompagnare i versi liturgici. Poiché , secondo la Cabbala, la musica è di essenza divina, essa è divenuta un elemento essenziale del rituale fra i chassidici, numerosi nella capitale della Cabbala. Nessuna meraviglia dunque che Safed sia diventata una terra di elezione per gli artisti che trovano una fonte inesauribile di ispirazione nel mistero mistico della città e nell’esoterismo della Cabbala.

L’eccezionalità di Safed è legata alla sua collocazione di fronte al monte Meron, proprio dove è sepolto il rabbino Shimon bar Yochay, uno dei Saggi talmudici del sec. II, considerato come uno dei primi maestri cabbalistici e uno degli oppositori dell’occupazione romana. Rivolta verso la montagna, la città ha fama di beneficiare della sapienza di quel grande maestro. Per secoli la sua tomba fu uno dei tre luoghi più frequentati di pellegrinaggio, con la cripta dei Patriarchi di Hebron e la tomba di Rachele a Betlemme. La leggenda racconta che una grande fiamma sarebbe sprizzata dalla tomba del saggio per illuminare il mondo intero. Ogni anno a Lag ba Omer, cioè 33 giorni dopo la Pasqua ebraica, presunto anniversario della morte del grande maestro, 100.000 o 150.000 persone prendono d'assalto il monte Meron, per pregare sulla sua tomba e accendere fuochi di gioia.

La terra di accoglienza degli Ebrei di Spagna

Proprio per essere vicini a questa tomba e agli altri sepolcri di maestri talmudici, molti rabbini (Mosheh Cordovero, Giuseppe Caro…), segnati dallo spirito della Cabbala, si sono stabiliti a Safed nel sec. XV, dopo essere stati scacciati dalla penisola iberica. E nel secolo seguente essa fu qualificata come “città santa”, a somiglianza di Hebron e Tiberiade. Ed è a Safed che fu fondata nel 1578 la prima tipografia del vicino Oriente. Infine durante lo stesso sec. XVI sono state costruite a Safed molte sinagoghe. Esse furono ricostruite alla fine del sec. XIX, dopo il terremoto del 1837 che lasciò sotto le macerie qualche cosa come 4.000 morti e persuase i superstiti a partire. In questo modo Safed, che costituiva allora la prima comunità ebraica della Palestina ottomana, si svuotò a beneficio di Gerusalemme.

L’età d’oro di Safed, il sec. XVI, è collegata direttamente all’espulsione degli Ebrei dalla Spagna nel 1492, che genera fra loro una forte corrente messianica. I rabbini che si stabiliscono a Safed concretizzano il loro pensiero in opere esoteriche che daranno lustro alla Cabbala e risponderanno al bisogno di punti di riferimento per gli Ebrei esiliati dalla penisola iberica. I loro testi dai titoli poetici, come Il frutteto dei Melagrani, Il libro della chiarità, La palma di Debora…potranno in qualche modo illustrare la Cabbala, farne un sistema di pensiero accessibile al popolo, un utensile pratico per la vita quotidiana, una sorta di ideologia che può risolvere i problemi della vita contemporanea.

Lo Zohar, il terzo pilastro del giudaismo

In questo modo lo Zohar (Libro dello Splendore), nato in Castiglia, riletto e interpretato dai cabbalisti di Safed, diventerà il terzo pilastro del giudaismo, accanto alla Torah e al Talmud. Altro testo essenziale, il Shulchan Aruk (La Tavola apparecchiata), scritto dal cabbalista Giuseppe Caro (1488-1575), esiliato in Portogallo, che costituisce sempre un punto di riferimento per la sua codificazione minuziosa delle leggi ebraiche.

Le idee di allora – cioè che la redenzione divina poggia prima di tutto sull’osservanza dei 613 comandamenti enunciati nella Tora – si diffonderanno molto al di fuori di Safed e dal sec. XVI saranno adottati dal Baal Shem Tov (1698-1780), la figura fondante del chassidismo nel sec. XVIII.

(da Le monde des religions, 20, pp. 40-43)

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