Dialoghi (90)
La fede non è tribalismo (Giovanni Ferrò)
In un tempo come il nostro, in cui la religione viene sempre più strumentalizzata a fini politici, l’unica strada per evitare l’equazione che identifica fede e violenza è l’impegno per il dialogo interreligioso.
Amore e giustizia:
rapporti e contraddizioni
di Roberto Della Rocca*
Un colloquio ebraico-cristiano
Per iniziare la riflessione sul rapporto tra l'amore e la giustizia, parto da un midrash che commenta l'inizio del libro della Genesi.«Il vero problema? L’ignoranza» (Francesco Rapacioli)
Islam cristianesimo una parola comune
Visto dal Bangladesh: parla Kaziazì Nurul Islam
«Il vero problema? L’ignoranza»
di Francesco Rapacioli * 
L’analisi critica di un accademico musulmano impegnato per la conoscenza fra le religioni: «Punire chi abbraccia un’altra fede è contro l’islam» .
delle religioni mondiali dell’Università di Dhaka è, con ogni probabilità, il primo - e per ora unico - esempio del genere in Asia, oltre che nel mondo musulmano. Qui le diverse religioni sono infatti insegnate da una persona che non solo conosce teoricamente, ma pratica anche la religione che insegna (un prete cattolico laureato in teologia - ad esempio - vi insegna cristianesimo). A dirigere il Dipartimento, dopo averne strenuamente perseguito la fondazione, è il professor Kazi Nurul Islam, docente di filosofia e studioso poliedrico. Kazi è molto di più di quello che in Occidente sarebbe definito un «musulmano moderato» (MM., maggio 2006, pp. 48-50). Un osservatore, dunque, particolarmente qualificato per valutare lo spessore della lettera dei i 38.Professore, questo testo interpreta davvero i sentimenti della maggior parte della comunità islamica?
Il dialogo interreligioso, cammino per la pace (Benjamín Forcano)
Il dialogo interreligioso, cammino per la pace
di Benjamín Forcano
Non ci sarà pace tra le Nazioni se non c’è pace tra le religioni
(...) Inizierei dall’affermazione che la pace è il bene più prezioso dell’umanità ma è anche quello che risulta più difficile conseguire. Appare significativo il fatto che tale bene, cercato da sempre, abbia incontrato impedimenti speciali nelle religioni. E, tra queste religioni, devo indicare il giudaismo, il cristianesimo e l’islam.
1. Il Dio unico, principio di tutte le religioni, non può essere causa di divisione
È vero che oggi, da parte di queste religioni, si sentono dichiarazioni e proclamazioni a favore della pace come mai prima d’ora (Cfr F. Torradeflot, Diálogo entre religiones. Textos fundamentales, Trotta, 2002). Tuttavia, vi sono settori dell’u-manità che, a causa della sofferenza, dell’umiliazione e dei danni subiti, si sentono spinti a mettere da parte il ricorso al Dio tanto intensamente invocato dalle religioni e a ricercare per altri cammini il bene della pace. Malgrado ciò, non è possibile che Dio, centro di tutte le religioni, e la cui essenza è data dall’amore e dalla pace, sia stato usato per dividere gli esseri umani e i popoli e continui ad essere utilizzato per giustificare invasioni e dominazioni tra le più crudeli dei nostri tempi.
2. Abbiamo lasciato contaminare le nostre religioni da falsi dei
Mi spingo ad affermare che devono essere ben poveri e sbagliati i nostri pensieri su Dio se a risultati tanto spaventosi ci hanno condotto. Non può trattarsi del Dio vero, bensì di idoli a causa dei quali ci siamo divorati l’un l’altro. È chiaro che le religioni hanno contribuito a portare enormi beni all’umanità. Ma è ora di riconoscere i loro errori che, sostanzialmente, si riconducono ad uno solo: pensare che solo la religione che professo io è quella vera e che le altre sono false e, in quanto tali, meritano il disprezzo e lo sterminio. (...).
L’importanza della religione nel nostro tempo
È evidente che nel mondo religioso si sta registrando un cambiamento importante. Ma non tanto da parlare, come fanno alcuni non so con quanta esattezza, di un’ondata di paganesimo, nel senso di un’assenza progressiva di Dio nella società umana. I dati sono, malgrado tutto, eloquenti: la grande maggioranza della popolazione attuale, fissata in oltre 6 miliardi di abitanti, professa una religione (un 85%). Se la terza parte della popolazione mondiale è cristiana e la quinta parte è musulmana, le religioni continuano a proliferare: attualmente ve ne sono 10.000 diverse.
Viviamo in un tempo di ammirevoli progressi, di avvicinamento e scambio tra i popoli, di incontro tra Oriente e Occidente, un tempo in cui i popoli sembrano iniziare a prendersi sul serio. Tutto questo conduce ad una comprensione maggiore gli uni degli altri. Ma è vero anche che “il modo più sicuro di arrivare al cuore della gente è attraverso la sua religione, sempre che questa non si sia fossilizzata” (H. Smith).
Sarebbe pertanto un errore sottovalutare o dimenticare il fatto che le religioni sono eredi di grandi tradizioni di saggezza e aiutano a toccare questa essenziale somiglianza umana che tutti condividiamo. “E quando la religione acquista vita, rivela una qualità sorprendente: si impossessa di tutto” (H. Smith).
Come affrontare la questione
Alcune osservazioni preliminari
La pace nel mondo sembra essere legata alla pace tra le religioni. La soluzione esige da noi chiarezza, umiltà e coraggio. Fondamentalmente, si tratta di idee e di definizioni che hanno sostenuto posizioni di esclusione e di scontro. La questione è scoprire la radice del modo in cui abbiamo concepito la relazione delle religioni tra loro: questa relazione deve essere rivista.
Il problema sorge quando, in mezzo a questa pluralità di religioni, qualcuna di esse si erge ad unica vera e dichiara che le altre o sono false o hanno una parte di verità, ma derivata dall’unica vera religione. Vi sarebbe una confessione dell’inferiorità delle altre religioni e una loro subordinazione all’unica vera. Tale visione contiene il seme dell’esclusivi-smo e del distanziamento e suscita facilmente reazioni di rifiuto, di ostilità e di guerra. Se continuiamo a mantenere tale posizione, la guerra, in un modo o nell’altro, sarà sempre in agguato.
1. Condizioni di base per una nuova visione del tema
Per accedere a questa revisione, sono necessarie da parte di tutti alcune condizioni di base. La prima è che Dio – in qualunque modo lo si chiami – è uno solo ed è lo stesso per tutti. La seconda è che questo Dio vuole la salvezza di tutti. La terza, che questa salvezza, non ricevendola direttamente da Lui, ci giunge indirettamente attraverso cammini e mezzi diversi. Ognuno, quando nasce, è inquadrato in una storia, in una cultura, in un popolo e in una religione. E assume la religione per tramite del suo popolo. Ed essendo molti e diversi i popoli, sono molte e diverse anche le religioni. La quarta, che Dio offre in tutte le religioni i mezzi necessari per ottenere la salvezza. La quinta, che tutte le religioni sono, pertanto, valide, per quanto non siano ugualmente valide. Se lo fossero, non esisterebbe il problema né dovremmo porcelo.
2. Fedeltà di ogni religione alla sua identità, senza relativismi
Tutte le religioni valgono, ma non tutte valgono lo stesso; tutte le religioni sono vere, ma non tutte sono ugualmente vere. Certamente, il nodo della questione è qui. Una buona visione richiede la salvaguardia dell’identità e della diversità. Si tratta di avanzare sempre più tutti uniti verso il Dio Unico, assicurando come bene primo irrinunciabile il bene della pace.
Identità comune: la dignità umana
L’essere umano è stato creato per essere se stesso, sviluppare le proprie potenzialità e raggiungere la sua pienezza. Le religioni coincidono sul fatto che l’essere umano non può ottenere questa pienezza da sé, bensì a partire dal suo legame con Dio. I non credenti sostengono di poter raggiungere tale pienezza da soli. Da sé o attraverso un legame con Dio, è certo che il soggetto di questa pienezza è l’essere umano stesso, con la sua propria natura, che gli conferisce dignità, proprietà e diritti, che sono universali. (...). Questa dignità umana universale è la categoria maggiore e più importante, che non si sfuma né si riduce per il fatto che ad uno sia toccato nascere in un luogo anziché in un altro, sotto uno o l’altro credo religioso o sotto nessuno. (...).
Ogni razza, ogni cultura, ogni popolo eredita e possiede un patrimonio, un territorio, una lingua e uno Stato propri, ma, insieme a questo patrimonio particolare e particolarizzato, tutti i popoli hanno un patrimonio, una lingua, un territorio e uno Stato comuni, che sono quelli propri della specie umana. Per le vene di qualunque persona, della sua terra, della sua lingua e della sua cultura corre il sangue della categoria universale della dignità umana.
E, per essa, ci riconosciamo uguali, cittadini del mondo, senza che alcuna circostanza particolare possa ridurre, minimizzare o annullare questa condizione umana universale.
Fede comune (di credenti e non credenti) nella dignità umana
Il contenuto di ciò che rappresenta la dignità umana è più o meno presente nella teoria e nella prassi di tutte le religioni. Così, possiamo leggere: “Non infliggere agli altri quello che non ci piacerebbe infliggessero a noi” (Giainismo); “Non ferire gli altri con ciò che fa soffrire te” (Buddhismo); “Quello che non vuoi ti venga fatto, tu non farlo agli altri” (Confucianesimo); “Non fare agli altri ciò che, se fosse fatto a te, ti causerebbe pena” (Induismo); “La buona natura chiede di evitare di fare all’altro ciò che non sarebbe buono per se stessa” (Zoroastrismo); “Quello che per te è detestabile, non farlo al tuo prossimo” (Giudaismo); “Fate agli altri ciò che voi volete facciano a voi” (Cristianesimo); “Non fate agli altri ciò che non desiderate per voi stessi” (Bahái); “Quello che vi irrita della condotta degli altri rispetto a voi, non fatelo a loro” (Isocrate); “Nessuno è un credente finché non desidera per suo fratello ciò che desidera per se stesso” (Islam).
Questi sono principi che, in un modo o nell’altro, esprimono la cosiddetta “regola d’oro”, regola universale che nasce dalla natura stessa e si trova nelle religioni e nelle filosofie. Nel cristianesimo, questa regola d’oro assume accenti radicali:
- Puoi essere chiunque, vantare mille titoli o opere, ma, se non pratichi la giustizia e l’amore, non conosci Dio.
- A nulla servono le festività, i canti, il culto, le preghiere, l’incenso, se non vengono praticati in condizioni di giustizia.
- Conoscere Dio e stare bene con Lui è possibile solo a chi ama ed è misericordioso, per quanto ignori la legge, sia straniero o sia considerato eretico. La via di accesso a Dio è la giustizia e l’amore: “Chi non ama il fratello che vede non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4,20).
Il cristianesimo e le altre religioni
“La storia delle religioni – scrive X. Zubiri, è la storia degli uomini con Dio”. In questo senso, la storia del cristianesimo non è solo il modo in cui il cristianesimo, ad intra, si è relazionato con Dio, ma come ha proiettato questa sua relazione sugli altri popoli e sulle altre culture.
Questa storia appartiene al passato ed è giunta fino ai nostri giorni. Un passato in cui il cristianesimo, radicato ed elaborato fondamentalmente nell’Occidente cristiano, ha inteso la sua relazione con Dio in termini di universalità salvifica, depositata esclusivamente in esso come verità unica e totale, introdotta con la persuasione o con la forza in altri popoli ritenuti corrotti in quanto dominati dall’errore e bisognosi di conversione per salvarsi.
Questo progetto evangelizzatore, unito all’espansione imperialista, ha operato come ideologia di legittimazione di conquiste e colonizzazioni. Un progetto chiamato “regime di cristianità” che è proseguito praticamente fino al Concilio Vaticano II.
Il Concilio ha significato una rottura di questo progetto e una ridefinizione della teologia che lo sosteneva. Ha cambiato profondamente, cioè, il modo di intendere il cristianesimo nella sua relazione con le altre religioni.
L’attuale situazione: la modernità e i suoi nuovi valori
La modernità ha rappresentato un cambiamento irreversibile, buono e legittimo per molte cose; discutibile e sbagliato per altre. Ma sta qui la conquista della democrazia con le sue conseguenze in termini di laicità, uguaglianza, libertà e pluralismo. E, in mezzo a questo, come un ciclone, l’e-mancipazione dell’essere umano, con la conseguente affermazione della sua dignità e dei suoi diritti. La modernità è avanzata in un certo senso contro la Chiesa cattolica, che ha cercato di opporle resistenza e di condannarla, essendo essa la minaccia più forte al suo imperialismo religioso esercitato sulle coscienze, sulla società e sul mondo.
Il grido della modernità è, in questo senso, un grido profetico che si alza, più che contro Dio, contro una sua immagine invadente, responsabile in gran parte della genesi del-l’ateismo, fino al punto di farlo diventare una condizione quasi normale dell’essere umano di oggi. Non sempre le Chiese hanno presentato Dio, bensì immagini grottesche di lui, giunte all’estremo di umiliare e manipolare l’essere umano.
Ed è forse per questo che l’uomo di oggi rivendica con forza la libertà religiosa, la libertà di essere credenti o atei, cioè di abitare la propria vita, per poterla vivere e basta, a partire da essa. Cosa per cui ci troveremmo di fronte a questo paradosso, espresso da X. Zubiri: “Quando la vita si fonda più su se stessa, è allora che fondamentalmente è più in Dio e con Dio”.
La fede comune nell’essere umano
Nella cultura occidentale è evidente il fenomeno del-l’ateismo, che fa sì che l’uomo voglia vivere per se stesso, essere se stesso, contando evidentemente sul fatto ovvio che è egli stesso il proprio sostegno.
L’ateismo è una fede, una fede nell’essere umano che può essere condivisa dalle religioni. Guardiamoci in faccia, sottolineando in primo luogo non quello che ci differenzia e ci contrappone ma quello che ci unisce e ci accomuna. È questa convergenza che ci pone sulla strada giusta, dandoci la possibilità di camminare insieme, senza dogmatismi e-scludenti, con la convinzione che la salvezza dell’umanità inizia salvando la dignità dell’essere umano.
Senza alcun dubbio, le religioni considereranno l’area della salvezza intramondana insufficiente e cercheranno di offrire, ciascuna nella propria prospettiva, una salvezza radicale e più completa. È un loro diritto. Ma a condizione che nessuna pretenda di imporsi con la forza né mostri atteggiamenti di arroganza ed esclusione, bensì, cercando di ascoltare ed apprendere dalle altre, offra la propria luce, come un diverso raggio in questo arcobaleno del pluralismo religioso, e così rafforzare i punti di comunione tra tutte senza nascondere la propria identità. (...).
Siamo arrivati, in conseguenza di tutto ciò, a un fatto insolito: quello di uscire dall’isolamento, fisico e culturale, per mescolarci di fatto nella ricerca, nel dialogo e nella lotta per le grandi cause dell’umanità. Vedremo così come le distanze, i muri, i pregiudizi, i timori sono stati creati dagli uomini e non da Dio né dallo spirito primigenio delle religioni. Dietro le guerre storiche tra le religioni scopriamo sempre interessi e ragioni che distano molto dagli interessi e dalle ragioni di Dio. Di conseguenza, il nostro tempo storico segna un nuovo clima per ridefinire le relazioni tra le religioni. Questo clima è il dialogo.
L’evoluzione all’interno della Chiesa cattolica
Dopo tutto ciò che è detto prima, la mia convinzione è che, teologicamente parlando, il problema è aperto. E se è vero che il Vaticano II ha rappresentato un cambiamento importante, non gli ha dato però una soluzione esplicita, sicuramente perché la cosa non era ancora chiara nella mentalità conciliare.
Senza dubbio, il Vaticano II segna una linea divisoria con la tradizione anteriore, ma lascia nell’ambiguità la questione se le religioni siano salvifiche o meno.
(...) Logicamente, il dibattito teologico non poteva rimanere chiuso nelle prospettive del Concilio.
Esiste un certo consenso nell’adottare, come chiave risolutiva, il nuovo paradigma teocentrico, che consisterebbe nell’affermare che l’automanifestazione di Dio ha adottato forme diverse nelle diverse tradizioni religiose, senza privilegiare in alcun modo la manifestazione di Dio in Gesù Cristo come ultima e normativa. Tutt’al più, e questa è un’altra opinione, si dovrebbe privilegiare Gesù Cristo semplicemente come il simbolo perfetto o il modello ideale nelle re-lazioni tra Dio e l’uomo per la salvezza. (...).
L’essere umano, cammino per un’autentica relazione tra le religioni
Possiamo continuare a riaffermare che la missione salvifica di Dio ha in Gesù Cristo la sua mediazione piena e definitiva, e che questa passa per la Chiesa cattolica, l’unica depositaria della pienezza della verità e dei mezzi per assicurare la salvezza. E possiamo continuare a concludere, di conseguenza, che le altre religioni sono solo espressioni di una religiosità naturale, di una religiosità fragile, oscura e deficitaria, che quanto in esse c’è di buono e santo proviene dall’unica missione salvifica di Cristo e che, pertanto, esse hanno bisogno di purificarsi, convertirsi e abbracciare Gesù Cristo e la sua Chiesa.
Possiamo continuare, ma già abbiamo visto che con questo paradigma l’ecumenismo non avanza, il dialogo interreligioso nasce già morto e che, di fronte ai problemi veramente importanti dell’umanità che necessitano del concorso di tutti, perdiamo unità ed efficacia. Può essere questo il cammino?
1. Dio è il salvatore di tutti e sta con tutti
La mia impressione è che (...) abbiamo contrapposto l’u-mano al divino, il naturale al soprannaturale, finendo per contrapporre il Dio Creatore al Dio Salvatore e la storia profana alla storia della salvezza. Non so perché il Dio unico creatore non debba essere l’unico Dio salvatore, presente con il suo amore dal principio in ogni opera creata. Perché si dovrebbe negare come divina la multiforme e plurisecolare ricerca umana, per il fatto che Egli abbia deciso di arricchirla con l’autodonazione gratuita di Gesù Cristo nella storia?
2. Convergenza e unità con i non credenti
Lo stesso Concilio non esita ad affermare che Dio è presente in quanti seguono la voce della propria coscienza, anche se lo negano o non lo confessano esplicitamente (GS, n. 16). Secondo il Concilio, tutti siamo uniti dalla legge divina dell’amore per il prossimo; la fede in Dio non si oppone alla dignità umana; tutti siamo chiamati a collaborare all’e-dificazione di questo mondo, la casa comune; e nessun potere che rispetti i diritti umani può operare una discriminazione tra credenti e non credenti (GS, 21). (...).
D’altra parte, oggi non possiamo più dubitare del fatto che la libertà religiosa è un diritto e che atei e credenti hanno diritto ad esserlo. Il male è quando si continua a credere che l’ateismo sia una mostruosità e la fede un’alienazione. Le disgrazie che abbiamo sofferto su questo terreno non sono state causate dal fatto che gli uni fossero credenti e gli altri atei, ma dal fatto che idee e poteri dominanti si fossero impegnati ad ottenere che le persone fossero a forza credenti o atei. Io sono convinto che tanto un buon credente quanto un buon ateo possano essere buoni cittadini. Ma sono altrettanto convinto che un cattivo credente (un credente dogmatico) o un cattivo ateo (un ateo fanatico) siano un pericolo per la società e per la convivenza. Cosa che mi porta a presumere che, nella storia, le purghe e le persecuzioni sofferte siano state dovute piuttosto a cattivi credenti o a cattivi atei.
3. L’essere umano come punto di partenza e di confluenza
(...) A Dio, in sé, poco serve che lo affermiamo o lo neghiamo, che presentiamo prove a favore o contro se lì dove si trova di fatto lo disconosciamo o lo maltrattiamo: “Quando, Signore, ti abbiamo visto forestiero, assetato, affamato, nudo, incarcerato?”. “Quando lo avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli”. Quanto più l’uomo è uomo, tanto meno spazio resta per Dio, per un Dio utilizzato come sostituto, e tanto più emerge la realtà autentica di Dio.
4. Credenti e atei allo stesso tempo
Mi risulta sorprendente e altamente lucida la lettera che mons. Pedro Casaldáliga scrisse nel 1996 a Fidel Castro: “A questo punto della tua vita e della mia, e della marcia dei nostri popoli e delle Chiese impegnate con il Vangelo fatto vita e storia, tu e io possiamo molto bene essere allo stesso tempo credenti e atei. Atei del dio del colonialismo e del-l’imperialismo, del capitale egolatra e dell’esclusione, della fame e della morte delle maggioranze, con un mondo mortalmente diviso in due. E credenti, d’altra parte, del Dio della Vita e della Fraternità universale, in un mondo che è unico, nella Dignità rispettata ugualmente da tutte le persone e da tutti i popoli”.
Questa è la prospettiva. Qui la fede diventa da una parte denuncia di dei-idoli, che hanno alimentato ogni sorta di umiliazione e di sfruttamento umani e, dall’altra, un canto agli dei che hanno ispirato innumerevoli gesta di lotta per la giustizia e la fraternità. Casaldáliga mette il dito nella piaga.
5. Sulla convergenza tra credenti ed atei non si può fare marcia indietro
(...) Siamo in questo cammino. Questo cammino è cresciuto nelle coscienze, si è diffuso ed è esploso nel Concilio Vaticano II. (...) Si è aperta allora una nuova epoca. E nessuno potrà più dire: “Fuori della Chiesa non c’è salvezza” o “Tra cristianesimo e socialismo c’è contraddizione” o ancora “Il cristianesimo è controrivoluzionario”. (...).
La fede nell’uomo e nell’unico Dio vanno unite
Le vittime come criterio
All’interno delle religioni, vi saranno cose che differenziano le une dalle altre e che rimandano ad un’immagine diversa di Dio. Naturalmente, tutte le religioni portano a Dio, all’Unico, ma le rotte di accesso sono diverse. Diversa è la rotta del politeismo, diversa la rotta del panteismo, diversa quella del monoteismo.
Ma credo che queste differenze possano essere valorizzate e situate nel quadro delle vittime. Questo criterio mi sembra essenziale al momento di indicare chi è credente, chi segue Gesù, chi è cristiano e chi appartiene veramente alla Chiesa. Uno potrà presumere di appartenere a questa o quella religione, alla Chiesa cattolica, per esempio, di essere battezzato, di rispettare leggi e riti, di non uscire dall’orto-dossia, ma se non sta dalla parte del povero sarà un cristiano apparente, nominale.
La tradizione cristiana ha sempre detto che l’essere umano è gloria Dei vivens, una gloria sfigurata e maltrattata soprattutto nel povero. E secondo questa stessa tradizione: la Chiesa è dove è Cristo, ma Cristo è nel povero. “Quanto a-vete fatto ad ognuno dei miei fratelli più piccoli lo avete fatto a me”.
L’amore, legge fondamentale del cristianesimo
Se tutte le religioni coincidono nel professare quella che è l’etica fondamentale di ogni essere umano: “fa’ il bene, evita il male”, “non fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te”, “una vita umana vale più di tutto l’oro del mondo”, ecc., il cristianesimo (...) assume questo pienamente.
Questo atteggiamento di rispetto e di cura nel cristianesimo acquista livelli sconosciuti proprio perché Dio, il Dio di Gesù, è amore, un amore che cerca il bene dell’altro, spendendosi per lui, per la sua realizzazione; che perdona sempre; che si dispiega sul piano dell’uguaglianza; che prolunga verso l’umanità l’amore stesso di Dio: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato”.
Questo amore è incompatibile con l’ingiustizia, con il falso culto, con lo sfruttamento e il disprezzo dell’uomo, con ogni forma di discriminazione, con sentimenti di superbia, avidità e crudeltà.
(...) In ogni modo, a partire da questi criteri fondamentali, tutte le religioni devono incontrarsi e dialogare su questa base:
1. Devono esercitare l’autocritica. 2. Non possono permettere nulla di quanto danneggi o distrugga l’essere umano. 3. Devono tornare alle loro fonti, per recuperare la loro essenza originaria e normativa. 4. L’esistenza in esse di criteri propri nella ricerca della verità non nega i loro limiti. 5. Riguardo ai diritti umani, tante volte negati dalle religioni, esse devono esercitare una funzione di preservazione, garanzia e credibilità. 6. Il criterio minimo per tutte sembra essere quello dell’affermazione della dignità umana con i conseguenti valori e diritti. È bene per l’uomo quello che lo aiuta ad essere veramente uomo. 7. La verifica per questa vita autenticamente umana è nella maltrattata realtà dei poveri. Questi impediscono alle religioni di essere neutrali di fronte all’ingiustizia e alla menzogna o di organizzare la loro vita e le loro attività a partire da una preoccupazione che non sia quella della liberazione dei poveri.
La salvaguardia dell’umano costituisce un’esigenza minima per ogni religione, ma questa salvaguardia è autentica a partire dalla salvaguardia della dignità e dei diritti dei poveri.
Nella misura in cui le religioni riusciranno ad unire le loro lotte per le grandi cause dell’umanità (uguaglianza, giustizia, fraternità, liberazione dei poveri) si riconcilieranno tra loro, renderanno più prossima la loro fede e la loro comunione con Dio e conquisteranno il grande bene della pace.
(da Adista, 10 novembre 2008)
Per un islam pacifico, aperto e costruttivo (Andrea Pacini)
Per un islam pacifico, aperto e costruttivo
di Andrea Pacini
E’ su questa frontiera culturale impegnativa che si gioca il futuro dell’islam in Europa.
Dal momento che quanto accaduto a Torino è la spia di un atteggiamento culturale e religioso che percorre una parte delle moschee italiane, si impongono alcune riflessioni in merito. In primo luogo, il fatto che in molte moschee prevalga una predicazione di tipo antioccidentale e non di rado anticristiano, che tende a promuovere l’affermazione di un’identità islamica forte di tipo politico-religioso dispensata spesso con toni e contenuti violenti, non è una novità per chi segue più da vicino questo mondo. In questo senso le occasionali inchieste giornalistiche e i discorsi meno controllati di alcuni imam - quali il noto imam Bouchta di Torino, espulso in Marocco, o un precedente imam della moschea di Roma, poi richiamato in patria - che in alcune occasioni hanno espresso con maggiore visibilità il proprio sostegno al jihad internazionale, non sono altro che delle occasioni in cui all’opinione pubblica è dato di cogliere un fenomeno più diffuso e frequente nell’ambito di una parte del mondo delle moschee italiane ed europee. Questo non significa che tutte le moschee siano riconducibili a correnti di ispirazione fondamentalista o radicale, ma certamente all’interno di questo mondo sempre più in crescita e frammentato tali posizioni non sono rare.
Esse rispecchiano in effetti prospettive dottrinali e culturali prevalenti all’interno dell’islam contemporaneo anche di tipo ufficiale, che continua a essere egemonizzato da letture della realtà che ripropongono un’identità musulmana forte, sostenuta da un atteggiamento rigido e non aperto verso la differenza culturale e religiosa. In questo senso nelle moschee italiane non fanno che riprodursi toni e modalità di lettura che risuonano in generale nel mondo islamico, sia nell’ambito delle moschee - a maggior ragione in quelle di ispirazione fondamentalista - sia nell’ambito delle istituzioni islamiche di insegnamento universitario, in cui, se non si legittimano le letture fondamentaliste, si stenta però a proporre visioni decisamente alternative a quelle tradizionali. Le letture religiose islamiche di tipo moderno, che avvalorano l’istanza critica, che propongono il superamento dell’interdipendenza tra sfera religiosa e politica nell’islam, che fondano l’esigenza del dialogo con, l’alterità culturale e religiosa, sono infatti ben rappresentate nel mondo musulmano contemporaneo, ma non trovano. ancora spazio all’interno delle istituzioni ufficiali di insegnamento teologico e quindi non penetrano, se non occasionalmente, nel mondo delle moschee che a tali istituzioni è collegato.
In Italia e in Europa si avvertono però almeno tre importanti differenze. La prima è relativa agli imam, che si sono sempre autoproclamati, e che dal punto di vista della formazione culturale sono riconducibili a tre principali profili: una prima tipologia, oggi meno numerosa che nel passato, è costituita da persone con istruzione generale assai bassa e privi di una formazione religiosa formale; una seconda tipologia è costituita da persone con istruzione superiore, talora anche universitaria, ma di tipo civile, cui non corrisponde una formazione teologica formale: questa tipologia è oggi in crescita; infine una piccolissima minoranza di imam con formazione teologica islamica superiore. L’elemento che emerge è la generale mancanza di una formazione teologica specifica: questo del resto non è di per sé un elemento che da solo abiliti a una sensibilità verso il dialogo e l’integrazione in Europa, vista la resistenza che le facoltà teologiche oppongono alle letture liberali dell’islam. La crescita di imam con istruzione superiore di tipo non religioso può però abilitare i medesimi a una maggiore capacità di lettura della situazione europea, anche se essa può poi comparire in atteggiamenti diversificati. Gli esponenti del fondamentalismo non sono certo persone prive di formazione culturale, al contrario.
La seconda differenza è che in generale i musulmani in Europa prendono atto del fatto che vivono in un contesto che culturalmente e politicamente non è musulmano, con cui devono entrare in rapporto. Questa situazione può essere letta nei minimi di consapevolezza di essere una “minoranza” - lettura diffusa nel mondo delle moschee, in base alla quale vengono elaborati sia insegnamenti in chiave di rivendicazione identitaria forte, sia rapporti con le istituzioni civili finalizzati a ottenere riconoscimenti formali all’islam come minoranza - ma dà anche origine a letture diversificate e a strategie di inserimento più individuali da parte dei singoli. E’ quanto emerge dal basso tasso di frequentazione delle moschee in Italia e in Europa da parte della popolazione musulmana. Ma in ogni caso, anche se il rapporto viene interpretato nei termini di minoranza, si apre necessariamente uno spazio per l’interazione e il dialogo che va coltivato con fermezza da parte delle istituzioni statali e delle diverse espressioni della società civile tra cui le Chiese.
La terza differenza, conseguente alle due precedenti, è che l’insieme della popolazione musulmana in Europa e in Italia appare progressivamente più pluralista anche nelle sue prese di posizione pubbliche. È interessante che gli eventi di Torino abbiano fatto emergere all’interno del mondo musulmano locale voci autorevoli di dissenso e di condanna verso gli imam colti nella loro predicazione discutibile. Tale fenomeno è un indicatore importante che sta emergendo un pluralismo non solo de facto, ma che sta cercando di trovare espressione in un incipiente discorso pubblico formale e in organizzazioni specifiche in grado di esprimere “voci” diverse in seno all’islam. Che l’insieme della popolazione musulmana in Italia non si riconosca nell’islam fondamentalista e radicale è provato dalla scarsa frequentazione delle moschee esistenti e dal generale grado di buon inserimento. È’ però importante per il futuro dell’islam in Italia che all’interno della popolazione musulmana la corrente dell’islam liberale o moderato trovi espressione.
Le prese di posizioni ufficiali di dissenso espresse a Torino da taluni esponenti musulmani sono un primo segno di tale evoluzione, che richiede però di essere rafforzata, culturalmente e dottrinalmente elaborata e diffusa. Bisogna infatti passare dalla condanna e dal dissenso a un’aperta e costruttiva proposta dottrinale di un islam pacifico, dialogico, in piena sintonia con i valori fondamentali delle società europee. È su questa frontiera culturale impegnativa che si gioca il futuro dell’islam in Europa. E’ questa una responsabilità che chiama in causa come attori in primo luogo i musulmani stessi, ma insieme ad essi anche le istituzioni italiane e le diverse espressioni della società civile, in particolare la Chiesa, che come partner nelle relazioni sono chiamate a delegittimare gli esponenti fondamentalisti e a offrire invece supporto a quanti sono impegnati per la formazione di un islam europeo, convergente con i valori fondamentali dell’ordinamento civile delle nostre società, aperte al dialogo interreligioso e interculturale, fermo nel condannare e sconfessare ogni legittimazione religiosa della violenza e di atti e visioni lesivi della dignità dell’uomo, che trova espressione giuridica nelle Carte internazionali delle Nazioni Unite recepite nelle Costituzioni dei Paesi europei.
(da Vita Pastorale, 6, 2007)
La scomessa del vivere insieme (Mustapha Cherif)
Islam cristianesimo una parola comune
La scomessa del vivere insieme
di Mustapha Cherif
Ex ministro dell’Insegnamento superiore e della Ricerca scientifica ed ex ambasciatore, Mustapha Cherif è attualmente docente all’Università di Algeri. Intellettuale arabo tra i più aperti al dialogo tra le culture e le religioni, è stato ricevuto da Benedetto XVI all’indomani del contestato discorso di Ratisbona. È uno dei firmatari della lettera aperta dei 138 leader musulmani.
Questa lettera rappresenta innanzitutto un richiamo a tutti i cristiani del mondo per dire che la convivenza è possibile. È ciò che è avvenuto durante quindici secoli di vita comune, in cui il dialogo e la coesistenza hanno dominato, nonostante ci siano stati momenti bui, e soprattutto nonostante l’attualità di questi ultimi quindici anni che è segnata dalla violenza e dall’incomprensione. Ma non bisogna far sì che gli ultimi quindici anni ci facciano dimenticare quindici secoli. È un richiamo, un anno dopo il discorso di Ratisbona e un anno dopo il mio incontro con il Papa, per dire che siamo più che mai convinti della necessità del dialogo e del vivere insieme.
Si accusano spesso l’élite e la maggioranza dei musulmani di essere silenziose. Questo è un modo per dire che noi osiamo prendere la parola per smarcarci dalle infime minoranze che praticano la violenza. E, al tempo stesso, è un gesto di apertura e una sfida per il futuro, che dovrebbe fondarsi su una migliore comprensione e collaborazione tra le due comunità religiose.
In questo senso, vanno tenuti presenti tre aspetti fondamentali. Innanzitutto quello politico, che fa riferimento ai responsabili delle istituzioni ufficiali. Noi, in quanto società civile e in quanto credenti, dobbiamo rivolgerci a questi politici per dire loro che non ci può essere pace senza giustizia, e che occorre mettere in atto politiche giuste. E soprattutto che non si deve addossare alla religione quello che è proprio della politica.
Oggi la responsabilità del disordine e della violenza nel mondo appartiene evidentemente alla sfera politica. Noi, in quanto società civile, in quanto credenti, religiosi, ricercatori, intellettuali… dobbiamo spiegare a coloro che decidono e all’opinione pubblica internazionale che i problemi del mondo contemporaneo sono innanzitutto politici. Non è questione né di preghiera, né di digiuno, né di pellegrinaggi, ma è una questione di giustizia.
In secondo luogo, sappiamo che esiste una logica del confronto e dello scontro e che viene diffusa una propaganda infondata e negativa, contraria ai valori di tutti. Questo è dovuto anche all’ignoranza. Per questo sarebbe meglio parlare di scontro di ignoranze. Dunque, se in primo luogo si tratta di un problema politico - e i politici devono assumersi le loro responsabilità democraticamente -, in secondo luogo è un problema di mancanza di conoscenza e di ignoranza, che richiede innanzitutto che dobbiamo incontrarci, per imparare a conoscerci - a vivere insieme, a lavorare insieme, non unicamente a discutere insieme -, a promuovere uno scambio reciproco su ciò che noi siamo, poiché colui che non mi conosce finisce col deformarmi.
In terzo luogo, ci troviamo tutti di fronte alle stesse sfide. Ogni concorrenza tra islam e cristianesimo sarebbe oggi vana e inutile perché dobbiamo tutti fronteggiare delle sfide comuni.
A cosa serve chiedersi chi ha più fedeli, in un’epoca in cui è la vita stessa che è minacciata sul pianeta? Tutto questo non ha senso. È una battaglia di retro-guardia. Quello che è importante oggi non è se le moschee o le chiese siano più o meno piene. La cosa più importante è sapere qual è il cuore dell’essere umano, e se è pieno di apertura e di stima oppure di odio.
Una delle sfide principali di cui dobbiamo farci carico e che sta a cuore a tutti coloro che tengono ai valori spirituali, è l’uscita della religione dalla vita. Siamo di fronte oggi a un sistema dominante, che si appoggia sulla mercificazione del mondo, sull’ateismo e sul liberalismo selvaggio e, allo stesso tempo, liquida e marginalizza i valori morali, spirituali e religiosi. È la più grande sfida comune in quanto religioni: ridare all’umanità senso, riferimenti, valori...
Noi siamo certamente per il progresso, la modernità, l’economia di mercato, ma non a qualsiasi prezzo. Non al prezzo della disumanizzazione.
Un’altra sfida comune è quella della democrazia. Oggi le relazioni internazionali non sono democratiche, in quanto le potenze di questo mondo vogliono imporre il loro sistema e il loro punto di vista con la forza. Il che crea disperazione e reazioni cieche. D’altro canto, la democrazia in molti Paesi del sud è debole. Anche noi Paesi arabi siamo in ritardo su questo problema.
Noi, popoli e società civili, siamo presi tra due fuochi: il sistema internazionale non è democratico e all’interno delle nostre società le pratiche democratiche non sono sufficienti. Certo, esiste la libertà di espressione e una società civile, delle istituzioni e delle elezioni, ma noi consideriamo che tutto questo debba essere migliorato e approfondito.
Infine, un altro problema cruciale è il fatto che ci viene impedito di pensare diversamente, che ci viene negato il diritto alla differenza. I discorsi dominanti nel mondo, che si tratti di quello xenofobo o razzista del nord o di quello fanatico del sud, dicono sostanzialmente: «Sii come me o ti odierò». È assurdo. Si tratta di estremismi che sono contro il diritto alla differenza. L’Europa e l’Occidente rifiutano di riconoscere questo diritto alla differenza. È la linea dominante. Come pure quella di gruppi minoritari e fanatici nel sud che allo stesso modo si ergono contro questo diritto alla differenza.
Noi credenti, dunque, cristiani o musulmani, dobbiamo affrontare queste sfide comuni, cominciando dal fronteggiare il problema dell’uscita della religione dalla vita. Anche se prolifera quello che viene chiamato «ritorno del religioso», tutto questo non è autentica spiritualità. Quello che domina è il liberalismo selvaggio, il lassismo, la permissività e l’ateismo o il ritorno dell’integralismo, che non è evidentemente l’autentica spiritualità. È il primo problema: i valori, la morale, il senso della vita e della morte…
Poi c’è un problema politico: non vedo autentici modelli democratici, e noi Paesi arabi siamo particolarmente in ritardo su questo punto. Infine, il rifiuto del diritto alla differenza, specialmente da parte dei media, che sono il riflesso del sistema dominante; molti preferiscono dare la parola o agli estremi o a dei contro-esempi completamente improduttivi per fare in qualche modo da contrappeso agli estremisti, ovvero a dei credenti non autentici o a dei fanatici atei, a gente che ha perso la fede, quando invece la grandissima maggioranza della gente del Sud vuole continuare a vivere la propria fede nella modernità e nel progresso. Alcuni vogliono tagliarci fuori dalle nostre radici e dalla fede, mentre altri vogliono tagliarci fuori dal movimento del mondo, dal progresso e dalla modernità. Noi invece vorremmo essere la comunità del giusto mezzo, quella che è capace di assumere al tempo stesso autenticità e modernità.
(da Mondo e Missione, g ennaio 2008)
Il buddhismo dalla porta del cuore. L’esperienza del gesuita Albert Poulet-Mathis (Matteo Nicolini-Zani)
L’esperienza del gesuita Albert Poulet-Mathis
Il buddhismo dalla porta del cuoredi Matteo Nicolini-Zani *
«Vivere il dialogo tra religioni è capire che quanti ti circondano stanno dentro la tua vita»
«Qual è il tuo cognome cinese?», mi chiede Changchi, il monaco che mi accoglie al monastero buddhista Zen di Fagu-shan a Taiwan. «Mi chiamo Ma, Ma xiushi (fratel Ma)», rispondo io. «Ah, a quanto pare voi religiosi cristiani vi chiamiate tutti Ma! Noi abbiamo un caro amico, Ma shenfiu (padre Ma), un prete cattolico che ci ha visitato molte volte... Così lui è il vecchio Ma e tu sei il giovane Ma.. ».
Con questo buffo episodio - che gioca intorno ai frequenti casi di omonimia dovuta al ristretto numero di cognomi in uso in cinese - sono stato involontariamente avvicinato a un «caro amico» dei buddhisti presso il cui monastero sto per iniziare un breve soggiorno: il padre gesuita Albert Poulet-Mathis. Mi sento così anch’io misteriosamente accompagnato nella mia iniziazione alla conoscenza della vita monastica buddhista da questo «caro amico» che non avevo mai incontrato, ma di cui avevo avuto alcune notizie. Di lui mi avevano infatti parlato Paulin Batairwa, il missionario saveriano che mi ha introdotto al monastero di Fagu-shan e che è un po’ il giovane discepolo di padre Albert, e Gianni Criveller, missionario del Pime, che mi aveva sollecitato pochi giorni prima a non ripartire da Taiwan senza aver cercato di incontrare questo grande conoscitore delle comunità buddiste taiwanesi.
L’occasione di incontro è arrivata pochi giorni dopo, ancora una volta grazie all’intermediazione di padre Paulin. Nel suo ufficio presso il Tian Educational Center dei gesuiti a Taipei, bevendo una tazza di buon tè, padre Albert, nonostante i suoi ottant’anni e la sua salute malferma, ha acconsentito a una chiacchierata insieme, nello stile del dialogo che scoprirò essere più tardi il suo stile proprio: semplice e profondo. Ho potuto così ascoltare le sue riflessioni sulla necessità di un dialogo diverso da quello teologico e più profondo, sulla sua tardiva ma ispirante scoperta degli scritti di Henri Le Saux su questo tema, sulla positività del contributo monastico al dialogo interreligioso... Poche parole, in effetti, ma pronunciate sullo sfondo di una lunga esperienza, e che io cercavo di ascoltare compaginandole con ciò che vedevo intorno: scaffali pieni di volumi in tutte le lingue sulle religioni e il dialogo interreligioso, insieme a un gran numero di fotografie di diversi uomini spirituali da lui incontrati a Taiwan e nei molti paesi dell’Asia da lui visitati (soprattutto maestri buddisti), oltre che a doni da loro fatti a Ma Tianci (suona così il nome cinese di padre Albert) in segno di amicizia e gratitudine.
AI termine della nostra chiacchierata padre Albert mi ha fatto dono di un volume in cinese fresco di stampa, che sarebbe stato presentato al pubblico di lì a qualche giorno, dal titolo eloquente: il tuo Gesù, il mio Buddha: il dialogo interreligioso in profondità, con un titolo parallelo in inglese altrettanto significativo: Open the Doors, Let’s TaIk (Apri la porta, parliamo!). Scritto da Chen Shixian, un giovane amico buddista di padre Albert conosciuto dieci anni prima, questo libro raccoglie - integrandole con proprie riflessioni - le interviste da lui fatte al gesuita francese lungo circa due anni di incontri settimanali di confronto e di dialogo, con la partecipazione anche di padre Paulin. Non è da trascurare il fatto che questo libro rappresenti la prima pubblicazione da parte del maggior editore cattolico di Taiwan (Kuangchi Cultural Group) di un volume scritto da un buddhista sul dialogo interreligioso. Certamente un «significativo e promettente segno di interesse crescente nella promozione del dialogo interreligioso», come scrive Poulet-Mathis nei suoi ringraziamenti alla fine del libro.
La lettura di questo testo è diventato così per me il prolungamento di quell’incontro di fine novembre, e mi ha permesso di scoprire l’esperienza di un operaio del dialogo , «soltanto un piccolo prete francese» - come si autodefinisce nel libro (p. 205) - che ha dato però un grande contributo all’incontro profondo tra cristianesimo e religioni orientali.
Impegnato fin dal suo arrivo a Taiwan nel 1959 nello studio delle vie spirituali orientali e nella conoscenza delle comunità che sull’isola le percorrono, padre Poulet-Mathis ha lavorato instancabilmente per la promozione del dialogo e la pace tra le religioni, oltre che all’interno della Chiesa taiwanese e degli organismi della Compagnia di Gesù, anche come segretario dell’ufficio per le questioni ecumeniche e interreligiose (Oeia) in seno alla Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche (Fabc) dal 1977 al 1992, e come consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso dal 1980 al 1995. Questo ha fatto sì che «ciò per cui padre Poulet-Mathis è noto a Taiwan non sia tanto la sua identità di prete cattolico, quanto piuttosto il suo contributo al dialogo e alla collaborazione tra le religioni, per aver aperto la porta al dialogo interreligioso» (p. 30), con la sua disponibilità al rispetto, alla fiducia e all’amicizia. Tanto da essere stato definito pubblicamente in una cerimonia il «rappresentante delle religioni di Taiwan».
La reticenza a parlare di sé e soprattutto a presentare delle riflessioni sistematiche sul tema del dialogo interreligioso pervade tutto il volume quasi come una costante. Non si troverà dunque nessuna vera e propria riflessione teologica nelle sue pagine, ma una cancellata di ricordi, di incontri, di figure: «Io considero particolarmente importante il valore delle relazioni interpersonali» (p. 152),confessa. E quasi nascoste nelle pieghe di questi eventi si scoprono allora preziose intuizioni.
Innanzi tutto la consapevolezza che la Chiesa cattolica è inserita in un contesto plurireligioso: «Nel mondo non può esserci soltanto il cattolicesimo, dunque esso deve aprirsi» e «imparando ad aprici agli altri, ameremo ciò che tra noi è comune e rispetteremo ciò che fra noi è diverso» (pp. 134e 152). Per aprirsi - uno dei verbi che ricorrono più volte nelle confessioni di padre Albert - i cristiani devono uscire incontro agli esponenti delle altre religioni, cosa che lui stesso non si è mai stancato di fare, stringendo relazioni durature con uomini spirituali in luoghi che non avevano mai visto prima la visita di un prete cattolico. Sempre e soltanto con l’umile atteggiamento di voler imparare.
Suoi maestri nella conoscenza del buddhismo sono stati ad esempio il venerabile Shengyan, abate del monastero buddhista di Fagu-shan e leader buddhista mondiale, e il venerabile Chanyun, abate del monastero buddhista di Lianyin-si, che dopo più di dieci anni di frequentazione reciproca arrivò a confidare a padre Albert che all’inizio aveva sperato che lui diventasse buddista. Ma alla fine si era convinto felicemente che sarebbe rimasto cattolico, ma un cattolico buon amico dei buddhisti. In questo senso l’impegno di padre Albert ricorda ancora una volta che non esiste un dialogo tra le religioni, ma soltanto un dialogo fra uomini e donne che camminano fianco a fianco lungo vie religiose differenti.
«Il dialogo interreligioso è simile a un ponte che aiuta a mettere in contatto gli uni con gli altri», è «un’ opportunità che ci rende consapevoli del fatto che siamo una sola famiglia». Il suo scopo «non è fare missione, ma imparare gli uni dagli altri attraverso la conversazione fra appartenenti a religioni diverse» (pp. 216, 153 e 56).Se «è necessario avere un atteggiamento di accoglienza nei confronti delle altre religioni, si deve nello stesso tempo dare importanza alla propria fede religiosa e affermare il valore della religione altri; ma il primo dovere del dialogo interreligioso è di dare importanza alla propria fede» (p. 153). Fiduciosi che il dialogo interreligioso non porta affatto a diluire o smarrire la propria fede, ma «può aiutare ad approfondirla ulteriormente» (p. 154).
Fu però una visita in India nel 1981, durante la quale ebbe l’opportunità di leggere uno scritto del samnyasin benedettino Henri Le Saux (Abhishiktananda, 1910-1973) a segnare profondamente l’esperienza di padre Poulet-Mathis e il suo approccio al dialogo, come lui stesso scrive: «Quell ‘articolo mi influenzò e mi sollecitò profondamente... Spesso ritorno a quell’ articolo, le cui poche frasi cambiarono la mia vita» (pp. 156 e 162). Si tratta del saggio scritto nel 1969 e intitolato The Depth-Ditnension of Religious Dialogue (La dimensione della profondità del dialogo religioso), in cui Le Saux annota: «Ogni partner nel dialogo deve cercare di fare sua, per quanto è possibile, l’intuizione e l’esperienza dell’altro; personalizzarla nella propria profondità, al di là delle proprie idee e persino dei concetti attraverso cui l’altro cerca di esprimerle e comunicarle con l’aiuto di segni forniti dalla propria tradizione. Per un dialogo efficace è necessario che io raggiunga, per così dire, nella mia profondità l’esperienza del mio fratello, liberando la mia esperienza da tutte le sovrapposizioni, così che il mio fratello possa riconoscere in me l’esperienza da lui vissuta nella sua propria profondità».
Così padre Albert è oggi più che mai convinto che «il dialogo interreligioso non deve soltanto essere una teoria né si può limitare a un dialogo superficiale; e non è nemmeno una piacevole attività di solidarietà; esso è invece creativo e profondo riconoscimento, comprensione e amore reciproco». E proprio «questo tipoi profondità è ciò di cui oggi abbiamo bisogno nella Chiesa, anche se io non riesco a esprimerlo del tutto, non arrivo a trovare le parole più appropriate per farlo» (pp. 156 e 162). E’ quel dialogo di vita e di cuore proposto dal Concilio Vaticano II, ricordato da Giovanni Paolo II nella sua esortazione post-sinodale Ecclesia in Asia del 1999, nonché sottolineato in molti documenti della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche. È quella comunione a livello profondo possibile tra ricercatori dello spirito che percorrono differenti vie religiose e di cui era convinto Thomas Merton: «Comunicare è possibile al livello più profondo. Ma quella che avviene al livello più profondo non è comunicazione ma comunione. Senza parole. Al di là delle parole, al di là del discorso e al di là del concetto» (Thomas Merton, Diario asiatico).
Più avanti, in uno sforzo per trovare espressioni adatte, padre Albert arriva a dire: «Che cos’è il dialogo interreligioso? E’ forse l’annuncio di una qualche buona notizia? No, significa piuttosto comprendere che tutti gli uomini che ti circondano stanno dentro la tua vita, che tu hai una specifica responsabilità nei loro confronti, che li devi aiutare a comprendere che essi hanno una grandiosa possibilità di essere felici [ . .] Basterebbe che noi dessimo più importanza al dialogo interreligioso in profondità [ . .]. All’inizio anch’io pensavo fosse cosa difficile, ma poi ho sperimentato come si possa non soltanto arrivare a fare esperienza della fede altrui, ma anche rendere più solida la propria fede» (pp. 172- 173). «In questi ultimi vent’ anni sono venuto in contatto con molte religioni che hanno arricchito la mia vita. Sebbene io continui a essere un prete cattolico come lo ero un tempo, tuttavia la mia fede è oggi molto più profonda di vent’anni fa, e ho ancora bisogno di apprendere dagli altri, apprendere da loro a ricercare la fonte della beatitudine [ . .]. Aprite le porte! La mia esperienza testimonia che ciò porta frutto!» (p. 172). Da qui un sussurrato auspicio e insieme un lascito di padre Albert verso le nuove generazioni, che questo gesuita si augura siano formate e preparate per il dialogo: «Se queste mie esperienze potessero aiutare i giovani a intraprendere il dialogo interreligioso.. .» (p. 205). Solo raccogliendo questo invito sarà possibile non fare di padre Albert e di altri pionieri del dialogo interreligioso delle strane, bizzarre figure che nuotano controcorrente, ma riferimenti cui guardare nel pensare una direzione del percorso futuro del cristianesimo accanto alle altre religioni. «Il mio unico sconcerto è che io diventi all’interno della mia Chiesa una figura singolare: questo il mio più grande dolore.. .» (p. 203), confessa con rammarico padre Poulet-Mathis.
L’aver dato voce alla sua decennale esperienza di dialogo in profondità con il mondo buddhista vorrebbe in qualche modo rassicurarlo, testimoniandone l’apprezzamento e la volontà di accoglienza della sua preziosa eredità: «Ciascuno secondo la propria tradizione, ma tutti immersi in un medesimo silenzio…» . (p. 171), o, come direbbe l’apostolo Paolo, «tutti abbeverati ad un unico Spirito» (1Cor 12,13). * Monaco di Bose
(da Mondo e Missione, m arzo 2008)
Asia, scuola di pluralismo (Sandra Mazzolini)
Asia, scuola di pluralismo
di Sandra Mazzolini *
Se diversi sono i motivi per i quali sempre più persone viaggiano per il mondo, molto spesso è comune il fine conseguito: l’incontro tra persone di varie provenienze culturali e religiose. Che, per periodi più o meno lunghi e in forma più o meno stabile, interagiscono in uno stesso contesto, che per gli uni è quello conosciuto delle origini e per gli altri è un vero e proprio «nuovo mondo» da scoprire.
Le forme dell’incontro sono molte, certificate sia dall’esperienza quotidiana, sia dall’informazione, spesso concentrata sugli esiti negativi o sui fallimenti che sembrano sigillare l’impossibilità di una pacifica convivenza. Pare così giustificato, per esempio, il pensiero di coloro che ipotizzano uno scontro di civiltà o le paure e i timori di possibili «invasioni», ulteriormente destabilizzanti il già precario assetto istituzionale, politico ed economico del nostro Paese.
Se è un fenomeno sostanzialmente nuovo per il nostro Paese, non è così per altre aree continentali, la più significativa delle quali è quella asiatica. Qui il dialogo è tematizzato e praticato come modalità specifica dell’evangelizzazione, con riferimento a tre realtà che caratterizzano l’Asia: i poveri, le culture e le grandi religioni. Liberazione, inculturazione, dialogo interreligioso sono conseguentemente assunti quale terminologia specifica per descrivere i modi e gli ambiti dell’evangelizzazione in Asia.
Padre Michael Amaladoss, gesuita indiano, docente di teologia e autore di diverse opere sul dialogo interculturale e tra le grandi religioni, mette in rilievo che il dialogo interreligioso - l’interazione tra persone che appartengono a varie tradizioni religiose - può essere compreso e praticato in due modi differenti e complementari: o come dimensione della missione (e quindi con riferimento all’annuncio evangelico), o come dialogo praticato da credenti di religioni diverse che vivono insieme nella società civile, spazio pubblico multireligioso, che offre un’effettiva possibilità di collaborazione in ordine alla creazione di una nuova società giusta, libera e fraterna.
Il dialogo non esclude perciò alcun ambito della vita dei credenti e non è neppure appannaggio dei soli specialisti. La collaborazione per la difesa e la promozione di comuni valori umani e spirituali, e allo stesso tempo la condivisione della vita quotidiana della comunità di appartenenza, delle proprie esperienze spirituali, delle riflessioni sul proprio specifico modo d’intendere la vita e la realtà, sono le coordinate lungo le quali si sviluppano - certo non senza difficoltà - esperienze di dialogo tra le religioni, dalle quali può conseguire una reciproca ed effettiva comprensione e conoscenza, volta a superare quei pregiudizi che stanno all’origine delle divisioni anche conflittuali e che le mantengono vive.
Quindi l’apporto che i cristiani possono offrire al dialogo interreligioso, senza in alcun modo indebolire o negare la specificità della loro professione di fede e della loro appartenenza ecclesiale, si muove nella doppia linea della conoscenza degli interlocutori e del riconoscimento, che in ultima analisi riguarda un fattore determinante: Dio è già presente in essi e nelle loro tradizioni religiose. Destinatario dell’annuncio evangelico è, dunque, un mondo nel quale Dio non è estraneo.
Considerare in modo non pregiudiziale o idealizzato l’esperienza dei processi dialogici già in atto altrove permette di sottrarre dal limbo dell’utopia l’ipotesi di un’effettiva possibilità d’incontro.
Le nostre società, che si stanno configurando come interculturali e interreligiose, hanno bisogno certamente di leggi ad hoc che determinino i modi della convivenza civile, ma hanno anche e soprattutto bisogno di superare preliminarmente i pregiudizi; se questi permangono, la diversità è percepita e vissuta sostanzialmente come attentato alla propria identità. Invece occorre pervenire a una fondata conoscenza degli interlocutori, senza la quale non ci può essere un reale ed efficace riconoscimento
* Teologa, docente di missiologia alla Pontificia università urbaniana
(da Mondo e Missione, m aggio 2007)
“Una parola in comune tra noi e voi” - Poco spazio sul web islamico (Camille Eid)
"Una parola in comune tra noi e voi"
Poco spazio sul web islamico
di Camille Eid
Voci discordi sul sito di al-Qaradhawi: “La mossa più saggia possibile”; “No, è una resa a chi vuole convertirci”.
Quanta risonanza ha avuto la lettera dei 138 ulema nel mondo arabo e islamico? Se escludiamo il primo giorno in cui è stata pubblicata, verrebbe da dire ben poco. Sul sito ufficiale dei firmatari le nuove adesioni «al testo intero dell’appello» avevano raggiunto solo quota 2.700 all’inizio di dicembre; ben poco rispetto al miliardo e 300 milioni dl fedeli musulmani nel mondo.
Il testo integrale della lettera viene ripreso solo da altri due siti arabo-islamici: Sudansite, che si definisce un «sito islamico sudanese», e Raynews, portavoce di un partito yemenita, che vi aggiunge anche I nomi dei firmatari. Gli altri siti si sono accontentati di farne una sintesi.
Sul sito Islamonline, molto frequentato grazie al patrocinio del noto sceicco Yusuf al-Qaradhawi (che non figura tra i firmatari), molti lettori invitano gli ulema a predicare anzitutto la concordia tra le stesse denominazioni islamiche. I pareri sono discordanti. Alcuni, come Salamuddin Musalli, ritengono che la mossa degli ulema sia «saggia, anzi la più saggia dopo gli eventi dell’11 settembre» e raccomandano di pubblicare il testo intero «per la sua utilità ai fini della da’wa», la missione islamica. Altri, invece, citano il versetto 120 della seconda sura del Corano: «Né gli ebrei né i cristiani saranno mai soddisfatti di te, finché non seguirai la loro religione», per esprimere scetticismo. Sullo stesso sito, considerato la punta di diamante di un’agorà virtuale intra-araba e intra-musulmana, la pagina con la notizia dell’appello rimanda ai link di notizie precedenti poco concilianti: «Un calendario protestante del Ramadan per convertire i musulmani», «”l’islam è la pace” contro l’islamofobia in Gran Bretagna», «Polemica in America: i musulmani si vincono con le armi oppure con le idee?».
Anche sul sito della tivù panaraba aI-Arabiya, la lettera raccoglie un fiume di commenti, non sempre entusiasti. Un lettore degli Emirati se la prende con lo sceicco Ali al-Jifri, che figura tra i firmatari, affermando che avrà ricevuto «dall’alto» l’ordine di partecipare all’iniziativa «così come fanno altri funzionari dello Waqf (Beni religiosi) che assistono alle festività cristiane locali». Non mancano, per fortuna, i commenti favorevoli, come quello di Nadim che considera la lettera «un passo positivo da parte dei veri rappresentanti della Umma per migliorare l’immagine dell’islam nel mondo». Magdi afferma che quello è «l’inizio di una prossima unione tra musulmani e cristiani contro le invadenti forze dell’ateismo rappresentate dalla Cina». Dall’Iraq, Ahmed cita il famoso detto «un viaggio di mille miglia inizia sempre con il primo passo», per concludere che sarebbe «irrealistico pretendere di risolvere subito tutte le questioni storiche aperte tra le due religioni».
Una breve notizia sull’appello appare pure su EI-Wasata: sottolinea un articolo del Christian Science Monitor che paragona la lettera degli ulema a un «ramo d’ulivo» teso dai «musulmani moderati ai cristiani». Anche qui la notizia appare corredata di commenti - pochi, in verità - inviati dagli internauti. «Una religione o è vera o è falsa. Come può quella vera tendere la mano a quella falsa?», scrive indignato il saudita Abdullah al-Tayyib. Dagli Usa, Ahmed Mansour dice che «sull’esempio del nostro profeta, anche noi invitiamo alla pace. Alcuni di noi hanno perso la testa e sono diventati assetati di sangue. Non dico di abbandonare il jihad, ma alla base sta la pace». Una sintesi della lettera appare, infine, su un sito cristiano, Arab Church. Vi si leggono le reazioni favorevoli del cardinale Tauran e dell’islamologo Samir Khalil Samir apparse sull’agenzia AsiaNews.
(da Mondo e Missione, gennaio 2008)
A scuola di dialogo interreligioso (Peter Njoroge Githaiga)
Corea del Sud
A scuola di dialogo interreligioso
di Peter Njoroge Githaiga

«La religione è come il mago e la sibilla... Essa affronta le rovine del mondo e predice la restaurazione; di fronte al rosso-sangue del cielo, con i colori del tramonto che sprofondano nell’oscurità, profetizza l’aurora. Affronta la morte e annuncia la vita» (FelixAdler).
«La religione è come il mago e la sibilla... Essa affronta le rovine del mondo e predice la restaurazione; di fronte al rosso-sangue del cielo, con i colori del tramonto che sprofondano nell’oscurità, profetizza l’aurora. Affronta la morte e annuncia la vita» «La religione è come il mago e la sibilla... Essa affronta le rovine del mondo e predice la restaurazione; di fronte al rosso-sangue del cielo, con i colori del tramonto che sprofondano nell’oscurità, profetizza l’aurora. Affronta la morte e annuncia la vita» Mahatma Gandhi diceva che «uno studio amichevole delle religioni è un dovere sacro». Sono quindi contento di potermi dedicare allo studio comparato delle religioni, di avere l’opportunità non solo di assolvere a questo sacro dovere, ma di gustare, seppure come un semplice novizio, le ricchezze delle esperienze religiose del mondo al di fuori della sfera del cristianesimo. La realtà religiosa del mondo sta diventando sempre più pluralistica; perciò, qualsiasi religione venga professata, deve essere vissuta in un atteggiamento di incontro e dialogo con la fede del vicino. «E arrivato il tempo in cui i contatti interreligiosi basati sulla cortesia e una conoscenza generica non sono più sufficienti. È indispensabile conoscere in profondità la religione di colui con cui si vuole dialogare» (Card. .Arinze). Lo studio del mondo delle religioni non consiste puramente nel cercare possibili vie di armoniosa coesistenza o pacifica interazione, ma è molto di più: è un arricchimento reciproco.
Quando lo studio delle religioni è fatto avendo in mente il dialogo interreligioso, è importante accettare che la maggioranza di tali religioni sono «i modi di vita di immense porzioni di umanità…, l’espressione viva dell’anima di vasti gruppi umani. Esse portano in sé l’eco di millenni di ricerca di Dio, ricerca incompleta, ma realizzata spesso con sincerità e rettitudine di cuore. Posseggono un patrimonio impressionante di testi profondamente religiosi, di saggezza assimilata da popoli e culture. Sono tutte cosparse di innumerevoli “germi del Verbo” Hanno insegnato a generazioni di persone a pregare,come vivere e morire, come custodire i propri defunti» (cfr Evangelii nuntiandi 53).
Infatti, il nocciolo della questione nello studio delle religioni è proprio qui: al di là dei contenuti di fede che vengono professati, esiste una realtà vissuta che è stata espressa in molti e differenti termini, come «esperienza religiosa», «esperienza spirituale», «esperienza divina», «esperienza del sacro, del trascendente, delle potenze divine» ecc. Nella tradizione abramitica possiamo chiamarla «esperienza di Dio».
Questa vasta gamma di «esperienze religiose», senza ignorare la realtà dell’errore umano, è una profonda, autentica e onesta avventura spirituale, che costituisce il cuore della storia umana di tutte le generazioni che si sono succedute nel tempo e nelle differenti situazioni geografiche. E poiché nessuno può pretendere di avere una completa e perfetta esperienza di Dio, lo studio delle differenti tradizioni religiose non può che arricchire la nostra limitata esperienza.
Noi non comprendiamo a pieno l’universo; non possiamo parlare della morte senza conoscere la vita. Almeno finché esistiamo, c’è una ragione per cui siamo al mondo, E la nostra volontà di credere in questa ragione più ampia ci aiuta ad agire in compagnia delle «potenze divine». E per affrontare la morte bisogna diventare collaboratori di cielo e terra nella creazione di un universo migliore: un traguardo raggiungibile se siamo aperti alle esperienze religiose altrui.
Lo studio delle religioni è di grande importanza anche nella stessa teologia cristiana. Senza raggiungere una prospettiva comparativa mondiale, la teologia cristiana non può né conoscere totalmente le proprie forze, né corroborare le sue debolezze. Per questo, la teologia cristiana ha bisogno di essere fondata sullo studio comparato delle religioni.
Il dialogo interreligioso è uno dei principali traguardi dello studio delle religioni. E’ importante nel nostro tempo inculcare nella mente della gente la «cultura del dialogo». «Il dialogo come attività umana e umanizzante - afferma il gesuita Raimond Panikkar, uno dei più grandi filosofi e teologi viventi - non è mai stato cosi indispensabile in tutti gli ambiti della vita quanto nel nostro tempo di individualismo accademico. Tutto il nostro loquace parlare di ”villaggio globale” si effettua su paraventi artificiali sotto chiave». Pace e coesistenza armoniosa della gente sono minacciate da estremismo e terrorismo. Per questo in tutto il mondo c’è un risveglio tra le persone di buona volontà, impegnate in uno sforzo di creare un’atmosfera di amicizia e cordialità verso le religioni altrui.
Il traguardo da raggiungere nel dialogo interreligioso è, a sua volta, quello di rimuovere le nostre maschere religiose, che non hanno nulla a che fare con la vera esperienza religiosa. Il vero dialogo religioso ha luogo solo quando raggiunge le profondità delle intime credenze religiose e affronta gli interrogativi fondamentali sul senso della vita. Quando le maschere sono rimosse una ad una e siamo immersi nel dialogo con tutta la nostra persona, allora emerge qualcosa dal di dentro e comincia il «dialogo interreligioso». A conclusione, riporto un poetico sermone di Panikkar, che contiene alcune linee-guida fondamentali per il dialogo interreligioso: «Quando intraprendi un dialogo interreligioso, non pensare in anticipo ciò che devi credere. Quando testimoni la tua fede, non difendere te stesso o i tuoi interessi acquisiti, per quanto ti possano apparire sacri. Fai come gli uccelli de cielo: essi cantano e volano, e non difendono la loro musica o la loro bellezza. Quando dialoghi con qualcuno, guarda il tuo interlocutore come un’esperienza rivelatrice, come tu vorresti (e dovresti) guardare il giglio nei campi. Quando prendi parte a un dialogo interreligioso, cerca di rimuovere la trave dal tuo occhio prima di togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo prossimo. Beato te, quando non ti senti autosufficiente mentre stai dialogando. Beato te, quando hai fiducia dell’altro, perché confidi in Dio. Beato te, quando affronti incomprensioni dalla tua stessa comunità o da altri per amore della tua fedeltà alla verità. Beato te, quando non abbandoni le tue convinzioni e tuttavia non le poni come norme assolute».
(da MC, marzo 2008)