Conoscere L'Islam (50)
Turchia: un gruppo di teologi musulmani intraprende la riforma dell’Islam del XXI secolo.
QIBLA
di Maria Domenica Ferrari
La parola araba qibla indica la direzione verso la quale si deve rivolgere il fedele per la preghiera.
La direzione è quella della Mecca, la qibla “assoluta” è il punto intermedio tra la il tubo della grondaia della Ka'ba e l'angolo occidentale di essa.Algeria: petizione in favore della tolleranza e del rispetto delle libertà (Maria Domenica Ferrari)
Algeria: petizione in favore della tolleranza
e del rispetto delle libertà
di Maria Domenica Ferrari

Il 9 aprile un gruppo di intellettuali algerini ha reso pubblico un testo in cui si denunciano le angherie di cui sono vittime i cristiani all'interno del paese.
Il fatto, senza precedenti, interviene nel clima sempre più pesante per i cristiani d'Algeria.
Un sacerdote cattolico è stato condannato il 30 gennaio ad un anno di prigione con la condizionale per proselitismo, per aveva pregato, in occasione delle festività natalizie, con un gruppo di immigrati clandestini camerunensi, al di fuori di un luogo di culto ufficiale. Il medico algerino che l'accompagnava è stato condannato a due anni di prigione con l'accusa di aver utilizzato medicinali del dispensario pubblico, accusa respinta dalla Chiesa che afferma di averli pagati.
La condanna per proselitismo è sta respinta sia dall'arcivescovo di Algeri Henri Tessier, sia dal rettore della moschea di Parigi Dalil Boubaker, che ha sollecitato le autorità algerine in favore del sacerdote.
Sono gli Evangelisti, in particolare, per l'operato delle giovani Chiese protestanti in Kabilia, ad essere sotto accusa. Il ministro degli Affari religiosi li ha recentemente definiti dei “fuorilegge”, una minoranza all'interno del paese che opera in favore di ingerenze esterne.
Che minaccia possono costituire le 11.000 anime che formano la comunità dei cristiani in Algeria per il resto dei 32 milioni di musulmani? Se lo domandano i firmatari della petizione e affermano “la libertà di coscienza e il diritto di ognuno di praticare la religione scelta o di non praticarla.”
Nel testo della petizione viene ricordato che:
- Il Cristianesimo ha preceduto l'islam in terra algerina. Ha fatto la sua apparizione nell'anno 180. Fiorente nei primi secoli, ha conosciuto il suo apogeo nel IV e V secolo;
- Sant'Agostino ne fu una delle più grandi figure. L'autore delle “Confessioni” e di “La città di Dio”, quello che venne chiamato “L'Algerino” o anche “Il Marabutto”, è stato oggetto nel 2001, di un dibattito in Algeria, nella sua città natale, Annaba (l'antica Ippona). Non abbiamo, peraltro, inteso nel discorso ufficiale d'apertura: “Agostino trattava una questione di diritto come un avvocato di Roma, una questione d'esegesi come un dottore d'Alessandria. Argomentava come un filosofo d'Atene. Raccontava un aneddoto come un borghese di Cartagine...”?
- Durante la guerra d'indipendenza, chi dirigeva la Chiesa d'Algeria, Monsignore Duval, fu una delle prime personalità a condannare pubblicamente la tortura praticata dall'esercito francese, e numerosi cristiani si sono impegnati nella lotta indipendentista.
- Durante questi ultimi 15 anni di terrorismo, la Chiesa d'Algeria a pagato caro prezzo il suo impegno per la democrazia e la difesa della Repubblica, con 19 dei suoi assassinati, tra cui i 7 monaci di Tibhirine - e oggi essa è considerata, nel mondo cristiano, come un possibile modello di una “Chiesa dell'incontro”, all'opposto di ogni proselitismo.
Persuasi che le invettive e la denigrazione contro la Chiesa d'Algeria possono condurre al peggio, come nel 1976 con l'assassinio del vescovo Jacquier, i firmatari chiedono alle autorità algerine di mettere fine a questa campagna di stigmatizzazione e a prendere tutte le disposizioni in grado di “assicurare l'uguaglianza di diritti e doveri di tutti i cittadini e cittadine sopprimendo gli ostacoli che intralciano la pienezza della persona umana e impediscono l'effettiva partecipazione di tutti, alla vita politica, economica, sociale e culturale” (art. 31 della Costituzione).
Bisogna interpretare il Corano (Malek Chebel)
Bisogna interpretare il Corano
di Malek Chebel
Rileggere il Corano alla luca della modernità è una sfida che si impone all’islam. Invece che un attentato all’ortodossia, l’operazione potrebbe essere vivificante e creare le condizione per una vera riforma dell’islam.
Che fare del Corano? Bruciarlo? Buttarlo nel mare? Metterlo sotto una campana di vetro? Oppure, come io vorrei, interpretarlo? Se l’Europa ha saputo abbandonare il mondo antico, e talora integrarlo, perché l’islam dovrebbe sottrarsi a un simile lavoro della storia?
La dimensione storica deve imporsi a ogni nuova interpretazione dei testi fondatori, cominciando dal Corano. Nella storia io comprendo l’antropologia, la psicologia, la filosofia, l’etimologia, l’archeologia e persino l’uso del carbonio 14, se ciò apparisse utile, specialmente per la datazione di certi documenti. Un apporto grazie al quale anche i pregiudizi più rigoristi devono poter tenere conto del posto che ormai è quello dell’Uomo, come pure del suo universo di comprensione.
Senza questo lavoro che ci pone in una prospettiva critica, ci urteremo continuamente contro il muro invalicabile di una fede in un Corano immutabile e increato, dato perché sia valevole per tutti i tempi e per tutti i luoghi. Soprattutto in tempo di crisi, quando la comunità dei credenti, cominciando dagli iman, non può accettare di privarsi di una parte della sua verità a vantaggio di quella degli storici e dei dotti, giudicati troppo razionali e addirittura anticlericali.
Riabilitare il senso etimologicoInterpretare il Corano non è cosa facile. Ma da due secoli è diventato una esigenza che si coglie quasi ogni giorno. Ci sono stati lodevoli tentativi, ma sono tutti falliti per mancanza di consenso. Per molti piissimi teologi il solo fatto di interpretare il Corano è una bestemmia. Ai loro occhi il fatto di cercare il senso etimologico è già una pericolosa apertura verso l’empietà. Ora non è sicuro che, senza lo sforzo permanente di interpretazione, noi possiamo comprendere l’insieme dei 6219 versetti che compongono il Corano. Partendo da questo constatazione di impotenza, suggerisco di riabilitare l’insieme delle etimologie scartate dalla pletora dei teologi conservatori che, per ragioni di potere, hanno voluto fissare dapprima il dogma invece di metterlo alla portata di tutti.
La sharia stessa, nata direttamente dal Corano, deve diventare intelligibile per i musulmani di oggi. Perciò è ormai tempo di prenderla in considerazione. E ciò per una semplicissima ragione: indipendentemente dalla qualità del suo corpus, lo sforzo di interpretazione e di adattamento deve portare risposte adatte a ogni periodo. Non si possono trarre conclusioni definitive da testi che portano il marchio originale del loro tempo. Infatti se i musulmani sono oggi sempre più penetrati dalle nozioni di modernità che si impongono nel Villaggio globale, perché privarli di un aggiornamento della loro sharia, dato che essa è a sevizio del credente e non viceversa?
La situazione è grave a più di un titolo. Quando una parola del Corano ci sfugge, i dizionari attuali non sono per lo più in grado di dare definizioni complete; spesso rimangono impassibili e muti. Bisogna ritornare al Lisan al-Arab di Ibn Manzur in venti volumi, che data dal Medioevo, per trovare delle accezioni rare o cadute in disuso.
Affrontare la responsabilità del testoLa storia musulmana è ricca di scomuniche affrettate e di esclusioni ideologiche. Di fronte al movimento dei mutaziliti (fine del VIII secolo), il cui lavoro sarebbe potuto arrivare all'instaurazione di una filosofia critica fondata su una eventuale razionalità, molti sono coloro che vogliono piegare il senso comune alla volontà del sovrano. Essi assoggettano le loro interpretazione del Corano alle attese espresse o desiderate dal potere temporale in carica.
Quanti imam preferiscono la tranquillità di una ripetizione identica di tradizioni antiche a una eventuale presa di coscienza, che si percepisce come un affrontare un rischio politico?
L’anomia attuale deve trovare soluzione nel superamento di un silenzio complice e talora irresponsabile delle autorità religiose. Penso soprattutto a istituzioni come Al-Azhar, la moschea del Cairo, la Conferenza islamica mondiale e ai luoghi d’influenza della Mecca di Qom e dei ministeri del culto in ogni paese islamico. Si è pensato per un momento di ottenere questo superamento con il grande teologo Al- Guazzali (1058 – 1111), ma la sua opera è rimasta senza reale effetto sulle masse. Poi si è pensato di averlo da Ibn-Taymiyya (1263 – 1328), l'idolo dei salafisti, ma si è dimostrato di una tristezza angosciante, un dogmatismo freddo e senza colore . Evidentemente la rottura non era in vista.
Dal riformismo all’islamismoNel secolo XIX, sotto l’impulso di intellettuali egiziani e siriani, aiutati dagli Ottomani e anche da alcuni pensatori cristiani, il rinnovamento tanto atteso del pensiero islamico (Nahda) ha partorito, ahimé, un topolino.
Una tesi pessimista pretende che la rapidissima laicizzazione della Turchia,portata avanti da Mustafà Kemal (1881–1939), e soprattutto l’abolizione del califfato nel 1924, abbia portato con sé, per reazione, la nascita del fondamentalismo musulmano.
Da parte sua il commentario coranico della scuola del Manat,predicato da Mohamed Abdo (1849–1905) e da Rachid Rida (1865–1935), benché promettente in sé, non è riuscito a intaccare lo zoccolo duro dell’ortodossia musulmana.
Nel 2006 l’islam si pone le stesse domande senza riuscire a trovare risposte. Bisogna seguire la via di Hassam al-Banna, il fondatore dei Fratelli musulmani, e lasciare che la Umma (la comunità musulmana) ritorni a un islam fondamentalista, sperando che dall’interno si levino delle voci libere per riformarlo? Oppure bisogna seguire l’intuizione dei riformisti del sec. XIX, sperando che essa generi rapidamente un umanesimo abbastanza popolare capace di bloccare la demagogia religiosa e politica?
L’avvenire di una religione
All’ora attuale l’agitazione planetaria dell’islam politico dà ragione ai sostenitori della prima tesi. Dobbiamo allora lasciar cadere la braccia? Che fare, per esempio, dei tanti versetti che preconizzano la poligamia, l’eredità differente per i figli di sesso diverso, le regole dell’impurità femminile, tutti precetti divenuti inapplicabili col passar dei secoli?A questa riforma dell’interpretazione bisogna dedicarsi. Dieci teologi qualificati, provenienti da diversi paesi musulmani e rappresentanti la pluralità delle dottrine, basterebbero per trasformare l’interpretazione coranica attuale. Avrebbe allora inizio quel che l’islam non ha mai voluto tentare, il suo aggiornamento proprio nel senso di una presa di coscienza del ritardo abissale della teologia islamica e nello stesso tempo delle necessità di separazione dei due corpi (laicità), cioè di una promozione dell’individuo e dunque dell’Uomo, cosa che non è mai stata la preoccupazione principale dei pensatori musulmani del passato.
Epurata così, la sharia parlerebbe di nuovo ai musulmani, invitandoli a perfezionare la loro adesione a una religione di avvenire che predicherebbe la tolleranza e la pace.
(da Le monde des religions, n.19, pp. 36-37)Islam, la riforma possibile (Giuseppe Scattolin)
Islam, la riforma possibile
di Giuseppe Scattolin

Nel mondo islamico, l'estremismo sembra farla da padrone. Eppure leggo in Italia commenti che argomentano di un "islam moderato”, di una riforma che sarebbe in atto nell'islam contro il fondamentalismo e l'estremismo. Ma dove sono questi riformatori? Sono dei fantasmi, dato che mai appaiono in pubblico? Molti sono invece gli irenisti musulmani che si fanno vedere, ma si capisce che recitano la commedia, che sono degli ipocriti. E poi è veramente possibile una riforma dell'islam - una religione così letteralista, legalista, intransigente - senza un suo cambiamento radicale?
Stefano Dall'Acqua - Livorno
La questione è della massima importanza. Se un islam moderato risultasse impossibile, anche la convivenza pacifica nel nostro villaggio globale sarebbe in grave rischio. Chi sono quindi, se ci sono, questi musulmani moderati? Come distinguerli dagli irenisti ipocriti?
Una prima risposta viene dalla vita. Nei paesi islamici s'incontrano moltissime persone serie, moralmente integre, che compiono il proprio dovere quotidiano con molto sacrificio, aperte all'aiuto verso gli altri, qualche volta più affidabili di molti cristiani... Questo dimostra che anche il musulmano “normale", quando usa il buon senso e la coscienza, sa trarre dalla sua religione ciò che è buono. Noi dobbiamo stare sempre attenti a tali realtà, senza chiuderci in pregiudizi.
Ciò che porta al fanatismo è piuttosto un tipo di islam ideologicizzato, mosso dalla ricerca del potere, camuffata sotto slogan religiosi. Questo tipo di islam politico, di cui spesso ho parlato su queste pagine, è fonte perenne di fanatismo e di violenza. La violenza, però, va disarmata, partendo dall'interno dell'islam. Una pressione solamente esterna non basta; anzi, porta a reazioni ancor più dure, come gli avvenimenti dei nostri giorni dimostrano. L'islam, infatti, ha indubbiamente bisogno di una profonda riforma che proponga ai suoi fedeli un punto di riferimento diverso dalla propaganda asfissiante dell'islam jihadista e politico.
A tale scopo non servono certo i melliflui irenisti musulmani che appaiono sulle nostre tivù. L'islam ha bisogno di purificazione radicale per liberarsi dalla propria ideologia di violenza, e così prendere sul serio la coscienza dei diritti della persona umana maturata nell'epoca moderna. Questo è diventato un punto ineludibile, anche se scottante, per l'islam contemporaneo. Occorre che all'interno dell'islam sorgano pensatori impegnati che diano inizio a una sua revisione critica, partendo dalla sua storia, dalle sue fonti religiose, dalle sue leggi, ecc. Qui sta la differenza tra il riformista e l'irenista. Quest'ultimo dice solo belle parole, senza mai accennare a un'autocritica riguardo alla violenza del suo passato. Caso mai, egli ha il dito puntato sempre verso gli altri. Il riformista vero, invece, parte sempre da una critica seria di sé e della propria storia. Egli non ha paura di mettere in luce le violenze passate e presenti commesse dai propri correligionari. Anzi, ne cerca seriamente le cause, per proporre una visione diversa della propria religione, libera dai tutti i fattori di violenza.
E occorre dire che persone del genere esistono nell'islam, anche se non molto in vista per motivi personali e politici. Esse dimostrano che un discorso di riforma è possibile. Di alcune di esse ho parlato in Nigrizia (2/1999, dossier) e nel mio L'islam nella globalizzazione (Emi, 2004). Anche Magdi Allam, alla fine del suo libro Vincere la paura (Mondadori, 2005), ne nomina un certo numero. Sayyid al-Qimanî, Sa'îd al-'Ashmâwî, Mahmûd Tâhâ, Nasr Abû Zayd, Fu'âd Zakarivva e altri dovrebbero essere noti ai lettori di Nigrizia. Si tratta di persone che, molte volte a rischio della propria vita, portano avanti un discorso di riforma: meritano tutta la nostra stima e il nostro appoggio. Esse cercano di presentare una lettura critica dei propri testi religiosi, distinguendo il messaggio di base - fondato sui valori come giustizia, libertà, uguaglianza, separazione fra religione e politica - dalle norme concrete, non di rado tribali e discriminanti, che fanno parte del contesto storico in cui la rivelazione è avvenuta, e quindi non vincolanti per tutti i tempi e i luoghi. Tali norme riguardano soprattutto il diritto personale, familiare, ereditario, ecc.
Questo è lo stesso cammino che ha fatto la chiesa nella lettura della Bibbia. E, prima della chiesa, l'ha fatto Cristo nei confronti del legalismo dei dottori del suo popolo. Per non essere, poi, noi stessi ipocriti, occorre ricordare che il confronto con la modernità, la ragione critica, la libertà di coscienza non è stato facile neanche per la chiesa. Basti pensare al percorso compiuto dalla condanna totale della modernità a opera di Pio IX, nel suo famoso Syllabus (1864), fino alla sua accettazione critica fatta dal Concilio Vaticano II (1965). Non deve meravigliare, quindi, che anche l'islam abbia bisogno di tempo per poter fare un tale cammino.
Tuttavia, il fatto che una prospettiva di riforma sia ora esplicitamente proposta da pensatori musulmani seri e impegnati, come quelli sopra ricordati, è un grande segno di speranza per l'islam e per noi. Questo prova che una riforma è possibile anche nell'islam. Tali persone vanno aiutate e incoraggiate; e se trovano difficoltà nei loro paesi, dovrebbero trovare fra noi un sostegno amico.
I nostri governi dovrebbero avere uno sguardo più acuto sul futuro, cercando di favorire le correnti riformiste e moderate dell'islam, e non quelle fondamentaliste ed estremiste, che molte volte si camuffano dietro apparenze di cultura e opere sociali. Una presa di posizione chiara al riguardo è estremamente necessaria per promuovere una convivenza pacifica fra i quartieri del nostro villaggio umano, togliendo terreno all'estremismo religioso nell'islam, ma anche nelle altre religioni.
(da Nigrizia, dicembre 2005)
IMÂM
di Maria Domenica Ferrari

Parola dalle molteplici implicazioni politiche e religiose, una delle più fraintese in Occidente.
Alla voce imâm nel mio dizionario leggo: capofila, imam, esempio, califfo, comandante (dell'esercito), guida (per i viaggiatori), cammello che marcia in testa agli altri, regola, strumento di precisione, squadra, filo a piombo, regolatore, compito, posizione di colui che prega Dio nella direzione della Mecca, decreto di Dio.
Il significato principale della radice ’mm è: stare davanti a, dirigere, assumere la direzione della preghiera.
Imâm è perciò la parola che designa colui presiede la preghiera, compito che può svolgere qualsiasi musulmano pubere, anche schiavo.
Nei primi tempi era Muhammad a presiedere la preghiera. Alla sua morte i suoi successori vennero chiamati imâm, nel senso di guide della Comunità, khalîfa o ‘amîr al-mu‘minîn amministratore dei credenti, espressione molto usata nei primi secoli.
Khalîfa deriva dalla radice kh l f che indica il venire dopo nel tempo, il succedere.
Si hanno perciò due diversi ambiti: imâm si riferisce alla distribuzione spaziale dei fedeli, mentre khaliîfa indica una successione temporale.
Con il passare del tempo, in Occidente soprattutto, con califfo si tende ad indicare il potere temporale, mentre imâm viene sentito più vicino ad aspetti religiosi.
All'origine vi è in ogni caso un'unicità tra le funzioni di guida religiosa e di guida politica-amministrativa sia a livello di Comunità universale, sia a livello di moschea locale.
Nei primi secoli, in effetti, gli amministratori delle province erano nominati dal califfo con anche il mandato per la preghiera.
Con il passare del tempo la direzione della preghiera fu affidata ad un incaricato funzionario della moschea, pagato o dall'erario e dalle fondazioni pie.
In seguito a ciò ogni moschea ebbe un proprio imâm, anzi si potevano avere più imâm a rotazione, uno per ogni scuola giuridica.
A imâm venivano nominati esperti di scienze religiose (‘ulamâ) che potevano essere giudici, muftî.
La prerogativa religiosa deriva dall'essere un esperto di scienze religiose non dall'essere imâm.
Alla morte di Muhammad, che non aveva lasciato indicazioni, una parte della Comunità considerava che ‘Ali, il cugino genero del profeta, avesse diritto alla successione per vincoli di sangue.
Questi musulmani erano detti il partito di ‘Ali Shî‘at al-‘Alî,, gli sciiti.
L'imâm sciita ha una conoscenza superiore, il suo insegnamento ha valore decisivo ed ha prerogative quali l'infallibilità e la conoscenza delle cose invisibili, e si differenzia dal profeta perché rispetto a lui non trasmette una scrittura divina.
Hallaj, mistico sufi (Gaëtane de Lansalut)
Hallaj, mistico sufi
di Gaëtane de Lansalut
Per questo predicatore musulmano la vita non è che godimento precario delle vanità e la vera felicità si trova nella preghiera e nell’ascesi. Sufi anzi tempo, Hallaj fu condannato a morte per la sua interpretazione troppo libera del Corano e la relazione fusionale con un “Dio-Verità”.
“Uccidetemi dunque!, gridò Hallaj ai suoi carnefici. Nella mia uccisione sta la mia vita! La mia morte è di vivere e la mia vita è di morire!”. Provocatore? Visionario? Pazzo? No, mistico. E musulmano: sufi. E come tutti i mistici, incompreso e disturbatore, il cardatore di cotone, originario dell'Iran, si attirò i fulmini degli ulema dell’epoca, quei farisei musulmani che intendevano seguire alla lettera il Libro sacro e soffrì la sua Passione. Aveva osato proclamare: “Io sono il Dio-Verità”! A Bagdad, nel 922, gli fu dunque riservato il peggiore dei castighi: la crocifissione e la decapitazione. Dopo nove anni di prigionia.
Fu flagellato a sangue; forse mille colpi. Inchiodato al legno della croce. Hallaj il martire – il primo dell’islam mistico – stoico e resistente Hallaj, che suo figlio Hamd (uno dei suoi quattro figli) vide camminare “pavoneggiandosi sotto le sue catene”. Hallaj che si era preparato alla morte; che l’aveva persino aspettata. Con Dio radicato nel cuore: pregava: “O Dio, che il sole sia all’aurora o al tramonto, il tuo amore aderisce al mio respiro”. E confidava: “Mi uccidano pure… io non rinuncerò al mio messaggio”. Ardente: “Io sono il Dio-Verità”.
Che sicurezza! Che audacia, addirittura, di mescolare il suo respiro all’anima dal Creatore! Ebbrezza nelle vene. Estasi mistica al momento del supplizio. Avesse almeno conservato per sé i trasporti e gli ardori della sua fede! Ma no! Aveva voluto essere predicatore: in Iran, in India, e fino ai confini della Cina, aveva soggiogato le folle, sconvolgendo in particolare, con il suo linguaggio figurato e a tutti accessibile, gli emarginati e i più sprovveduti, e irritando i potenti con le critiche ai loro costumi depravati. In una parola, aveva condiviso con il popolo la sua conoscenza, la sua interpretazione del Libro sacro. Questo lo rendeva un uomo pericoloso per la comunità. La croce, dunque; come per i miscredenti del tempo. E poi la decapitazione. Il suo corpo fu bruciato e le ceneri disperse dai suoi parenti.
La gloria nell’ascesi
Che cosa aveva voluto trasmettere Hallaj per attirarsi tanta ira? Che cosa era stata la sua vita fra gli uomini e il suo cammino interiore? Abbiamo alcune indicazioni dalle sue orazioni estatiche (Diwan) e dal suo Libro della parola o dai frammenti dogmatici dei suoi Tawasin. Vi si profila un uomo inafferrabile e singolare. Nato a al-Bayda (nel sud dell’Iran) nell’858 in ambiente modesto, entra a vent’anni in una comunità sufi di Bassora, in Irak, e si sposa. Porta l’abito di lana bianca: forse la metafora di una libertà che cercava con ardore. Uomo di grande cultura, frequenta tutti i circoli, si impregna delle influenze dell’epoca (i pitagorici, una corrente zoroastrica…), si nutre di tutti i pensieri, delle filosofie, delle esperienze. E si raccoglie nel silenzio. Incontra, dirà, “l’afasia e la conoscenza; poi la scoperta; poi la messa a nudo. Ed è l’argilla, poi il fuoco; poi la chiarità e il freddo; poi l’ombra; poi il sole. Ed è la zona rocciosa, poi la pianura; poi il deserto, e il fiume; poi la piena; poi l’asciutto (passaggio del Mar Rosso)”. E concede: “Frasi (queste) accessibili soltanto a coloro per i quali tutto questo basso mondo non vale più di un soldo”. E grida: £Che cosa è la vita di quaggiù se non il godimento precario delle vanità?”Quest’uomo, conosciuto in Occidente nel 1922 dai lavori di Louis Massignon, è decisamente libero e la sua ebbrezza amorosa è in Dio. La sola felicità di Hallaj: vedere il suo Volto. Il sufi si separa dalla sua comunità, per pregare a modo suo. “La gloria sta nell’ascesi e nella ritiratezza”, dice. Si infligge sacrifici, lo spogliamento totale, un rigore morale. E si dà a Dio; se ne sta con Lui; si annienta in Colui che egli “desidera”, che lo “brucia”, quell’essere divino di cui teme anche “l’indifferenza”. L’audacia della sua relazione personale, fusionale, con il Creatore scandalizza al massimo grado i dottori della Legge. Da uomo libero, unificato da Dio, procede con fiducia nella vita: “C’erano nel mio cuore tanti desideri, ma tutti sono confluiti in uno dopo che il mio occhio ti ha visto”. Egli sa che Dio lo ha scelto e che la sua comunità è ben lontana dall’avere la sua conoscenza: “Se Tu avessi rivelato loro quello che Tu mi hai rivelato, non avrebbero fatto quello che hanno fatto. E se Tu mi avessi nascosto quello che hai nascosto loro, io non mi troverei nella disgrazia in cui mi trovo”. Allora predica, vuole servire gli uomini, condurli all’essere divino.
Colui che osò l’interrogazionePiù della sua morte, furono i nove anni del processo di Hallaj ad avere una risonanza fenomenale in tutto l’Oriente. Prima di tutto perché la sentenza emessa dagli sciiti e dai sunniti metteva in questione la loro stessa identità di musulmani: la sua punizione era una deroga al Corano… Ma Hallaj non li aveva forse disgustati raggiungendo, con l’ascetismo, la più alta esperienza spirituale alla quale un uomo possa aspirare? Poi perché “l’irraggiamento di questo santo” come scrive Christian Bonari in le Soufisme (Maisonneuve et Larousse, 2002), era immenso: “aveva frequentato la maggior parte dei maestri importanti e aveva percorso una gran parte del mondo islamico, fino in India, predicando il sufismo senza far attenzione alla disciplina del segreto”.
In seguito credenti e recitanti hanno ignorato, condannato o trascritto Hallaj, colui che si era preso troppa libertà con il Libro sacro: colui che aveva osato quel che alcuni chiamano l’ijtihad, l’interrogazione, l’interpretazione, la relativizzazione dei testi sacri. Hallaj o l'individuo musulmano autonomo. Hallaj che, al contrario dei fondamentalisti, ricolloca Dio nel cuore della coscienza libera dell'individuo. Hallaj, questo “Kant musulmano“, - per riprendere l'immagine del professor Lahouri Addi - che potrebbe rendere respiro all'islam moderato di oggi. Il “Dio-Verità“ che egli difende si applica a tutte le religioni, e può aprire la via all'ecumenismo. Forse si dovrebbe anche aggiungere che la bellezza luminosa dei suoi testi fa di lui un poeta immenso.
(in Le monde des religions, 20, pp. 44-45)
La culla del qawwali (Djénane Kareh Tager)
Il mausoleo di Nizamuddine a New Delhi
La culla del qawwali
di Djénane Kareh Tager

Dal XIV secolo la tomba del grande sufi Nizamuddine raduna musulmani e indù in un fervore che non si viene meno. Canti qawwali e preghiere si mescolano per onorare la memoria del maestro.
È un'enclave nel cuore di New Delhi che sembra essere stata dimenticata dal tempo. Residua medievale, intrico di viuzze non più larghe di corridoi, nascosta dietro il grande viale Matura e i suoi edifici moderni. Quelli che vi si affollano sono spesso venuti da lontano. I bambini si divertono a riconoscerli dal loro abbigliamento: Hazakh dai berretti ricamati, Uzbek in abiti colorati, Arabi nella veste bianca tradizionale, a volte anche Afgani e alcuni Africani, molti Indiani.
In un'Asia avida di pellegrinaggi, la tomba di Nizamuddine occupa un posto a parte: questo santo sufi del XIV secolo ha infatti la reputazione di compiere molti prodigi a favore di coloro che sanno pregarlo. Guarisce malattie incurabili, allevia le pene del cuore, dà figli alle donne sterili, e soprattutto aiuta i più ferventi pellegrini ad acquistare la facoltà del discernimento.La sua tomba, il Dargah, è anche uno dei rari luoghi in India i cui musulmani e indù si fiancheggiano con lo stesso fervore e compiono gli stessi riti.
Per arrivare al Dargah bisogna prima di tutto superare il fumo acre che si sprigiona dalle bancarelle dei venditori di kebab, spiedini di carne arrostita. Attraversare la viuzza delle locande dove, per poche rupie, i pellegrini depongono i loro poveri bagagli e passano la notte. Lasciarsi stupire dalle montagne di petali di rose e dai ricchi broccati, i chadurs, impilati su carretti, intorno a una piazzetta dove i pellegrini fanno provvista dei doni che deporranno sulla tomba del maestro sufi. Bisogna poi inoltrarsi in altre viuzze, sempre più strette, bordate da mercanti di rosari e di libri di preghiere, di ricordini. Poi fermarsi al portale di pietra, affidare le scarpe al custode che le annoda paio per paio con una corda e le allinea sui suoi vecchi scaffali di legno.
Ed è la meraviglia. Al centro di una spianata si eleva il mausoleo di Nizamuddine, un cubo di marmo bianco sopraelevato, sormontato da una cupola in marmo a forma di loto. Lungo la veranda che lo circonda si danno il cambio i cantori, sgranando dei qawwali, canti di amore in urdu o in arabo, accompagnati da musici che suonano i loro tamburini e il loro rabat, viole a due corde antenati dei violini. Sono spesso degli sconosciuti che alimentano così il fervore dei fedeli. Ma non è raro di incontrare al Dargah nomi grandi del qawwali, la musica che sarebbe stata sviluppata dal discepolo prediletto di Nizamuddine, Amir Khussau. Nusrat Fateh Ali Khan, che ha fatto conoscere il qawwali in Occidente negli anni ’90 e che era un fedele della confraternita sufi di Cishti, che oggi è una delle confraternite più popolari in Asia, veniva volentieri a cantare sul Dargah del maestro…
La folla variegata dei devotiGli uomini si affollano all’interno del mausoleo, carichi di broccati e di petali di rose che impilano al di sopra della tomba. Gli strati si ammucchiano di ora in ora e i fedeli li accarezzano a lungo recitando le loro preghiere. All’esterno le donne cercano di avvicinarsi alle finestre sbarrate da grate di legno aprendosi una strada sulla stretta veranda fra i cantori, i musici e vecchi saggi intenti alla lettura del Corano e di opere esotiche. I custodi della tomba raccolgono i doni destinati al mantenimento dei luoghi e alla cucina comune, il hangar, dove giorno e notte sono serviti pasti gratuiti. Sulla spianata i mendicanti si affiancano ai vecchi asceti perduti nella loro meditazione, che attendono l’ora della preghiera alla moschea vicina. Più avanza la giornata, più la folla si fa fitta. La musica è lancinante, le fumate d’incenso immergono la scena in una atmosfera irreale. Intorno al Dargah sorrisi e lacrime si mescolano sui volti quando la manciata di petali o la stoffa portati in offerta si posano sulla tomba, le mani si aprono in una preghiera: l’invocazione è infine ascoltata…
Dalla sua tomba, un profumo di rose…Figlio di una famiglia pia di Bukhara, Nizamuddine è nato a Bayun, in India, nel 1238. Giovanissimo frequenta la scuola coranica, si distingue nelle scienze esegetiche, impara anche le matematiche e l’astronomia, ma soprattutto è attirato dalla mistica. Si unisce alle file dei discepoli di Baba Farid in seno alla confraternita dei Cishti, un antico ordine sufi fondato nel X secolo da Abu Ishak Shami a Cisht, non lontano da Herat, nell’attuale Afghanistan. Designato da Baba Farid come suo erede spirituale, Nizamuddine si istalla a Delhi: “Tu sarai un grande albero all’ombra del quale le creature di Allah, gli uomini nella loro vasta moltitudine, verranno a trovare conforto e riposo”, gli predice il maestro.
Prestissimo la fama del santo uomo sorpassa le frontiere della città: ricchi e poveri, sultani e mendicanti, musulmani e indù vengono a chiedergli consiglio, a implorare le sue preghiere, ad aspettare i suoi miracoli. Nizamuddine, che predica l'amore e la tolleranza fra tutte le religioni, può, si dice, leggere nell'anima di un uomo come in un libro, e conosce le parole che alleviano tutte le pene. Al contrario degli altri grandi maestri, rifiuta di compiere i prodigi abituali nei grandi dervisci: camminare sull'acqua o levitare durante la meditazione. Nizamuddine preferisce consacrare tute le sue forze spirituali all'amore, all'amore di Dio e degli uomini.
Ala sua morte, nel 1324, all'età di 86 anni, è sepolto là dove è vissuto, a Ghiyaspur, che all'epoca era nei sobborghi di Delhi, oggi nel cuore di New Delhi, in quel quartiere che ormai porta il suo nome e sul quale sembra che il tempo sia passato senza lasciar segni. Dalla sua tomba, subito trasformata in luogo di pellegrinaggio, per lungo tempo si à sprigionato un profumo di rose.
L'attuale mausoleo di Nizamuddine è stato edificato nel 1562 da Faridun Khan, un ricco mercante che voleva così ringraziare il maestro scomparso per i suoi benefici. A pochi metri di distanza, un altro mausoleo, più modesto, è stato costruito intorno alla tomba del poeta Amir Khusrau, il discepolo prediletto di Nizamuddine. Poco in là, una pesante porta di legno chiude una piccola stanza: là, si dice, Nizamuddine e i suoi discepoli si riunivano per ore a ripetere il nome di Allah.
(da Le monde des religions, 18, pp. 42-44)
Fatwâ
di Maria Domenica Ferrari

La fatwâ è un parere giuridico non vincolante in merito a questioni civili o religiose. Per molti aspetti ricorda l'istituzione romana dello jus respondendi.
Una fatwâ può essere chiesta da un singolo musulmano a titolo privato, da un giudice (qâdî), da un’istituzione. Chi svolge tale compito si chiama muftî.
Un muftî si limita a dare indicazioni su di un comportamento, molto spesso pratico, dal punto di vista della correttezza rispetto alla shari‘â. Non sentenzia su di un fatto compiuto.
Da mettere in rilievo è il fatto che una fatwâ è una semplice opinione, lo stesso richiedente può rivolgersi a vari mufî e se questi esprimono pareri diversi, conformarsi a quello che più lo soddisfi.
La futyâ (l’atto di emettere fatwâ) permise, e permette, se ben utilizzata di proporre nuove interpretazioni, dell'apparente immodificabile shari‘â.
Le fatwâ dei grandi muftî potevano essere riportate nei libri di diritto.
Una fatwâ ha forza di legge solo se un giudice si conforma ad essa.
Accanto a muftî non ufficiali, tali perché accettati come autorevoli da una comunità, fin dalle origini dell'Islam sono esistiti muftî designati e utilizzati dal potere esecutivo. Grande sviluppo di tale carica si ebbe soprattutto con gli Ottomani, quando il muftî di Costantinopoli divenne la più importante carica amministrativa religiosa sunnita, indipendente dal sovrano.
Un esempio di fatwâ, emessa nella zona di Gerusalemme nel secolo scorso, riguarda uno shaykh beduino che aveva ripudiato la moglie non intenzionalmente. Nella richiesta lo shaykh spiegava i motivi che avevano causato questo ripudio involontario: il fratello voleva sposare una donna che lui non approvava, ed aveva promesso solennemente che se il fratello si fosse sposato contro la sua volontà, e questa donna fosse entrata in casa sua, lui avrebbe sciolto il proprio matrimonio.
Il giudice applicando la legge della scuola giuridica hanafita, si pronunciò per lo scioglimento del matrimonio poiché gli hanafiti non danno importanza all’intenzionalità in tali decisioni. Lo shaykh che non voleva ripudiare la moglie, si trovò in una situazione per la quale la legge musulmana prevede che la donna prima debba sposarsi con un altro uomo, divorziare da lui e solo allora può risposarsi con il primo marito. Lo shaykh scontento di tale decisione si rivolse allora ad un muftî della scuola shafi‘ita, che invece prevede l’elemento dell’intenzionalità nella formula del ripudio ed ottenne una fatwâ che considerava ancora valido il suo matrimonio.
Il Corano è creato o increato? La controversia fra i mutaziliti e gli hanbaliti (Rochdy Alili)
La controversia fra i mutaziliti e gli hanbaliti
Il Corano è creato o increato?
di Rochdy Alili *

Bagdad, sec. IX. I mutaziliti ritengono che il Corano è creato da Dio, dunque c’è un inizio nella sua storia e si può interpretare, mentre gli hanbaliti affermano che esso è eterno, increato, preesistente e da prendere alla lettera.
La controversia del “Corano creato” ancora oggi agita le coscienze perché agli uni sembra legato a un periodo di inquisizione e agli altri come un’occasione perduta per l’islam di accedere fin da quel tempo a una concezione “moderna” della Rivelazione divina. Essa fu lanciata dal califfo al-Mamun (813-833), che era giunto al potere nel tempo in cui, nella lontana Europa del Nord, Carlo Magno terminava il suo regno. Questo califfo, della dinastia abbaside, installata in Irak nel 750 e fondatrice di Bagdad, tentò lungo tutto il suo regno di stabilire una legittimità religiosa al califfato.
Un secolo prima di al-Mamun, il suo trisavolo, Muhammad b. Ali, organizzò una propaganda utilizzando questi malcontenti e la fedeltà di molti musulmani alla famiglia del Profeta. Non era un discendente di Maometto, ma del suo zio, al-Abbas, e non mancò di approfittare di una ambiguità fra le sue rivendicazioni e quelle degli sciiti. Alcuni decenni dopo questa opera di propaganda, un solido esercito formato da Iraniani e da discendenti di tribù arabe esiliate nella provincia del Korasan, nell’Iran orientale e in Asia centrale, costituito da emissari di questi nuovi pretendenti, riuscì a conquistare il potere per i figli di Muhammad b. Ali, i primi califfi abbasidi, fra cui al-Mansur, il fondatore di Bagdad e bisnonno di al-Mamun.
Stabilire una legittimitàMolto presto si chiarì la confusione fra gli abbasidi e gli sciiti e i nuovi sovrani dovettero subire l’opposizione da parte di questi ultimi, mentre i tradizionalisti mantenevano il loro consueto sospetto nei confronti del califfato. Il potere abbaside si basava dunque sempre esclusivamente su una forza militare, quella dell’esercito del Korasan. Perciò al-Mamun pensò bene, un mezzo secolo dopo l’inizio della dinastia, di appoggiare su solide basi la sua legittimità religiosa. Aveva accanto a sé dei letterati che davano alla ragione un’importanza capitale nel loro approccio ai temi dalla teologia musulmana. Erano i mutaziliti, chiamati così perché si erano messi a parte (i’tazala) dalle controversie del secolo precedente. Su Dio professavano una dottrina rigorosa che faceva di Dio un’essenza unica alla quale nulla poteva associarsi, neppure la sua Parola. Il Corano dunque era per loro una creazione, e non un’essenza divina come dicevano i tradizionalisti. Credevano anche alla libertà dell’uomo e alla sua responsabilità di fronte a Dio, tenuto egli stesso dalla ragione a retribuire, secondo i criteri della giustizia, le azioni della sua creatura.
Non è detto che al-Mamun condividesse tutti questi dogmi, ma alcuni dei mutaziliti lo sostennero nella sua scelta, come erede, di un discendente del ramo più prestigioso dello sciismo, Ali al-Rida. Ma, ahimé, Ali al-Rida morì ben presto. Una diecina di anni dopo, il califfo, che conservava una simpatia per lo sciismo e rimaneva dominato dalla superiorità dei mutaziliti, intraprese una lotta contro i dottori tradizionalisti che avevano acquisito presso il popolo il monopolio dell'interpretazione di un testo sacralizzato dal quale traevano grande influenza. Egli impose il dogma del “Corano creato” alle persone sulle quali aveva un'autorità religiosa: i funzionari, i giudici e i “testimoni professionali”, incaricati di attestare gli atti giuridici. I tradizionalisti resistettero, guidati da Ibn Hanbal, un insegnante che acquistò prestigio con questa fiera opposizione al califfo.Ciò che divideva fondamentalmente i mutaziliti dai tradizionalisti, presto chiamati “hanbaliti”, era la concezione dell'onnipotenza divina. I primi, costituiti da una élite intellettuale spesso sprezzante, vedevano Dio come una essenza assoluta, inaccessibile e inconoscibile, ma tenuta, dalla ragione e dalla giustizia, a lasciare libero l'uomo e a giudicarlo secondo i criteri di una rigorosa equità. Gli hanbaliti, sostenuti dalle classi popolari, pensavano che gli atti dell'uomo erano predeterminati da Dio, che giudicava la sua creatura in quanto Onnipotente, senza essere costretto dalle concezioni umane di giustizia, ma con la più assoluta misericordia, se lo giudicava bene. Quanto all'unicità di Dio, essa non era lesa dal fatto che il Corano, non creato ma creatore di discernimento, partecipasse dell'essenza divina. Non era neppure lesa dal fatto che Dio apparisse, in questo Corano, dotato di attributi umani. Questa Parola increata era un modo, per l'essenza divina, di rendersi accessibile all'uomo e di manifestargli la sua misericordia. Occorreva dunque crederla e seguirla in tutto ciò che diceva e non pensare che i deboli concetti della ragione umana potessero servire a concepire Dio e a comprendere la vie del Divino.
Vittoria dell'ortodossia
Dopo vari anni al-Mamun si risolse a costringere con vigore i tradizionalisti. Dalla frontiera dell'Impero bizantino dove era in guerra, comandò al prefetto di polizia di Bagdad di arrestare Ibn Hanbal e altri fautori e di imporre dovunque il dogma del Corano creato. Era l'inizio della mihna o inquisizione, che cominciò a perseguitare i tradizionalisti sotto l'autorità del gran cadi mutazilita Ibn Abi Duad. Nel frattempo morì al-Mamun. Suo fratello al-Mutasim (833-842), e poi al-Wathiq (842-847), continuarono la sua politica. Infine, di fronte allo scontento popolare, il califfo al-Mutawakkil (847-861) condannò il mutazilismo, destituì Ibn Abi Duad, rese a Ibn Hanbal la libertà di insegnare, perseguitò gli sciiti, umiliò cristiani ed ebrei. Il califfo perdette anche il sostegno militare poiché dei mercenari turchi indocili, recrutati da al-Mutasim, avevano sostituito l'esercito ormai logoro del Korasan. Così, con questi hanbaliti poco preoccupati di riflessione teologica razionale e con questi pretoriani turchi, si affermavano i promotori dell'ortodossia che si sarebbe imposta nell'islam nei secoli futuri.(in Le monde des religions, n. 10, pp. 48-49)