Sabato, 13 Marzo 2010
Buddismo
Buddismo

Buddismo (12)

Domenica 11 Gennaio 2009 19:45

Vivere guardando dove mettere i piedi (Shodo Harada)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Vivere guardando dove mettere i piedi

di Shodo Harada


Mi dispiace che non parlo italiano. Mi dispiace che non posso parlare direttamente con voi e devo chiedere all'interprete di tradurre. Adesso stavo osservando il vostro atteggiamento di ascolto; già da quasi due ore voi siete silenziosamente in ascolto. Questo mi provoca un pieno rispetto del vostro atteggiamento, e vi pregherei allora di avere ancora un po' di pazienza...

In questo momento sono giunti in Europa dal Giappone 25 monaci zen per sperimentare la vita monastica cattolica. Ogni monastero in ogni paese d'Europa (cioè in Francia, Belgio, Olanda, Germania, Inghilterra e anche in Spagna e in Italia) sta ospitando i monaci zen. Questa nostra visita è il terzo scambio interreligioso la prima era stata nel 1973 e la seconda nel 1979, traducendo l'ideale del Concilio Vaticano II del contatto con le diverse religioni. Adesso e la terza volta che ci incontriamo e, come mi hanno chiesto, vi dovrei spiegare la pratica dello zen.

Per noi praticanti dello zen, lo scopo, la base della pratica è arrivare alla stessa chiarezza interiore di Buddha; per giungere a questo ci sono tre elementi fondamentali: Dai-Shin-Kon (grande, fede, radice), si può tradurre Grande Fede; Dai-Gi-Dan (grande, domanda, massa) si può tradurre Grande Domanda; Dai-Fun-Shi (grande, energia, perseveranza) si può tradurre Grande Perseveranza.

La prima, Grande Fede, ci dà la sicurezza che «tutti gli esseri viventi non sono altro che Buddha, cioè tutti gli uomini hanno la saggezza e la virtù di Buddha. Ognuno ha la saggezza originale e valore equivalente, perciò, se e quando vuole, può ottenere il risveglio. Quando uno risveglia il sé, si libera dagli attaccamenti e dai pregiudizi, acquista la 'libertà'»

La seconda, Grande Domanda, è la domanda esistenziale da ricercare dentro di sé. «Quale è la verità che ha ciascuno?» «Come arrivare alla vera libertà?» Questa grande domanda costituisce la caratteristica dello Zen ed è diversa dal dubbio della coscienza dell'intelletto.

La terza, Grande Perseveranza, significa la volontà di approfondire se stesso; decidere di non fermarsi mai finché non si è ottenuto il risveglio di se.

Questi tre elementi sono inscindibili e la volontà di perseverare nella Via li lega e ci fa superare tutti gli ostacoli.

Questo è l'atteggiamento base della pratica dello Zen.

Mercoledì 19 Novembre 2008 01:18

Il XV Dalai Lama sarà eletto? (Laurent Deshayes)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Il XV Dalai Lama sarà eletto?

di Laurent Deshayes

Una elezione come quella dei Papa per designare il suo successore, è la proposta fatta dal XIV Dalai Lama, il 27 novembre (2007) dopo un summit inter-religioso tenutosi a Amristar. Reazione immediata del ministro cinese degli Affari Esteri. "La reincarnazione d’un budda vivente è la sola via di successione. I commenti del dalai-lama violano rituali e convenzioni. storici". Il futuro Dalai-lama, il XV, sarà eletto?

Il tulkou d’Avalokiteshavara

Il dalai-lama è considerato come una manifestazione umana d'Avalokiteshavara, il bodhisattva della compassione, un essere spirituale il cui solo scopo è di alleviare le sofferenze dei viventi. Il santo patrono del Tibet sarebbe stato incarnato anche in Songtsen Gampo, il primo imperatoretibetano del VII secolo.

Questa manifestazione si dice anche tulkou. cioè un corpo di emanazione del bodhisattva, un Budda vivente per i Cinesi.

I tulkou sono divenuti dal XII secolo in poi una istituzione tibetana e i più importanti fra di loro (karmapa, dalai-lama, panchem-lama...) si sono trovati alla sommità d'una piramide che intrecciava strettamente religione e sistema feudale. Il titolo di dalai-lama è stato creato dai Mongoli stessi, protettori dei religiosi tibetani nel XVI secolo.

Tuttavia la sua dimensione politica è venuta alla luce solo nel 1642, quando i Mongoli hanno imposto il V dalai-lama come capo supremo del Tibet, con potere tanto religioso che politico. In quel periodo fu costruito il palazzo del Potala che é divenuto tempio, residenza del dalai-lama e sede del governo.

La successione

I Tulkou sono dunque reincarnazioni che si ricercano alla morte d'un maestro, seguendo regole rigide. Quando poi si tratta di dalai-lama, si ha particolarmente ricorso agli oracoli di Stato.

Parecchi bambini possono corrispondere alle visioni dell'oracolo. Si procede allora a test per selezionarli, per esempio il riconoscere oggetti appartenuti al tulkou precedente.

Alla fine del XVIII secolo la Cina aveva tentato di imporre una selezione di alti dignitari religiosi tirando a sorte, ma questo sistema non fu praticamente mai utilizzato, l'imperatore si contentava d'approvare la scelta fatta nel Tibet.

Le ragioni d'una elezione

funzione dei dalai-lama dichiarare validi i risultati delle scelte fatte per stabilire le reincarnazioni nelle differenti lignées (discendenze) religiose.

Ora, un dalai-lama che si fa paladino dell'indipendenza, può in questo modo mantenere una rete di fedeli nel suo paese. Sovente Pechino ha chiuso gli occhi sulle scelte tibetane, ma il rapimento e poi la scomparsa del bambino riconosciuto panchem-lama dal dalai-lama, nel 1995, dimostra sino a che punto questo soggetto resti delicato.

Con rapida reazione, il 13 luglio 2007 la Cina ha adottato una legge secondo la quale tutte le reincarnazioni dei religiose tibetani devono ottenere il consenso di Pechino, dopo essere state ricercate e stabilite secondo una procedura controllata dallo Stato.

La fine d'una funzione?

Il dalai-lama come gli altri toulkou, è il solo a decidere delle sue reincarnazioni.

Dopo il primo progetto di Costituzioni adottato dai Tibetani esiliati nel 1963, il dalai-lama non ha mai smesso di ribadire la necessaria democratizzazione del Tibet e, in conseguenza, l'eventualità della scomparsa della sua funzione, poiché questa è legata a una struttura socio-culturale caduca.

L'avvenire del Tibet?

Idealmente democratico. Il posto e il ruolo del dalai-lama? Spirituale certo, politico probabilmente no, poiché già, per le riforme che ha introdotto lui stesso, non ha più potere esecutivo.

(pubblicato in Le monde des religions. gennaio-febbraio 2008. Tradotto da sr Immacolata Occorsio, sm sm)

Buddhismo e impegno sociale, oltre gli stereotipi

Se Buddha scende in piazza

di Davide Magni*





Grazie ai monaci birmani, l’Occidente ha scoperto la dimensione pubblica di una religione spesso identificata con la «fuga mundi».

Per un’inesorabile regola giornalistica non scritta, è quasi del tutto svanito l’interesse per la situazione in Myanmar dove nell’autunno scorso si verificò una brutale repressione armata di migliaia di monaci e monache buddhiste da parte dell’esercito. Marciavano recitando le parole del Metta Sutta (il Canto della Benevolenza incondizionata) e compivano un gesto simbolico estremamente importante, definito in lingua Pali patta-nikkujja-kamma, capovolgere la ciotola delle offerte. Così facendo manifestavano la più radicale contestazione al potere. Ben più che una scomunica, è una sentenza di malvagità dell’operato della giunta militare, e fa comprendere le ragioni dello scatenarsi della brutalità repressiva del regime.

Che il buddhismo non sia un cammino egoistico di auto-liberazione, ma l’invito al concreto impegno nella vita quotidiana, è una scoperta recente dell’Occidente.

Può capitare ancora di trovare testi e autori incapaci di cogliere la dimensione sociale ed attivista dell’insegnamento di Siddhartha il Buddha: colui che raggiunse lo scopo, ovvero l’illuminazione (Bodhi). Fu anche per quest’incomprensione che venne coniato il termine «buddhismo impegnato». Forse la sigla è rivolta agli occidentali affascinati e sedotti dalle sue suggestioni, ma ben poco disposti al cammino duro che esso indica. Potrebbe sembrare strano, ma il termine «buddhismo» è un’invenzione anglosassone della fine dell’Ottocento per racchiudere e dominare dentro una cornice un complesso sistema religioso, filosofico, culturale che, a partire dal VI secolo avanti Cristo, ha plasmato in maniera significativa il continente asiatico e si è esteso pure in Europa e nelle Americhe. Tradizione, oltretutto, molto diversificata nelle varie scuole che lo compongono e che si sono evolute nel corso dei due millenni.

Il cuore di questa dottrina è una pratica che insegna a concentrarsi su ciò che ognuno di noi può e deve fare da solo, qui e ora. Il buddhismo è una «soteriologia» (una via di salvezza), dove c’è una «ortoprassi» e non una ortodossia dottrinale; in altre parole: è una forma di vita prima di essere un esercizio di riflessione. La riflessione ha uno scopo concreto: trovare le cause della sofferenza ed eliminarle.

Il termine «Buddha»,significa: «illuminato». E’ quanto ha conseguito il principe Siddhartha (colui che ha conseguito il suo scopo) attraverso il proprio cammino personale. Non è il frutto di una rivelazione divina, ma della ricerca umana. Non ci sono dogmi ai quali aderire, ma ciascuno è spronato a usare i propri mezzi sperimentando personalmente. Così, adeguandosi continuamente alle culture con le quali è entrato in contatto, il buddhismo,ha sempre offerto all‘uomo di ogni tempo e cultura la via concreta per risolvere il problema della vita. Dio, quindi, è il grande escluso da tutta la ricerca; non è nemmeno preso in considerazione.

Buddha non nega la felicità nella vita, ma attira l’attenzione sul fatto che, pur nel massimo del piacere, non c’è affrancamento dal malessere. La ragione sta nel fatto che i piaceri sono appagamenti illusori. Sebbene nella vita ci sia sofferenza, un buddhista non se ne deve rattristare, o irritarsi. Questo non farebbe sparire la sofferenza, ma, al contrario la farebbe aumentare. Il buddhismo è del tutto avulso dal disimpegno melanconico e angoscioso, la realizzazione della verità passa attraverso la gioia.

Il desiderio è l’origine e la causa di sete di piaceri sensuali, sete di esistenza, sete di perennità, sete di annientamento.

Questa sete viene dall’ignoranza, cioè dalla falsa credenza in un «io» concepito come individuale.. Anatta è il termine buddhista più tipico; significa che si esiste solo in quanto relazionati. Non è un nichilismo, non nega in modo assoluto ogni sé, ma la pretesa di ogni sé di porsi come assoluto. Ogni cosa, astratta o concreta, non è indipendente dalle altre. Se l’io non esiste, di nulla posso dire che sia «mio». Per guarire il male, per ottenere la cessazione della sofferenza, non c’è che un rimedio radicale: la distruzione dell’ignoranza e l’estinzione del desiderio. La parola sanscrita che indica questo è nirvana. Etimologicamente significa cessazione, spegnimento: poiché è finito il combustibile e pure il fuoco: l’esaurirsi della cupidigia, dell’odio, dell’errore. Nirvana è uno stato di pace perfetta, raggiungibile già in questa vita. Tuttavia, non può essere oggetto di speculazione o di intuizione intellettuale: è un’esperienza spirituale. La via salvifica che conduce al nirvana evita tutti gli estremi, sia la tendenza all’edonismo sia l’ascesi eccessivamente severa. Questa moderazione ha meritato al buddhismo la denominazione di «Via Media».

Essa può essere compresa come l’insieme di tre direttrici: la saggezza, la morale e l’ascetica. Non comincia con lo sforzo dell’ascesi, ma con la retta comprensione e la retta intenzione, seguite dall’etica (retta azione). Infatti, abbiamo bisogno di un fondamento di saggezza e di sensibilità morale prima di intraprendere il cammino spirituale del lavoro interiore. La saggezza non si può raggiungere senza il lavoro interiore della meditazione, ma essa è inutile senza la disciplina morale. Il progresso si realizza attraverso la mutua interazione dei tre fattori in un procedere nel quale moralità, saggezza e meditazione diventano sempre più complete, fino al raggiungimento della totale integrazione e illuminazione. La meditazione è chiamata bhavana, che significa: coltivazione, di quel vasto potenziale della mente, per andare oltre la natura delle situazioni interne ed esterne nelle quali ci troviamo, correggere la percezione erronea e giungere all’equilibrio ed alla tranquillità.

Tre sono i riferimenti nei quali ogni buddhista «trova rifugio»: la figura del Buddha, la sua dottrina (Dhrma) e la comunità dei praticanti (Sangha): i Monaci, in particolare, insegnano la pratica dell’impegno etico e della meditazione.

Tanto più profondo il sapere, tanto più profonda diventa la «compassione», intesa come capacità di condividere l’altrui dolore e gioia.

Il bodhisattva, figura evolutasi nel pensiero buddhista in maniera diversificata realizza questa meta. Arrivato sulla soglia del nirvana, rinuncia alla propria estinzione per aiutare gli altri a giungervi. Libero finalmente da ogni bramosia, rancore e stoltezza, egli fa della sua vita un’occasione di servizio totale. L’ideale del bodhisattva èstato cantato dal mistico indiano Shantideva, vissuto tra il VII e VIII secolo dopo Cristo, nel Bodhicaryavatara (il graduale cammino ascetico del bodhisattva). Nei suoi versi così canta: «Fintanto che durerà lo spazio, e che durerà il mondo, per tutto questo tempo che io possa dedicarmi a distruggere il dolore del mondo. Possano tutti gli esseri, divenire liberi dalla paura. Possano tutti gli esseri, divenire liberi dalla sofferenza. Possano tutti gli esseri, dimorare nella pace».

Per ogni praticante buddhista queste parole non sono soltanto un semplice auspicio, ma un impegno preciso da assumere in prima persona.

* gesuita redattore di Popoli

(da Mondo e Missione, aprile 2008)


La Storia

Il traguardo della meditazione? La compassione

Fra i traguardi dell’itinerario meditativo buddhista vi sono quattro stati mentali che sono detti brahmavihara: dimore divine. Essi sono l’amore (metta), la compassione (karuna), la gioia compartecipe (mudita) e l’equanimità (upekkha).

l primo è la gentilezza amorevole (metta). La radice della parola pali metta è «mid», che significa «morbido» Indica, dunque, «una morbida, amorevole benevolenza o gentilezza». La metta è anche l’auspicio che tutti gli esseri viventi siano felici. E’ un modo per vivere con gli altri in maniera giusta.

Il secondo è l’amore compassionevole (karuna.). La compassione è l’augurio che tutti gli esseri viventi possano essere liberi da dolore e sofferenza.

Karuna, la compassione, è definita «il tremolio del cuore» quando è in contatto con il dolore degli esseri viventi. Non si rimane indifferenti alla sofferenza altrui, ma si fa il necessario per aiutare.

Il terzo, la gioia compartecipe (mudita); corrisponde ad una gioiosa partecipazione alla felicità, al benessere e al successo degli esseri viventi. La mudita prova piacere per il successo, le ricchezze, il benessere e le belle qualità degli altri. La gioia compartecipe nasce, proprio come nella metta, dall’aver riconosciuto e sperimentato l’unità e la inter-connessione di tutti gli aspetti della vita.

Il quarto brahmavihara è l’equanimità (upekkha): l’andare incontro a tutti con equilibrio interiore, imparzialità, privi di attaccamento e senza avversione.

Upekkla indica quindi la capacità di mantenere la serenità in mezzo a tutte le sfide e alle difficoltà che vengono poste dalla vita.

Dimore divine non significa che siano luoghi o condizioni appartenenti agli dei, ma luoghi nei quali gli uomini sono nella loro dignità autentica, cioè liberi dagli attaccamenti. che condizionano le relazioni quotidiane. Questi stati non sono altro che le qualità originarie e fondamentali della persona.

(d.m.)


L’addio

Il Patriarca della Cambogia

Un esempio concreto di compassione buddhista è stato Maha Ghosananda, sommo patriarca del buddhismo cambogiano deceduto Io scorso anno. Quando nel 1975 i Khmer rossi presero il potere, stava facendo un ritiro di meditazione in Thailandia. Fu così tra i pochissimi religiosi che sopravvissero a quel genocidio in cui sono morte quasi due milioni di persone e che la stampa occidentale, con tanta disinvoltura, ha ignorato per anni. Ghosananda profuse tutte le sue energie per aprire campi di accoglienza per i profughi cambogiani che riuscivano a sfuggire da una terra ormai campo di sterminio.

Nel 1991, anno in cui furono siglati gli accordi di pace, intraprese una nuova iniziativa viva tuttora: la Dhamma Yefra, Il «cammino del messaggio di liberazione». Così si esprimeva: «Noidobbiamo trovare Il coraggio di uscire dai nostri templi ed entrare nei templi dell’esperienza umana, che traboccano di sofferenza. Se seguiamo il Buddha, Cristo o Gandhi, non possiamo fare diversamente. I nostri templi saranno dunque i campi profughi, le prigioni, i ghetti e i campi di battaglia. Abbiamo tanto di quel lavoro da fare!». Un’occasione di incontro - che ha coinvolto volontari di tutto il mondo e dialogo Interreligioso non fatto di disquisizioni teoriche, ma di condivisione della vita. Lo stesso hanno fatto i monaci birmani. Per nulla inermi, esprimono una forza straordinaria e pericolosa.

(d.m.)

Domenica 24 Agosto 2008 19:38

Non salvatore ma solo maestro (H. Uttarananda)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Non salvatore ma solo maestro
di H. Uttarananda





 

La maggioranza degli europei che vengono a conoscenza del Buddhismo, pensa che il Buddhismo sia soltanto una dottrina che insegna che la vita è vanità, futilità ed illusione. Ho sentito alcuni studiosi cristiani che hanno studiato il Buddhismo insegnare che il Buddhismo è una ricerca individualistica, e che insegna alle persone a pensare alla propria salvezza senza interessarsi dei prossimi. In questo mio breve discorso cercherò di mostrare che il Buddhismo è un messaggio universale, e quale è il suo legame con la società.

Come introduzione vorrei prima mostrare chi è il Buddha nel Buddhismo Theravada, che significa 'la più antica dottrina’, e anche quale è stato il suo messaggio e le sue azioni. La parola 'Buddha' in lingua pali è derivata dalla parola 'budh', che significa 'il risvegliato', o 'colui che comprende'. Come sostantivo Buddha significa una persona che ha compreso la verità come è veramente. Prima della sua illuminazione si chiamava 'Bodhisatta', che significa ‘uno che aspira a diventare un Buddha’. Non era nato come un Buddha, ma è diventato un Buddha con i suoi sforzi.

Colui che era destinato ad essere il Buddha nacque in India nell'anno 623 a.C. ed era figlio di un re. Non conobbe nella famiglia delle sofferenze personali, ma sentì più tardi una profonda compassione per la sofferenza dell'umanità. Fu spinto da questa compassione a scoprire una verità che potesse portare la felicità, la giustizia e la pace per tutti gli esseri. A 29 anni rinunciò a tutti i piaceri mondani e vestito di un semplice abito giallo, andò in giro in cerca della verità e della pace. Praticò ogni forma di austerità seguendo altri asceti. Dopo sei anni di vita ascetica, mentre era in un bosco, riuscì a trovare la sua via. Abbandonando ogni altra forma di austerità e ogni teoria filosofica esistente, si immerse profondamente nella meditazione. Senza l'aiuto di qualche potenza soprannaturale ma soltanto con il proprio sforzo e sapienza purificò se stesso e raggiunse l'illuminazione all'età di 35 anni.

chi era Buddha

Nel Buddhismo Theravada il Buddha non era un dio, ma più di un dio. Per i buddhisti egli è stato il più grande uomo. È nato come un uomo, ha vissuto come un uomo, e morto. Nel Buddhismo, un essere umano è più grande di un dio.

L'umanità è considerata più grande della divinità Secondo il pensiero di Buddha gli dei vivono godendo ogni piacere dei sensi, e, diventare un essere divino, non è lo scopo della vita. Ma Buddha è colui che ha evitato ogni piacere sensuale e ha tagliato ogni fonte dei desideri, dell’ignoranza, e ogni tipo di passione, e ha interrotto il ciclo della rinascita. I buddhisti credono che colui che era destinato a diventare Buddha, venne al mondo dalla classe di divinità chiamata Tusita. Nel Buddhismo è necessario essere un uomo per giungere al Nirvana. Anche se era un essere umano Buddha divenne un uomo straordinario. Buddha è come un fiore dì loto che è nato in acque sporche. Anche se è nato in acque sporche emerge dall'acqua e non è più a contatto con le acque sporche. Nello stesso modo Buddha è nato e ha vissuto fra la gente, ma, dopo la sua illuminazione, ha superato ogni forma di mondanità.

Inoltre nel Buddhismo Theravada Buddha non è il nostro salvatore. E soltanto un maestro. Rispettando la dignità umana e credendo nella capacità degli esseri umani Buddha, come si legge nel Dhammapada, disse: «Voi dovete sforzarvi da voi stessi. I tathagata (cioè coloro che hanno trovato la Verità) sono soltanto dei maestri». Buddha ha insegnato a non cercare dì raggiungere la salvezza con l'aiuto di qualche salvatore soprannaturale. L'uomo stesso è il proprio salvatore. La cosa importante è trovare la giusta via. Buddha è venuto nel mondo per mostrare questa via.

Ora dovremmo cercare di capire con poche parole alcuni concetti molto importanti nel Buddhismo. La dottrina che spiega la vita, la sua origine, la sua esistenza e la sua finalità dipende dalla 'Paticcasamuppada' che significa 'causalità dipendente'. Quando Buddha ha raggiunto l'illuminazione ha scoperto questo nuovo metodo filosofico che è il più importante della dottrina buddhista. Il metodo della causalità dipendente dovrebbe essere capito così:

«a causa di A, c'è B

quando non c'è A, non c'è B».

Oggi la scienza usa questo metodo per le sue nuove scoperte e per provare le verità materiali. Ma Buddha lo ha scoperto per capire una verità spirituale. Usando questo metodo Buddha ha spiegato le quattro nobili verità nel suo primo discorso. Esse sono:

1) La sofferenza. Tutti sono soggetti alla nascita, alla decadenza, alla malattia e alla morte. Nessuno è esente da queste quattro cause della sofferenza.

2) La causa della sofferenza è il desiderio dei piaceri sensuali.

3) La cessazione della sofferenza è il Nirvana.

4) E la via che conduce alla cessazione della sofferenza è:

- retta comprensione
- retti pensieri
- retto modo di pensare
- retta azione
- retto mestiere
- retto sforzo
- retta attenzione
- retta concentrazione

La persona che capisce la realtà della vita come è veramente vede che tutta la, vita è sofferenza. Non trova la vera felicità in questo mondo. Ma colui che segue i piaceri illusori è ingannato. Buddha quando era illuminato ha pensato: «Questa Dhamma (cioè dottrina) è davvero profonda, difficile a capire. Questi esseri sono attaccati ai piaceri materiali. Soltanto coloro che desiderano la sapienza possono capire questa dottrina». Alla fine ha deciso di predicare la Dhamma per tutti quelli che cercavano una via di liberazione.

Tutti i sermoni di Buddha possono essere raccolti in due gruppi:

1) i suoi insegnamenti sulla realtà ultima.

2) i suoi insegnamenti sulla verità empirica.

Nel primo gruppo, questi insegnamenti sulla realtà ultima sono la parte più profonda del Buddhismo, la parte che dovrebbe essere capita con una attenzione speciale, soprattutto la dottrina di Buddha sulla transitorietà. Tutto ciò che esiste è transitorietà e dolore. Non esiste l'anima. La transitorietà è l'unica realtà definitiva. Tutto è dolore, non c'è felicità. L'idea del mio e l'io sono un'illusione. L'idea della transitorietà spiegata dapprima da Buddha, è stata sviluppata specialmente nel Buddhismo Mahayana.

un messaggio completo di liberazione

Qui ho abbozzato soltanto una breve introduzione per darvi un'idea su ciò che sono gli insegnamenti sulla realtà ultima. E chiaro che questi insegnamenti sono molto difficili da capire senza un interesse particolare. Possiamo includere gli insegnamenti etici, sociali e spirituali di Buddha nel secondo gruppo come insegnamenti sulla verità empirica.

Il Buddhismo offre un messaggio completo di liberazione non soltanto per raggiungere la santità ma anche per conferire la dignità alla società. La felicità più alta del Buddhismo è lo stato di Nirvana che porta una liberazione eterna da tutti i tipi di sofferenza. Ma prima di predicare la Dhamma del Nirvana Buddha ha capito che c'era bisogno di una cura per guarire la società sofferente, danneggiata dalla ingiustizia. Ha visto le persone che morivano per causa della fame, che avevano perso i diritti umani fondamentali, persone che soffrivano a causa dell'ingiustizia sociale tra cui il sistema delle caste.

Quindi il tentativo principale di Buddha era di creare una nuova società spazzando via il sistema delle caste e il sistema delle classi. Buddha insegnava che tutti gli esseri umani sono uguali, era contro questo sistema e ha fondato una nuova società santa chiamata 'Sangha', che significa una comunità di monaci che vivono insieme. Questa era aperta à membri di tutte le caste. Per quello che so questa era nel mondo la prima società modello che ha rifiutato tutte le divisioni dovute al sistema delle caste e delle classi, e che ha anche rifiutato il possesso di proprietà private.

Buddha ha detto che la Sangha è simile al mare. Il mare non si rifiuta di accettare l'acqua che viene dai diversi fiumi. Tutte le acque diventano la stessa acqua del mare. E dopo nessuno può distinguere a quale fiume apparteneva quella data acqua. Nello stesso modo le varie persone che appartenevano alle diverse caste venivano nella Sangha (cioè la comunità dei monaci). Quando entravano, tutti diventavano membri della Sangha. Nessuno poteva dividerli secondo la casta.

Questa comunità dei monaci può essere chiamata la prima società democratica del mondo. I monaci dipendono dagli altri quanto alle elemosine, ma vivono per gli altri.

Rivolgendosi ai suoi primi 60 discepoli Buddha ha detto: «Mettetevi in cammino per il bene di molti, per la felicità di molti, per compassione altrui, per il vantaggio, per il bene, per la felicità degli dei e degli uomini. Esponete nella sua pienezza e purezza la pratica della vita religiosa».

Il Buddha ha permesso alle donne che avevano perso i loro diritti umani fondamentali di diventare Bhikkhuni, cioè monache, allo stesso modo dei monaci. Esse erano capaci di realizzare cioè la santità. Ha conferito alle donne la loro dignità, ha accettato l'elemosina dalla casa delle prostitute e dalle donne chandali che appartenevano alla più bassa casta.

i precetti fondamentali

E’ chiaro che non tutti della società diventano dei santi (arahat). Ma Buddha si è interessato anche di questi perché voleva creare una società virtuosa e voleva superare la povertà spirituale offrendo una nuova spiritualità. Buddha ha insegnato loro una disciplina morale e ha consigliato dì cominciare a vivere una vita virtuosa gradualmente, osservando dei semplici precetti. Il Buddhismo ha insegnato alle persone a vivere 5 precetti: non uccidere nessuno, non rubare, non commettere adulterio (comportamento sessuale immorale), non dire menzogne, non bere alcool.

Questi sono i fondamentali precetti della società buddhista.

Quelli che possono seguire queste fondamentali discipline spirituali e che desiderano andare più in profondità possono osservare otto o dieci precetti.

Questi precetti aiutano le persone ad essere più spirituali. Ancora oggi alcuni buddhisti laici, soprattutto nei paesi del Buddhismo Theravada, vivono questa spiritualità. Le persone che vogliono seguire questi precetti vengono al tempio per passare tanti giorni quanto è loro possibile. Nel tempio sono tutti uguali, qualsiasi sia la loro professione nella vita. Tutti quelli che vengono al tempio per osservare i precetti dovranno vestirsi in modo uguale, in bianco, e non è loro permesso né di mettersi dei gioielli, né di vestirsi in modo speciale. Tutti devono sedersi insieme sul pavimento anche se uno fosse un re. Tutte queste regole aiutano le persone a diventare più umili, più uguali, più unite e più semplici. Quelli che seguono queste regole sono chiamati 'Upasaka' (cioè 'devoto') e sono parte della società buddhista come laici. La società buddhista è organizzata in quattro gruppi: i monaci, le monache, i devoti, le devote.

la povertà è la fonte di tutti i problemi

Anche se Buddha è stato capace di creare una società modello organizzando le persone con un messaggio spirituale, la società sofferente, dove c'era la fame, l'ingiustizia e la disperazione, lo ha spinto a fare una predica sui problemi pratici.

Circa 2500 anni fa il sapiente Buddha ha insegnato che la povertà è la fonte di tutti gli altri problemi. La stessa cosa dice il marxismo quando parla dei problemi sociali. Il Buddha ha insegnato: «La povertà aumenta perché quelli che hanno non danno agli altri. Per causa della loro povertà, quelli che non ricevono abbastanza soldi cominciano a rubare. In questa maniera cominciano tutti gli altri mali, come il mentire, l'uccidere, il parlare in modo violento, ecc.» (Chakkvattisihanada Sutta nei Digha Nikaya).

Buddha ha parlato del re Dalhanemi e del suo regno che è esistito senza lotte, senza uccisioni, senza armi, e che era pieno di giustizia e di pace. Questo regno è diventato pacifico perché il re ha vissuto i seguenti 10 principi per realizzare la giustizia: la generosità, la moralità, le offerte date alla gente, retto modo di vivere, la gentilezza, una vita virtuosa, la benignità, l'essere innocuo, la pazienza, l'armonia.

Dopo questo re Dalhanemi è venuto un altro re che non voleva seguire i precedenti 10 principi. Di conseguenza la povertà ha cominciato ad esistere ed è cresciuta. La povertà era il motivo per prendere ciò che non era stato dato, per uccidere, per non onorare i genitori, i sacerdoti, gli anziani, e tutto questo ha portato un incremento della decadenza. Il Buddha dice che originariamente la gente viveva una vita lunga. Ma, man mano che la loro condizione è peggiorata, la durata della vita si è accorciata fino a 10 anni. Il Buddha insegna che quando i governanti seguiranno un sistema di governo giusto, secondo i 10 principi menzionati prima, la povertà scomparirà. Non ci sarà più il furto e non si compirà più il male. Nel regno dove i governanti saranno virtuosi, gradualmente la durata della vita degli uomini aumenterà, perché i bisogni fondamentali della gente saranno soddisfatti. Questi sono i principi di una società virtuosa.

come comportarsi

Per tutti Buddha ha insegnato i tre fondamenti della buona condotta. Essi sono: il dono, la moralità e la meditazione, e conducono al Nirvana che è lo scopo più alto del Buddhismo.

Il dono è una delle cose più importanti nella via buddhista. Il Buddha ha detto: «Se volete la liberazione, conquistate l'avaro col dare». Per questo motivo, nei paesi buddhisti, la gente, in diverse occasioni della vita, fa grandi cerimoniali di Dana (cioè di dono dell'elemosina). Non importa quanto valore ha l'offerta, ma ciò che è importante è darla con distacco e gioia. Ma il monaco, essendo senza soldi, cosa può offrire agli altri? Il suo dono alla gente è predicare la Dhamma (cioè la legge insegnata da Buddha) vivendo la propria spiritualità intensamente. Buddha ha detto: «Il dono della verità eccelle sugli altri doni. Ma ciò che è importante è che la persona che predica la verità viva la sua spiritualità».

il secondo fondamento è la moralità. Non dobbiamo soltanto evitare il male, ma dobbiamo migliorarci facendo il bene. Non basta evitare di uccidere, ma allo stesso tempo un buddhista dovrebbe amare gli altri.

Nel Buddhismo l'amore non è soltanto indirizzato verso gli esseri umani, ma verso tutti gli esseri. La persona che vive la moralità buddhista dovrebbe sforzarsi di vivere una vita meritevole, controllando le azioni del suo corpo, le sue parole e la sua mente.

Il Buddha ha insegnato: «Conquistate l'ira con l'amore. Conquistate il male con il bene. Conquistate l'avaro con il dare. Conquistate il bugiardo con la verità». «Tutti tremano di fronte al bastone. La vita è cara a tutti. Tutti hanno paura della morte. Paragonando gli altri con se stesso, uno non dovrebbe né colpire né causare il colpire» (Dhammapada - Danda Vagga - 129).

Una persona che cerca di conquistare l'avaro con il dare, che cerca di superare il male facendo il bene, dovrebbe praticare la meditazione, che è una delle cose più importanti nella via buddhista.

Anzitutto, la meditazione dovrebbe essere capita come una via che conduce alla concentrazione mentale. Qual è il motivo per fare la meditazione per uno che segue la via di Buddha? E una via per vedere le cose come sono realmente. Attraverso la meditazione egli capisce l'aggregazione dei quattro elementi che costituiscono i materiali e anche il corpo umano, il loro movimento e la loro esistenza. Vede il proprio corpo che è composto di questi quattro elementi e la loro transitorietà. Vede la sofferenza e l'illusione dell'idea del 'mio' e dell' 'io' (la non esistenza dell'anima). Quando nella sua mente vede se stesso come è realmente, capisce l'illusione della vita. Questa sapienza lo aiuta a tagliare via tutti gli attaccamenti ai piaceri dei sensi. Così è in cammino verso il Nirvana. Il Nirvana non è un paradiso in cui dovremo andare dopo la morte. E una tappa che possiamo raggiungere in questa vita. Crediamo che tutti possano raggiungere il Nirvana distaccandosi da tutti gli attaccamenti seguendo la via di cui ho parlato sopra.

Anche se qualcuno non ha il Nirvana come suo scopo, può usare la meditazione buddhista come un sistema di concentrazione mentale. Essa aiuta una persona ad avere una mente chiara e ad avere più tranquillità.

Il Buddhismo ha fondato diversi tipi di sistemi di meditazione da usare in diverse situazioni, come:

1) La Anapanasati (concentrazione sopra l'inspirazione e l'espirazione per ottenere il raccoglimento interiore) 2) La Samatha (contemplazione per sviluppare la concentrazione) 3) Vipassana (intuizione della realtà esistente) 4) La Metta (universale benevolenza).

Eccetto che per la meditazione Metta è pericoloso praticare gli altri tre sistemi 'senza l'aiuto di un consigliere che ha più esperienza nella meditazione buddhista.

Per finire vorrei concludere con il pensiero preso dalla «Metta Bhavana» meditazione che significa la Benevolenza Universale.

Che tutti gli uomini siano liberi dall'animità Che tutti gli uomini siano liberi dalla cattiva volontà Che tutti gli uomini siano liberi dalla sofferenza Che tutti gli uomini siano felici.

(da Rocca, 1 ottobre 1987, pp. 48-51)

Mercoledì 18 Giugno 2008 02:35

Per un rispetto delle fedi altrui (Ciampa Ghiatso)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Per un rispetto delle fedi altrui

di Ciampa Ghiatso


Siete venuti da varie parti d'Italia, le difficoltà del viaggio perché tutti avete un reale desiderio di pace e la speranza in una maggiore comprensione e rispetto tra le varie fedi. L'obiettivo di tutte le religioni è lo stesso: lo sviluppo della potenzialità umana e il miglioramento dell'individuo e della società Anche se poi questi obiettivi vengono raggiunti con metodi e pratiche differenti. Come dice S.S. il Dalai Lama: «La vera essenza delle religioni è l'amore e la compassione. A questo livello non c'è quasi nessuna differenza tra Buddhismo, Cristianesimo, Giudaismo, Islamismo, Induismo o qualunque altra fede. Tutte le religioni insistono sull'importanza di migliorare gli esseri umani, di perfezionare l'uomo. La fratellanza e l'amore sono sentimenti comuni a tutte le religioni. Credo quindi che la questione del Nirvana non sia la cosa più immediata. Non c'è fretta. Se nella vita quotidiana ci si comporta in modo onesto e compassionevole e meno egoista, allora questo, automaticamente, porterà al Nirvana. Non importa se crediate o no in Dio o in Buddha;. l'importante è vivere una vita eticamente buona perché il buon cibo, i bei vestiti, una bella casa non sono sufficienti; è necessaria una buona motivazione».

i sentieri spirituali

Nell'ultimo secolo c'è stato un evidente declino dell'interesse religioso nel mondo, particolarmente in occidente, causato anche dal grande sviluppo materiale della società. Tuttavia la speranza che l'approccio materialistico, privo di una base spirituale, possa portare ad una pace e ad una felicità durature per l'uomo sta evaporando rapidamente in questi ultimi decenni. Siamo testimoni di un rinnovato interesse per la crescita interiore. La tecnologia e lo sviluppo materiale non sono in sé negativi. Lo diventano quando non sono affiancati da una motivazione spirituale perché non portano all'incremento della saggezza e della felicità degli uomini e, nelle mani sbagliate, possono diventare molto pericolosi. Alcuni esempi ci sono offerti dalla tecnologia militare e dall'inquinamento ambientale. Se il potere che ci viene dalla scienza viene usato per lo sfruttamento degli individui e delle risorse, per gli intrighi politici e così via, non si può certo aspettarsi un risultato troppo piacevole. Mentre se tecnologia e spiritualità avanzano mano nella mano, ci possono essere grandi speranze per il mondo moderno.

La vera causa dei problemi che l'umanità sta affrontando è la nostra mancanza di disciplina e di realizzazioni spirituali. In particolare, in quest'area degenerata, quando l'atmosfera del mondo è così densamente negativa e le condizioni esterne sono più favorevoli ad un comportamento errato e alla distrazione, non avere la protezione della conoscenza spirituale significa trovarsi totalmente indifesi di fronte alla mente negativa.

Così l'esistenza ci trascina nella sua corrente, e prima che sia passato troppo tempo diventiamo incapaci di esercitare anche solo una sembianza di controllo. Ci abbandoniamo ad una vita senza significato e la morte ci coglie impreparati, con il rimpianto delle occasioni mancate. Non possiamo aspettarci che il sentiero spirituale sia facile o che sia veloce. Tuttavia con uno sforzo persistente e costante, e una mente chiara e inquisitiva possiamo riuscirci. Perché il sentiero spirituale è una valida soluzione ai problemi dell'esistenza? E veramente possibile eliminare da noi stessi le forze che provocano la sofferenza e in questo modo contribuire anche alla pace nelle nostre famiglie, nella società in cui viviamo e nel mondo intero?

Se analizziamo la natura della felicità possiamo vedere che essa presenta due aspetti: la gioia immediata o temporanea e la felicità ultima o definitiva. Le gioie o piaceri temporanei includono tutto ciò di cui l'uomo gode in questa vita: belle case, vestiti, buon cibo, compagnie piacevoli, conversazioni interessanti ecc.

È vero che queste condizioni esterne contribuiscono in parte al benessere dell'uomo, ma non sono in nessun modo la causa esclusiva e neppure la causa principale della sua felicità. Anche in assenza di condizioni esterne favorevoli si può essere felici e in pace. Non è neppure così certo che la presenza dì tali circostanze sia garanzia di felicità

le impronte karmiche

Quali sono allora le cause principali della felicità e della sofferenza? Noi buddhisti crediamo nella legge di causa ed effetto, il karma. Qualsiasi esperienza abbiamo, esterna od interna, dipende dall'accumulazione di impronte di azioni fatte in vite precedenti. Quando le forze karmiche delle azioni passate raggiungono la maturazione un essere sperimenta stati mentali di felicità o di sofferenza. Se mancano le condizioni causali necessarie all'esperienza della felicità non ci sarà nessuna opportunità di incontrare condizioni esterne favorevoli; oppure, anche se tali condizioni fossero presenti, non ci sarebbe alcuna opportunità di sperimentare comunque della felicità Così se in un particolare momento della vita maturano delle condizioni favorevoli una persona saggia le riconoscerà come il frutto karmico delle sue azioni positive passate. Ciò la gratificherà e la incoraggerà nella pratica della virtù. Similmente, quando una persona sperimenta dolore o difficoltà potrà essere in grado di accettarli con la pazienza e la calma che gli derivano dalla solida convinzione che, gli piaccia o no, deve soffrire le conseguenze delle sue azioni passate. La realizzazione che tali sofferenze non sono altro che il frutto delle sue azioni negative lo determinerà a desistere in futuro dal ripetere un tale comportamento. La convinzione poi che, grazie a tale maturazione, una parte delle impronte karmiche è stata purificata costituirà un grande aiuto e sollievo.

La natura ultima della mente è la chiara luce. La coscienza ha molti livelli e benché i livelli più grossolani sono nel raggio d'influenza delle forze psichiche negative, i livelli più sottili ne sono sempre liberi. I difetti mentali e le afflizioni emotive sono associati solo con i livelli più grossolani della mente. Al momento siamo totalmente assorbiti nel gioco di questi stati grossolani così dobbiamo cominciare la pratica lavorando con essi. Dobbiamo domare le attività fisiche e verbali che accompagnano i processi mentali come un allevatore esperto domerebbe uno stallone selvaggio tramite un lungo e appropriato addestramento. Cioè incoraggiando consciamente l'amore al posto dell'odio, la pazienza al posto della rabbia, la libertà emotiva al posto dell'attaccamento, la gentilezza al posto della violenza ecc. Fare questo produce una pace immediata nella mente.

I difetti mentali non sono solidi né hanno un fondamento nella realtà. Non hanno ragioni dalla loro parte. Se applichiamo gli antidoti giusti essi semplicemente spariscono. Quando la mente dimora nella saggezza che comprende l'ultimo modo dell'Essere, si possono distruggere alla radice le distorsioni mentali, il karma e la sofferenza.

Tuttavia, anche se in questo modo possiamo risolvere i nostri problemi avremo risolto soltanto i problemi di un individuo. Siamo tutti uguali ma gli altri, anche solo in ragione del numero, sono molto più importanti. Se è giusto servirci di noi stessi per il bene degli altri, è molto meno giusto servirci degli altri per il nostro bene. Sarebbe come usare tutto il cibo migliore per nutrire una sola persona e lasciare i pochi avanzi per la fame dei molti. Dall'inizio alla fine della nostra esistenza dipendiamo dall'amore e dall'aiuto degli altri. Poiché quando siamo nati non possedevamo nulla, tutto ciò che abbiamo ora, vestiti, istruzione, denaro ecc. non può che esserci venuto gentilezza degli altri. E ancor vecchi dipenderemo totalmente dalla benevolenza degli altri. Non è altro che un nostro dovere, quindi, sviluppare un'attitudine altruistica. La felicità, temporanea o ultima, è il risultato diretto o indiretto de sincero desiderio del bene degli altri. La causa principale della sofferenza è il desiderio egoistico di confort e felicità.

In questo mondo straziato dai problemi questo è sempre vero, sia nel caso di conflitti tra nazioni che, su scala minore, nella lotta tra in insetti. In tutti i casi è l'egoismo la causa radicale.

gli altri

nostra mente. In effetti la compassione e il buon cuore sono l'essenza stessa del Buddhismo Mahayana. Dobbiamo fare di queste qualità la base stessa e la struttura portante della nostra pratica finché la nostra mente non ne è impregnata. Molti testi mahayana sono in effetti dedicati esclusivamente ai metodi per lo sviluppo di una tale attitudine altruistica. Ad esempio «l'Addestramento Mentale in Otto Versi», un breve testo scritto da Lan-ri Tam-pa è uno degli scritti più belli ed efficaci, anche se viene praticato solo a livello di interesse entusiastico.

Il primo verso dice:

«Con la determinazione a realizzare
il massimo beneficio da tutti gli esseri,
più preziosi della gemma che esaudisce i desideri,
li terrò costantemente a me cari».

Gli esseri sono più preziosi del gioiello che esaudisce i desideri perché tutti i nostri obiettivi sono realizzati tramite la gentilezza degli altri.

La gentilezza degli esseri non è limitata solo a questa vita; anche la felicità delle nostre vite future dipende da essi. Per esempio la pratica della generosità è la causa della ricchezza in vite future. li raggiungimento stesso dell'Illuminazione dipende dagli altri.

Gli esseri sono come un campo. Se vogliamo ottenere dei frutti da un albero occorre il terreno; senza terreno non possiamo avere alcun frutto. Così senza il terreno degli esseri senzienti non possiamo praticare la generosità, la moralità, la pazienza, l'entusiasmo ecc. e perciò non possiamo ottenere il frutto dell'illuminazione.

difetti mentali

secondo verso dice:

«Quando sarò in compagnia di altri
considererò me stesso inferiore a tutti
e nel profondo del cuore
considererò gli altri supremi e cari».

L'orgoglio è un grande ostacolo allo sviluppo delle qualità spirituali. Si dice che l'orgoglio sia come la vetta di un'alta montagna dove l'erba non può crescere o come una roccia liscia che non può trattenere l'acqua delle qualità spirituali. Orgoglio significa sentirsi superiori agli altri e, con tale attitudine, è molto difficile sviluppare l'altruismo, il desiderio di prendersi a cuore la sorte degli altri. Se coltiviamo l'umiltà, l'antidoto dell'orgoglio, abbiamo invece lo spazio necessario per far crescere le nostre qualità positive. L'orgoglio ci ruba la felicità; alimenta la gelosia, l'odio e la competizione. Siamo orgogliosi perché ci riteniamo, infondatamente, superiori, così è possibile combattere l'orgoglio riflettendo sulle qualità degli altri e sui nostri difetti.

«In tutte le azioni sarò vigile nel controllare la mente, non appena sorge un'afflizione negativa
che può danneggiare me stesso e gli altri, affrontandola, senza rimandare, l'allontanerò».

Dobbiamo essere costantemente consapevoli di quello che succede nella nostra mente, come se avessimo una sentinella che vigila attenta. Guardiamo e controlliamo che tipo di difetti mentali sorgono e non appena sorgono li fermiamo considerandone gli svantaggi. Se ad esempio sorge dell'odio, possiamo pensare che esso distrugge tuffi i nostri meriti, che è solo fonte di problemi; oppure che non ha senso arrabbiarsi se c'è una soluzione al problema ma neppure ha senso arrabbiarsi se non c'è una soluzione al problema. Se sorge un forte attaccamento, dobbiamo pensare che è proprio questo che ci tiene legati all'esistenza condizionata. E comunque necessario scoprire i difetti mentali sul nascere, quando sono ancora deboli, e contrastarli prima di venire travolti dalla loro forza.

il nemico: strumento del nostro karma negativo

«Quando incontrerò una creatura dalla natura malvagia,
animata da violenti sofferenze e confusioni,
terrò cara costei, così difficile da trovare
come un tesoro prezioso appena scoperto».

Quando incontriamo una persona molto crudele, o molto negativa dobbiamo sentirci felici di tale opportunità e considerarla molto preziosa perché finalmente possiamo avere l'occasione di praticare realmente la pazienza e l'entusiasmo. Dopo esserci addestrati nel sentiero spirituale, se incontriamo qualcuno molto crudele, negativo, che ci crea molte difficoltà, ci dobbiamo sentire estremamente felici, come se avessimo trovato un tesoro prezioso perché, finalmente, potremo fare qualcosa in concreto per qualcuno.

«Quando altri, per invidia mi maltratteranno,
mi insulteranno e così via,
accetterò la sconfitta, le loro dure parole
e offrirò in cambio la vittoria».

Quando incontriamo qualcuno che, per gelosia, ci critica e dice cose malvagie di noi, ci inganna ecc., dobbiamo scusarci con lui, accettando l'errore come nostro e, praticando la pazienza, non dobbiamo arrabbiarci. Qualsiasi danno ci causino gli altri non è altro che la conseguenza delle nostre proprie azioni negative fatte in passato; ora il frutto di tali azioni sta semplicemente maturando su di noi. I nostri nemici sono solo strumenti del nostro karma negativo. Se qualcuno si arrabbia con noi dobbiamo pensare che siamo stati noi a provocare la sua collera. Se ce ne fossimo stati semplicemente a casa non ci sarebbe successo nulla. Se, per esempio andiamo a passeggiare in un campo pieno di asperità, di rovi e di spine, ci impiglieremo, graffieremo ecc. Questo non ci può succedere se evitiamo semplicemente di andarci. Nello stesso modo, se ci avventuriamo in un affare e veniamo ingannati, l'errore è nostro e non di chi ci inganna. E solo la nostra avidità di denaro la causa; per essa siamo stati ingannati e derubati. Così dobbiamo sempre trovare l'errore in noi e mai incolpare gli altri.

maestri di pazienza

«Quando qualcuno che ho aiutato
e nel quale ho riposto le mie speranze
mi causerà un gravissimo danno,
lo considererò il mio supremo Maestro».

Se avessimo dei parenti o un bambino, un amico, qualcuno che abbiamo sempre aiutato molto che si dimostrasse molto ingrato e ci facesse cose molto malvagie, ordinariamente ci arrabbieremmo molto. Invece di arrabbiarci dobbiamo praticare la pazienza con questa persona realizzando che occorre sempre un oggetto appropriato per sviluppare la pazienza; se la gente fosse sempre gentile con noi non avremmo nessuna occasione per la pratica. Solo se qualcuno si arrabbia con noi o ci causa disturbo possiamo praticare la pazienza. Dobbiamo prendere l'esempio da Atisha, un grande maestro indiano del passato. Quando andò in Tibet, Atisha portò con sé un servitore che non lo ascoltava mai e rispondeva e discuteva sempre con lui. La gente diceva ad Atisha: «perché hai portato un tale servitore; faresti meglio a rispedirlo a casa». Ma Atisha rispondeva: «no, no; è il mio maestro di pazienza e per me è molto importante: ogni volta che mi dice queste cose o quando mi disobbedisce mi offre una grande opportunità per praticare la pazienza!». Così se i nostri parenti, amici o persone a cui abbiamo fatto del bene ci ripagano con della malvagità, dobbiamo essere molto contenti per avere trovato qualcuno con cui praticare la pazienza.

prendere e dare

«In breve offrirò benessere e beatitudine alle mie madri,
sia in questa vita che nelle vite future,
e prenderò segretamente su di me
tutte le loro negatività e sofferenze».

Questo verso si riferisce alla pratica del 'Prendere e Dare'. Questa pratica è molto importante e di particolare efficacia per la trasformazione della nostra attitudine egocentrica. Essa mostra l'atteggiamento principale di un bodhisattva: l'intensa compassione che lo spinge a cercare di liberare gli altri dalla sofferenza fino al punto di voler accettare su di sé quelle sofferenze, come una madre con il proprio figlio, e il grande amore per il quale aspira a tal punto alla felicità degli altri da essere disposto, per ottenere tale scopo, a donare la sua propria felicità e tutto quanto ha di buono. La pratica è inizialmente un addestramento mentale. Ci si esercita cioè nel generare un'attitudine artificiale che poi, con l'abitudine e la pratica costante si sviluppa fino a diventare un'attitudine spontanea di grande coraggio. Questa tecnica si può combinare con la respirazione, pensando di prendere su di sé la sofferenza con l'inspirazione e di mandare con l'espirazione tutta la felicità e le cose buone agli altri.

aspirazioni mondane

«Incontaminato dalle oscuranti superstizioni
degli otto dharma mondani,
con la percezione che tutti i fenomeni sono illusori
abbandonato l'attaccamento, sarò libero dalla schiavitù».

Non dobbiamo mai mescolare il sentiero spirituale con le aspirazioni mondane al guadagno, alla fama, alla lode ecc, cioè con quelli che sono chiamati 'gli otto pensieri o dharma mondani': piacere e dispiacere, guadagno e perdita, lode e biasimo, fama e disgrazia. Dobbiamo dedicare tutta l'energia della nostra pratica al bene di tutti gli esseri. Quando pratichiamo non dobbiamo pensare: «grazie al potere di questa pratica, possa io non ammalarmi mai, avere una lunga vita, essere ricco ecc». Queste sono aspirazioni. Dobbiamo invece pregare affinché tutti gli esseri ne traggano beneficio. Anche quando facciamo una piccola azione, per esempio una piccola offerta: se pensiamo solo al nostro bene rimane un atto di limitato potere, mentre se la facciamo con in mente il bene di tutti gli esseri diviene un grande atto.

Infine i due ultimi versi si riferiscono alla pratica della saggezza. Occorre pensare che noi stessi, l'oggetto della pratica e la pratica stessa sono privi di un'esistenza reale, sono come illusioni.

La causa principale della sofferenza dell'esistenza condizionata è l'ignoranza che si afferra ad una esistenza inerente, che concepisce cioè erroneamente la realtà. Percepiamo noi stessi e gli oggetti intorno come molto solidi e reali. Attribuiamo alla nostra percezione delle cose, qualità che non esistono e quindi facciamo discriminazioni di buono e di cattivo ecc. Sulla base di queste etichette false sperimentiamo poi attaccamento, odio ecc. Ma le qualità che ispirano tali emozioni non hanno una reale esistenza. Sono come un figlio morto in sogno. Talvolta quando ripensiamo a qualcosa che ci ha fatto arrabbiare, o che ci ha fatto generare dell'attaccamento, possiamo ben ridere di noi stessi, vedendo quanto siamo stati confusi, come abbiamo male interpretato la realtà. Questo è il modo in cui l'ignoranza comincia la catena dell'esistenza condizionata. Generando la saggezza che comprende la vera esistenza dei fenomeni, la saggezza della vacuità, possiamo tagliare la catena fin dal suo primo anello.

il mondo ha bisogno di tutte le religioni

Nel mondo si stanno facendo molti sforzi per l'unità religiosa e per una migliore comprensione tra le varie fedi. E un obiettivo molto importante ma dobbiamo ricordare che non può esserci una soluzione facile né veloce. Non possiamo nascondere le differenze che esistono tra le varie fedi né possiamo sperare di rimpiazzare le religioni esistenti con un'unica religione universale. Ogni religione ha le sue proprie qualità distintive e contributi da offrire. Ciascuna a suo modo è adatta a gruppi differenti di persone. Tutte fondamentalmente mirano al miglioramento dell'uomo. Il mondo ha bisogno di tutte le religioni.

Credo che se vogliamo ottenere l’armonia non solo tra i buddhisti ma anche tra i seguaci delle varie religioni del mondo dobbiamo fare ogni sforzo possibile per cercare di creare una migliore comprensione e rispetto per la fede altrui. Soprattutto non dobbiamo mai usare la religione per scopi egoistici.

Per quanto difficile possa apparire il raggiungimento di tali scopi, penso che sia un debito che abbiamo con tutta l'umanità Non importa che crediamo o no in Dio o in Buddha. La cosa più importante è lo sviluppo di un senso di responsabilità universale e di fratellanza tra tutte le tradizioni spirituali. Voglio sperare e pregare che ciò possa presto accadere.

(da Rocca, 1 ottobre 1987, pp. 41-45)

DOSSIER BUDDHA, GESU’

Le ambiguità del buddismo occidentale

di Dennis Gira


Il buddismo offre attraenti metodi di lavoro su di sé. Ma è sempre ben compreso dagli Occidentali che tendono ad applicarvi delle categorie che non sono necessariamente le sue?

Gli Occidentali possono davvero comprendere il buddismo? La domanda mi è stata posta molte volte in questi ultimi anni. Non posso rispondere con una negazione: ho troppi amici occidentali che si nutrono autenticamente del buddismo. Eppure più di trent'anni di studi buddistici, prima in Giappone e poi in Francia, mi impediscono di rispondere un “sì” deciso. Mi sembra che la verità sia che il buddismo, anche se non è evidentemente incomprensibile per gli Occidentali, rimane molto spesso incompreso per motivi legati sia alle disposizioni di coloro che vi si interessano, sia alla complessità di questa tradizione antica di più di venticinque secoli e ricca di tutti i suoi contatti con le diverse culture e spiritualità dell'Asia.

La prima ragione per cui gli Occidentali rischiano di non cogliere quello che è al cuore del buddismo è la difficoltà di riconoscere ciò che è veramente unico,e dunque differente, in questa tradizione. A questo proposito penso spesso a certi amici americani che venivano a trovarmi in Giappone e che volevano a tutti i costi visitare una casa giapponese tradizionale. Per fortuna conoscevo una persona disposta ad aprire la sua casa ai miei visitatori. Entrati, gli amici mi guardavano un po' disorientati e domandavano timidamente dove fosse la tavola. Da sé sola questa domanda li metteva nell'incapacità di aprirsi alla bellezza straordinaria di un luogo di abitazione di cui si comprende la coerenza interna senza la presenza di una tavola! Insomma è estremamente difficile resistere alla tentazione di cercare in primo luogo dagli altri quello che da noi ha senso; e ciò a tutti i livelli.

Non confondere le tradizioni

Così ci succede spesso di cercare in primo luogo nel maestoso edificio che è il buddismo degli elementi essenziali alla tradizione interna della nostra propria tradizione o visione del mondo. I cristiani, per esempio, sono spesso convinti che debba esserci nel buddismo una realtà corrispondente a Dio, a un Dio personale che è amore, e che contemporaneamente è dell'ordine dell'assoluto. Non c'è nulla di più “naturale” perché nel cristianesimo nulla si spiega senza questo Dio, e tanto meno il fenomeno dell'uomo. Eppure nel buddismo tutto si spiega senza Dio. E in fin dei conti, a causa dell'importanza che essi accordano all'esistenza di Dio, i cristiani rischiano, lo avvertano o no, di ristrutturare la coerenza interna del buddismo. Essi cercano, talora disperatamente, uno spazio per ciò che sembra loro indispensabile per ogni cammino spirituale, cioè l'incontro con Dio. In questo modo l'edificio buddistico comincia ad assomigliare a poco a poco all'edificio cristiano, che invece è realmente strutturato da tale incontro.

Questa tendenza a ricercare nel buddismo quel che per noi è essenziale non si limita ai cristiani. Così molti Occidentali che non credono più per niente in Dio riconoscono nel buddismo una tradizione “atea” proponendo una via interiore tracciata da millenni da maestri qualificati. Ma i buddisti nati nei paesi buddisti non sono “atei”; e non apprezzano che gli Occidentali li obblighino in qualche modo a porsi davanti a un problema che non è il loro: quello di Dio.Di fatto questo problema non li sfiora neppure: non sono “atei”, né “agnostici”, né “credenti”, sono altrove. la vera sfida consiste nello scoprire questo “altrove”, a entrarvi e a comprenderne la coerenza. E non sempre è facile.

Tradurre è tradire

Un'altra grande difficoltà con cui si scontra un Occidentale che si interessa al buddismo è legata alla lingua. Tutto si riassume nell'adagio “tradurre è tradire”. Le lingue del buddismo(il pali, il sanscrito, il cinese, il giapponese, il tibetano) sfuggono spesso a tutti i nostri sforzi di traduzione! Per esempio come comprendere l'insegnamento del Buddha quando, secondo le nostre traduzioni, egli afferma che tutto è “sofferenza” (la prima della Quattro Nobili Verità) e che l'origine di questa sofferenza è il “desiderio”? Non si può dimenticare che queste espressioni, e tante altre che usiamo per parlare dell'esperienza e dell'insegnamento del Buddha, sono tributarie della nostra tradizione (giudeo-cristiana, greca, latina…). Per comprendere veramente che cosa è il buddismo è importante farsi sempre coscienti dello sfalsamento considerevole che esiste fra l'esperienza del Buddha e le parole che noi usiamo per parlarne. Senza questa lucidità di base le possibilità di malintesi si moltiplicano all'infinito.

La terza difficoltà è la tentazione di confondere una parte della tradizione buddista con il suo tutto. In Occidente si mette un accento forte sulla meditazione, a detrimento della disciplina morale o etica molto esigente, che pertanto fa parte anch'essa della via buddista. I precetti che riguardano il rispetto della vita, l'uso della parole, il posto accordato ai beni materiali, la vita sessuale, ecc. sono spesso lasciati tranquillamente da parte. Ed è peccato, perché proprio vivendo secondo tali precetti i buddisti integrano alla loro vita quel che comprendono grazie alla loro pratica della disciplina mentale.

Questa difficoltà può arrivare anche a una confusione fra il tipo di buddismo che si pratica, o al quale ci si interessa, e la grande tradizione buddista.Si può ben capire che colui che pratica lo zen sia convinto che tale forma di buddismo sia per lui la migliore. Ma dovrebbe conservare nella mente il fatto che l'edificio buddista è molto più vasto della “sala zen” che ne fa parte. Solo con lo sforzo di comprendere gli “altri buddismi” potrà approfondire la sua conoscenza del buddismo che pratica.

La chiamata a un cambiamento radicale

Comprendere il buddismo in profondità non è dunque facile per gli Occidentali. Ma bisogna riconoscere che non è facile neppure per coloro che vivono nei paesi buddisti! Perché infine il buddismo esige da ciascuno una vera conversione interiore, un abbandono di sé, un cambiamento radicale della maniera di pensare e di essere in questo mondo. E a nessuno piace questo! D'altronde è proprio la resistenza a questa metamorfosi che costituisce la difficoltà più grande per tutti quelli che vogliono entrare pienamente nell'esperienza del Buddha.

(da Le monde des religions, 18)

DOSSIER BUDDHA, GESU’

Una tradizione può rivelarne un'altra

di Aurelie Godefroy





Gli scambi sono sempre più possibili fra cristiani e buddisti. La conseguenza non è necessariamente una conversione, ma più spesso l'opportunità di vivificare la fede nella propria tradizione di origine.

Domenica di Pasqua. Una assemblea di 650 persone si accalca in una immensa sala di preghiera. Sulle sedie e sui tappeti stesi al suolo li aspettano delle uova di Pasqua. I presenti sono in gran parte cristiani, ma non sono venuti a celebrare la resurrezione del Cristo. Di fronte a loro un quadro a colori che rappresenta Buddha, dei fiori e dei ceri.Siamo al Village des Pruniers, nel sud-ovest della Francia, luogo sacro del buddismo fondato una ventina d’anni fa dal maestro vietnamita Thich Nhat Hanh. In un silenzio assoluto fa il suo ingresso una figuretta, seguita dai suoi discepoli. “Thay”, il “maestro” come lo chiamano i suoi adepti, prende posto e rompe il silenzio. Con voce dolce impartisce gli insegnamenti che i praticanti, schiena ben diritta in posizione di meditazione, sono venuti ad ascoltare. Egli si adatterà poi alla tradizionale seduta di domande e risposte, tenendo l’assemblea in sospeso fino alla fine della sessione. Sono di tutte le età, di tutte le classi sociali. Ma che cosa vengono a cercare questi cristiani in questo ritiro buddista in questo giorno cruciale dell’anno liturgico?

Fra loro Francine. Questa francese di origine vietnamita, convertita al cristianesimo circa vent’anni fa, non trova nessuna contraddizione nel fatto di ascoltare gli insegnamenti buddisti invece di assistere alla messa. “La cosa più importante per me è di pregare, poco importa dove, spiega. Prima ci tenevo molto ad andare in una chiesa i giorni delle grandi feste cristiane, ora ciò non ha più importanza. Posso raccogliermi e pregare Gesù sia in una chiesa che davanti a Buddha.” Secondo Thich Nhat Hahn non c'è nessuna incompatibilità fra il fatto di essere cristiani e quello di venire a raccogliersi in un luogo di ritiro buddista. “Al contrario, dice, i cristiani hanno la possibilità di approfondire la loro fede venendo qui. Non c'è nessun conflitto, sono a loro agio: noi offriamo loro una nuova illuminazione sulla loro religione, specialmente grazie alle tecniche di meditazione.” Secondo il maestro, gli insegnamenti di Buddha e di Gesù non sarebbero così lontani fra di loro. La differenza si troverebbe nella loro formulazione: “È come se si confronta un mango e un arancia. La loro apparenza non è simile, ma gli elementi che costituiscono questi frutti sono gli stessi. L'acidità e lo zucchero sono appunto dosati in maniera diversa”. Secondo Thich Nhat Hahn il buddismo sarebbe meno dogmatico e più comprensibile del cristianesimo: “Il suo insegnamento è più adatto alla sofferenza di oggi, procura degli strumenti che aiutano le persone a vivere, come quelli che riguardano l'atteggiamento del corpo, la maniera di camminare, di respirare, di parlare, spiega. A questo si aggiunge l'apprendimento della vita in comunità, quale rimedio per questa società caratterizzata nel nostro secolo dall'individualismo. Qui ciascuno porta il proprio contributo e partecipa alla costruzione della comunità. Ciò procura un senso di sicurezza che consente alle persone di crescere più armoniosamente”.

Da più di vent'anni sono migliaia le persone che vengono dal mondo intero per meditare e imparare questi famosi strumenti insegnati dal maestro. Accolti da monache vietnamite, essi si ripartiscono nelle sette frazioni che costituiscono il villaggio. Elemento centrale di questa vita in comune sono le “campane di piena coscienza”che ritmano le attività di ognuno. Al loro suono tutto si ferma. Per alcuni secondi, allora, la respirazione diventa l'unica preoccupazione di ciascuno. Scompare ogni nozione di tempo. “Le persone vengono a deporre qui la loro sofferenza”, spiega Minh Tri, una frequentatrice abituale del luogo. Come Eliane, ex-professore di economia e di gestione, che ha operato una ventina d'anni fa la sua rottura con il cristianesimo. Arrivata al Village des Pruniers in un momento drammatico della sua vita, vi è rimasta per due anni: “Avevo bisogno di un rifugio per ritrovarmi e fare un lavoro di trasformazione e di guarigione. Delusa dal cristianesimo dovevo ritrovare la mia propria morale. Ho trovato nel buddismo quel che mi mancava nella mia religione di origine: degli aspetti pratici per aiutarmi ad acquietare la mia sofferenza e ricostruirmi. La Chiesa è troppo attaccata alle apparenze. Quello che mi ha sedotto è l'aspetto spoglio delle cose, la scarsità del rituale. Tutto è limitato all'essenziale. Ciò che qui è importante è il rispetto dell'evoluzione del cammino individuale. Al Village des Pruniers ho trovato gli utensili pratici che mi hanno aiutato a vivere”.

Il buddismo: più che una terapia

Il buddismo sarà allora una gruccia psicologica per cristiani in rotta? Una terapia antidolore? Non soltanto. Per alcuni, come Patrice, sono le nozioni di peccato e di colpevolezza che l'hanno distolta dal cristianesimo. Altrettante ragioni che si aggiungono a quelle menzionate in uno studio condotto da Dennis Gira, direttore aggiunto dell'Institut des sciences et de theologie des religions à l'Université catholique de Paris: “Una grande insoddisfazione di fronte alla società attuale, specialmente a quella del consumismo, una certa difficoltà a comprendere il discorso su Dio, il bisogno di avere un maestro o una guida spirituale,o ancora la volontà di appartenere a una società che non sia segnata dalla violenza, come ha potuto essere la Chiesa in alcuni momenti poco gloriosi della sua storia (crociate o Inquisizione): altrettanti motivi che decidono i cristiani a rivolgersi verso una religione che sembra portar loro delle risposte molto più pratiche ai loro interrogativi spirituali“, spiega.

Una conversione armoniosa

Ma se un certo numero di cristiani si volgono verso il buddismo, non fa eccezione l'inverso. È il caso di Anne, una buddista diventata cristiana. Primogenita di una famiglia di dieci figli, Anne è stata educata nel Vietnam nella più pura tradizione buddista, con una madre molto praticante. “L'accompagnavo spesso al tempio, si pregava tutte le sere davanti all'altare degli antenati e davanti al Buddha…” ricorda. A 22 anni Anne fugge dal paese e sbarca nel nord della Francia: “Ho provato una grande solitudine quando sono arrivata, racconta, perché non c'era più né cerimonia né tempio per sostenermi. L'atmosfera spirituale del mio paese mi mancava”. Sposata in chiesa, con il marito cattolico, decide di far battezzare i suoi figli. In un primo tempo la giovane non cerca di convertirsi, ma semplicemente vuole conoscere meglio i Vangeli. “Vivevo allora in un campo militare con mio marito, vedevo intorno a me quelle persone molto pie e la loro fede nel Cristo mi commuoveva”, ricorda. Decide allora di farsi battezzare insieme al suo terzo bambino.“Era allora una continuità con la mia religione buddista. Essa cambiava soltanto volto e prendeva quello del Cristo. Era una specie di trascrizione in un'altra lingua della stessa cosa.” Anne vive un periodo di “doppia appartenenza”, poi si appassiona sempre di più alla persona di Gesù. E spiega: “Per me è qualcuno che è prima di tutto umano, in carne e ossa. Questo aspetto mi è molto piaciuto e non l'ho trovato nella religione buddista. È importante di vedere un uomo capace di dare la vita per amore e poi mostrare la strada. Sono molto commossa dal Cristo e, se dovessi riassumere la mia vita, direi semplicemente che sono una buddista che ha incontrato Gesù”. Lascia allora la religione della sua infanzia per praticare solo il cristianesimo, in modo sereno e naturale. “Quando si sposa una religione, spiega, bisogna farlo nella sua totalità e accettare le sue qualità, i suoi difetti. Bisogna impegnarsi a fondo accettando di andare fino alla fine. la perfezione non esiste. La Chiesa ha i suoi punti deboli, lo so, ma non è grave, perché Dio è al di là di tutto questo”.

La lacerazione di una doppia appartenenza

Se per Anne la transizione si è compiuta in modo indolore, non così per Françoise, per la quale la doppia appartenenza è stata sinonimo di lacerazione e di dolore.

Cattolica, incontra il buddismo alla fine degli anni '70 con suo marito, attraverso Arnaud Desjardin. e poi il maestro tibetano Kalou Rimpoché. La coppia si reca in un centro tibetano in Borgogna che frequenterà assiduamente per una quindicina di anni. Françoise pertanto non lascia da parte il cristianesimo e tenta di vivere le due religioni. Anche se appassionante la lunga esperienza di doppia appartenenza si dimostra difficile a viversi. “Non riuscivo a conciliare le due religioni, perché penso di essere una persona fedele e ho avuto la sensazione di tradire il Cristo, anche se mi contorcevo in tutti i modi per cercare di riunire le due tendenze. Nel buddismo tibetano, aggiunge, bisogna avere un maestro spirituale e consegnarsi a lui completamente. Io non potevo e non volevo perché il mio maestro spirituale è Gesù Cristo. Se in quel tempo ho tanto tentato è perché mio marito era molto più di me attirato dal buddismo: ne aveva bisogno per il suo equilibrio, era una delle sue ragioni di vita e io non volevo perderlo. Ma alla sua morte, nel 1993, me ne sono allontanata.” Nel 2002, pochi anni dopo la morte di suo marito, Françoise si trova di nuovo di fronte a un lutto terribile, la morte di sua figlia. “Mi sono allora ritrovata di fronte alla persona del Cristo, rendendomi conto che nulla può sostituirlo o lo supera e ho deciso di riconsegnarmi unicamente a lui. Sono ritornata ai miei primi amori.” Guardando indietro, Françoise dice di non rimpiangere la sua avventura buddista. Pensa oggi di avere arricchito e riscoperto il suo rapporto con il cristianesimo. “Ciò mi ha consentito di volgere uno sguardo nuovo alla mia religione e soprattutto di ridare un vero significato alle parole che uso, che si erano svuotate di senso.

Vangelo e zazen

Siamo in una saletta di preghiera annidata nel sottotetto del convento delle Clarisse nel 7° arrondissement di Parigi. Al fondo della sala troneggia una scultura del Cristo in croce. Sotto una foto del maestro zen giapponese Narita, posata sopra una Bibbia aperta. Sul pavimento dei zafus, piccoli cuscini tondi e tappeti di color viola. Sono cinque donne che si riuniscono tutte le settimane in questo luogo cattolico per fare zazen. Gambe incrociate nella posizione del loto, schiena ben dritta, occhi semi chiusi, le dita della mano sinistra posate su quelle della destra, si concentrano sulla respirazione. Nella stanza fluttua odore di incenso. La seduta comincia in un silenzio assoluto, con una lunga meditazione, seguita da una lettura dei Vangeli: oggi un testo di san Luca. Terminata la sessione le partecipanti lasceranno la sala di preghiera per raggiungere, alcuni piani sotto, nella cappella del convento, le suore benedettine che le aspettano per Compieta. Le persone presenti si dichiarano tutte vicine al cristianesimo, ognuna a sua modo, e dichiarano che utilizzano la pratica del zazen per approfondire la loro fede.

Può essere per alcuni l'inizio di una lunga ricerca spirituale e un primo passo verso il buddismo. Come Evelyne che, dopo essersi allontanata dalla Chiesa cattolica, scopre la pratica dello zazen in un momento cruciale della sua vita. Ho avuto un sentimento di ritorno alla fonte, di ritrovarmi”, spiega. Decide allora di mettersi in relazione con il gruppo di meditazione del maestro zen giapponese Deshimaru. Parte per il Giappone e diventa la sola donna che sia stata formata e promossa discepola dal successore del maestro Deshimaru, il maestro Narita, del quale riceve la trasmissione. Anche se è fortemente implicata nel buddismo, rimane però sempre presente il suo attaccamento al cristianesimo “come un filo rosso”. Evelyne fa di tutto per dimenticarlo: “Non volevo pensarci perché sapevo che non si deve mescolare tutto, ma mi ha riacciuffata”. Un giorno di Pasqua cede: “Mi sono precipitata alla chiesa come una vera assetata, confida, poi ho cominciato a tralasciare i sesshin (ritiri buddisti) per recarmi alla messa, un po' a piedi, un po' in stop”. Decide di accantonare il problema, ma questo risorge al momento della trasmissione da parte del maestro Narita.

Una svolta buddista riconciliatrice

Sono sei mesi che è in Giappone: “Ero in treno, partendo dal monastero dove aveva avuto luogo la cerimonia, e tutto mi è ripiombato addosso. Ho ricevuto questa verità. ho realizzato d'improvviso che non avevo che una strada da prendere e che non potevo ignorare il “lato cristiano” della mia personalità, spiega con emozione. Era un sentimento violentissimo; presa dal panico ho avuto bisogno di scrivere a due persone quel che mi succedeva: a mia madre (che non la finiva di pregare perché io ritornassi al 'recinto' del cattolicesimo) e al mio maestro.” Tutto si concretizza poco dopo, quando Evelyne deve portare la comunione a sua madre morente. “Non c'era un prete disponibile e ho dovuto fare quel gesto, con la testa ancora rasata, e ho sentito in quel momento uno sconvolgimento profondo che mi ha fatto prendere coscienza dell'urgenza del mio ritorno al Cristo”. Evelyne sente allora il bisogno imperioso di comunicarsi di nuovo per potersi riconciliarsicon il cristianesimo. “Posso dire oggi che il buddismo è stato onesto con me per ricondurmi verso la mia religione e non avermi 'trattenuta'. Sono stata accolta, educata e nutrita dal buddismo. Una volta cresciuta sono stata pronta per ritornare alla mia famiglia cristiana”. Per questo Evelyne riconosce che l'accompagnamento di cui ha beneficiato è stato fondamentale.

Questo è lo scopo di Benoît Billot che tenta di aiutare le persone a “riconciliare” diversi aspetti del cristianesimo e del buddismo per favorire quello che chiama “un lavoro di unificazione”. Questo monaco benedettino scopre il buddismo all'inizio della sua vita religiosa e comincia a praticare mattina e sera la meditazione: “Ho fatto la scoperta straordinaria di imparare a gestire il silenzio, spiega, ho davvero scoperto una 'sapienza del corpo' caratterizzata da una decuplicata attenzione alla circolazione delle energie, alle sensazioni…”. Benoît Billot parte poi per il Giappone per tuffarsi nei monasteri zen. Un momento importante nella sua vita monastica e spirituale: “Sono stato portato a guardare dal di fuori la mia tradizione: è stato sconcertante, disturbante e destabilizzante, ma assai fecondo”. Per il monaco benedettino è l'inizio di una nuova riflessione sulla vita. Dopo il ritorno in Francia, segnato dall'inizio di una psicanalisi e da un anno sabbatico in cui si dedica a studiare gli insegnamenti di Willigis Jäger e di Karlfried Graf Durckheim, decide di condividere le sue esperienze creando un luogo consacrato alla meditazione, che permetta di conciliare i differenti aspetti del cristianesimo e del buddismo, chiamato “ La Casa di Tobia”.

Fra gli altri obbiettivi figurano: la considerazione del corpo e la maniera di riuscire a gestire la respirazione, la sessualità, la circolazione delle energie…“Siamo passati da una visione ascetica e monastica del corpo a una visione meccanicista destinata al godimento e alla performance, constata. Oggi è importante saperlo gestire e servirsene per farlo partecipare alla vita spirituale”. E quando gli si chiede chi è che viene a La Casa di Tobia per approfittare dei suoi insegnamenti, Benoît Billot riconosce che se molti vengono per scoprire diversi aspetti del buddismo e del cristianesimo, lui non esita a ricordar loro che è necessario riferirsi a un unico centro: “per girare, une ruota deve avere un solo asse. Per me si tratta di Cristo”. E questo innamorato del giardinaggio non può impedirsi di rifilarci la metafora vegetale: “È interessante innestare tutti questi rami sul grande tronco rappresentato dal Cristo. Quando l'innesto prende modifica la circolazione della linfa e l'aspetto esteriore dell'albero. Vi è una interazione. In questo lavoro di vita spirituale non è difficile far coabitare due maniere di pensare, credo persino che possano essere complementari…”.

(da Le monde des religions, 18)

DOSSIER BUDDHA, GESU’

Le dieci chiavi del faccia a faccia

di Eric Vinson


Cristianesimo e buddismo offrono due vie universali di salvezza caratterizzate da un potente altruismo. Fino a dove arrivano le loro affinità e quali sono le loro incompatibilità?

1- Il taumaturgo e il professore

Molti tratti separano il Buddha (alla lettera “il Risvegliato”) venuto dall’India e il Cristo (alla lettera “il Messia”) venuto dalla Palestina, in fondo così mal conosciuti sia l’uno che l’altro e spesso in maniera leggendaria: per esempio il loro stato sociale – Gautama è principe e Gesù è artigiano – o la loro giovinezza – l’uno ha avuto moglie (i) e figlio mentre l’altro pare uno scapolo indurito. Altra differenza notevole: la durata della loro “vita pubblica”, iniziata dopo i trent’anni e consacrata egualmente all’insegnamento itinerante con un gruppo di discepoli. Prima di essere accusato di bestemmia e ucciso a 33 anni, quella del “falegname di Nazaret” dura al massimo tre anni, mentre quella del “grande Silenzioso” si svolge su un mezzo secolo e termina tranquillamente verso gli ottanta anni, Nessuna meraviglia allora che non sia possibile paragonare la quantità degli insegnamenti raccolti in durate tanto dissimili: le poche parole riferite dai Vangeli non possono in nessun modo confrontate con la somma “oceanica” dei discorsi – le sutre – attribuiti al Buddha.

Tanto più che lo stile e la forma sono profondamente diversi: i convincenti Vangeli sono prima di tutto dei racconti di vita, concisi e incisivi, mentre le sutre sono lezioni – logiche e ripetitive – destinate alla memorizzazione. Abbiamo dunque da un lato un taumaturgo dal carisma scintillante , che agisce e guarisce in maniera miracolosa esaltando la fede dei suoi fedeli, e dall’altra un saggio professore, posato e sereno, che si rivolge prima di tutto all’intelligenza dei suoi alunni. Un esempio impressionante: varie volte Gesù “risuscita dei morti” (l’amico Lazzaro, la figlia di Giairo o il figlio della vedova di Naim) per compassione dei loro parenti in pianto; nelle stesse situazioni, Gautama propone loro una saggia lezione di realismo, aiutandoli a comprendere che ciò che è nato deve morire…

2- Il Liberato e il Resuscitato

Il rapporto con la morte è un punto chiave dei percorsi del Cristo e del Buddha. Tutti e due vogliono assumere e vincere questa suprema estremità, ma, sembra, con logiche inverse.

Per Gautama, morire consente di insegnare in atto i fondamenti del suo messaggio (il Dharma): da un lato la fugacità di tutte le cose e l’ineluttabilità della fine sotto il gioco delle cause e degli effetti (il karma); dall’altro la liberazione da tali limiti con il raggiungimento del “perfetto nirvana”, “risveglio “senza pari, denotato dall’estinzione definitiva dell’individualità e del doloroso ciclo delle trasmigrazioni (il Samsara). All’opposto Gesù vuole liberare l’umanità una volta per tutte dalla morte e dal peccato, “redenzione”che non può essere ottenuta che dal proprio sacrificio e dalla sua “resurrezione”. Il Buddha dunque trionfa della finitezza umana cancellandosi definitivamente nella “vacuità” – l’assoluto buddista – e invita gli altri a fare la stessa cosa seguendo le sue tracce fino al loro proprio Risveglio. La vittoria del Salvatore invece arriva ad assicurargli una presenza eterna “alla destra di Dio Padre”. Una gloria senza fine alla quale egli associa i membri della sua Chiesa, assistendoli quaggiù “fino alla fine del mondo” e promettendo loro la salvezza nell’al di là, cioè la loro resurrezione. Così il cristiano beneficia della promessa di resuscitare un giorno “in Cristo” dopo la propria morte carnale, mentre il buddista è chiamato a divenire alla fine lui stesso un buddha, aspettando a sua volta il risveglio – o liberazione – con l’aiuto di coloro che vi sono già giunti.Obbiettivo da realizzare in una sola vita dal primo e in numero indeterminato (ma ridotto quanto è possibile) di esistenze dal secondo.

3- Salvatore divino o maestro di sapienza?

Nelle due tradizioni c’è una certa inseparabilità del messaggio e del messaggero. Ma il buddismo vede quest’ultimo passare in secondo piano dietro la dottrina, mentre il cristianesimo fa della persona del Messaggero l’essenziale del messaggio.Questo è il nucleo di questa “buona notizia” (etimologia greca della parola “vangelo”), secondo la quale la parola di Dio si è incarnata in “Gesù, il Cristo-Messia annunciato dalle Scritture”, “Figlio unico di Dio e Dio lui stesso”, “pienamente Dio e pienamente uomo”, “Salvatore morto e resuscitato per tutti gli uomini”, come ripetono i testi canonici. Non è dunque aderendo alla figura del Buddha che si diventa buddisti, ma comprendendo – e soprattutto applicando – le sue istruzioni, cosa che fa di lui prima di tutto un maestro di sapienza. Al contrario si diventa cristiani consegnandosi totalmente nella fede alla persona “umano-divina” del Salvatore, salvo poi praticare il meglio possibile i suoi esigenti comandamenti. Al “Siate voi stessi la vostra propria isola, il vostro rifugio” del Risvegliato (Parinirvanasutra)”, Gesù risponde: “Io sono la Via, la Verità, la Vita: nessuno viene al Padre se non per me” (Gv 14,6). Questo fa del Cristo l’unico mediatore fra gli uomini e Dio, mentre numerosi buddha sono all’opera nel samsara, visto il numero immenso di esseri che hanno raggiunto il risveglio dai tempi “senza inizio e senza fine”.

4- “Persona“ o “non sé"?

Insieme divina e umana, la persona del Cristo è veramente la chiave della teologia e dell'antropologia cristiane. Per gli eredi di Gesù, Dio e l'uomo sono persone: esseri liberi, singolari, relazionali, spirituali. Fatto a immagine di Dio, l'uomo ha un'“anima eterna” tratta dal nulla da quell'Essere divino che esiste di per sé con qualità permanenti (“Egli è Colui che è”, “È l'Onnipotente”,ecc.). Questo teismo è in contraddizione con l'insegnamento fondatore del Buddha quanto alla non esistenza di tutti i fenomeni. Il nesso logico e metafisico fra il Creatore e le sue creature è attestato dalla Chiesa fin dall'inizio, quando il concetto centrale di “persona” è stato elaborato dapprima, attraverso la Trinità, per distinguere le tre persone divine (Padre, Figlio e Spirito) per applicarlo poi, a poco a poco, a tutti gli esseri umani. Questa individualizzazione è diventata uno dei marchi di fabbrica dell'Occidente, in particolare attraverso la secolarizzazione portata dalla dottrina dei diritti degli uomini. All'opposto di questa visione “sostanziale” dell'essere umano, il buddismo considera quest'ultimo come la riunione - contingente e momentanea - di cinque “aggregati” psicofisici: la materia e la forma; le sensazioni; le percezioni; le formazioni mentali e infine la coscienza. Transitoria perché sprovvista di un “sé” durevole, ma fattore di attaccamento e dunque di sofferenza, questa combinazione è puro e semplice frutto della legge di causalità. in altri termini un concorso di circostanze…

5- Dio o vacuità?

"Nel buddismo tutto si spiega senza Dio, mentre nel cristianesimo nulla si spiega senza di Lui”. Questa formula ben chiara del teologo e specialista del buddismo Dennis Gira riassume l'abisso che separa ai suoi occhi le due religioni. Eterno, personale, creatore e trascendente, l'assoluto monoteista sembra infatti senza misura comune con l'universo creato, e questo lo oppone parola a parola all'assoluto buddista, l'impersonale e immanente vacuità. Indescrivibile, essa è soltanto evocata come insieme “vuota di caratteristiche” e inseparabile dalle apparenze mutevoli, come afferma la celebre Sutra del Cuore: “la forma è Vuoto, il Vuoto è forma”. Per il Dharma nulla così è eterno in questo mondo sottoposto al cambiamento perpetuo, come è sintetizzato dai Quattro Sigilli, pilastri di tutte le scuole buddiste: “Tutti i fenomeni composti sono impermanenti; tutti i fenomeni composti sono sofferenza; tutti i fenomeni sono sprovvisti di sé; il nirvana è pace, estinzione”. Quattro enunciati fra i quali si dispiega la “Via del Mezzo” buddista, che rifiuta gli estremi simmetrici del nichilismo e dell'eternalismo e lascia in sospeso la questione dell'esistenza definitiva di checchessia (Dio, anima, mondo…).

6- Due strade spirituali

Allora, niente in comune fra Gesù e Buddha? Non proprio! La loro opposizione può rivelarsi fragile se si esaminano alcune sottili dottrine che sono nate a loro riguardo nel corso dei secoli. Da un lato molti cristiani hanno per lungo tempo considerato Gesù come un semplice uomo “adottato da Dio. Dall'altro lato molti buddisti intendono il Risvegliato come un “essere divino incarnato” quaggiù per compassione, per “salvare” gli esseri. Lo attestano le leggende e i miracoli collegati al suo concepimento e alla sua nascita, da cui la quasi divinizzazione di fatto di cui gode nella religione popolare - statue faraoniche e culto delle immagini lo dimostrano. Senza parlare delle scuole cinesi e giapponesi “della Terra pura”, basate sulla devozione radicale verso il Buddha- Salvatore Amida (“Luce infinita”) e il suo “paradiso” di “Grande Felicità”…

Se la distanza fra Gesù e Gautama “in persona” può sembrare a prima vista considerevole, le loro eredità alla lunga convergono talora in modo stupefacente. Lo attestano i modi di vita concreti che essi hanno ispirato, e in particolare il monachesimo da lungo tempo centrale nelle due tradizioni. Guardando indietro, il paragone fra i due fondatori riassume bene le alterne vicende di ogni confronto del cristianesimo e del buddismo. Una esplorazione a specchio che collega la somiglianza degli atteggiamenti religiosi “di territorio”, delle differenze culturali e dottrinali irrefutabili e infine degli enigmatici incontri di fondo… Per poco che si superi la rigidità della lettera in nome del cammino spirituale e dell'esperienza vissuta.

7- Carità o compassione universale?

Perché facciamo tutto questo?” domanda il lama nel bel mezzo della meditazione davanti a discepoli sbalorditi. “Per sviluppare il nostro potenziale”, “trovare la felicità”, “soffrire di meno”. osano rispondere alcuni coraggiosi. “Sì, pensa il maestro, ma non è l'essenziale. La nostra pratica ha un solo scopo: liberare tutti gli esseri dalla sofferenza e stabilirli nella felicità”. Questo aneddoto riassume a meraviglia l'altruismo radicale dal buddismo mahayana. Infatti vi regna in modo assoluto la bodhicitta (“spirito di risveglio”), motivazione del bodhisattva (“essere di risveglio”) che sviluppa all'infinito la sapienza e l'amore universale fino allo stato di buddha, anche a costo di rimanere per sempre nelle sofferenze del samsara per liberarne meglio gli altri. Questo ideale è assai sconosciuto in Occidente, dove il buddismo passa prima di tutto per una “sapienza pratica” centrata sulla ricerca del benessere individuale. Eppure il Dharma - compreso nella sua versione theravada - esalta tradizionalmente l'amore (maitri in sanscrito) e la compassione (karuna). Focalizzato così sulle diverse forme della bontà (dono, non-violenza, ecc.), il buddismo avrebbe allora a che vedere con i valori evangelici, dalla “misericordia” all'“amore dei nemici”. Da una parte e dall'altra infatti sembra davvero che si incontri la stessa etica ascetica, la stessa cura di un comportamento saggio e giusto, utile a sé e agli altri, con tutto ciò che esso implica di autocontrollo, di disciplina personale, di amore al silenzio e alla contemplazione. E a dir vero, le vite dei santi di Oriente e di Occidente - per esempio quella del tibetano Milarepa (1040-1123) e dell'italiano Francesco d'Assisi (1182-1226) - si assomigliano assai, proprio come la pratica e il vissuto quotidiano dei discepoli coerenti del Buddha o del Cristo. Fra lotta spirituale, abnegazione e generosità senza limiti, non si tratta sempre in fondo di dare la propria vita per quelli che si amano?

“Somiglianza di superficie”, risponderanno i teologi cristiani, sottolineando le logiche profonde inconciliabili. Per definizione, essi spiegano, il Dharma rifiuta l'idea di persona come una pericolosa illusione egoistica. Ora, senza reale personalità, la relazione autentica diviene impossibile, sia tra gli uomini, sia con la divinità. Questo incontro gratuito di singole libertà che costituisce il cuore della fede cristiana sotto il nome di “carità”, non potrebbe essere assimilato all'amore-compassione buddista, supponendo che tali nozioni occidentali possano rendere i concetti orientali in questione. Si assomigliano, sì, ma non è che in apparenza, non in essenza, in significazione, né in valore…

Il ragionamento è solido, ma non per questo incontestabile. Infatti quale altra realtà umana se non l'amore potrebbe essere all'opera sulla via del buddhisattva, pronto a dare “fino al suo corpo” per degli esseri, amati ciascuno “come la propria madre o il proprio figlio unico” secondo le massime tradizionali? Che cosa altro se non l'amore nell'intima relazione iniziatica che unisce il maestro, il discepolo e il Yidam - divinità personale - nel cuore del buddismo tantrico vajrayana? Quando la neutralizzazione dell'egocentrismo e il dispiegamento delle perfezioni opposte (generosità, pazienza, sforzo…) orientano evidentemente le pratiche e il comportamento buddista, molto maligno sarebbe chi potesse differenziarle dal puro dono di sé che fonda la morale cristiana sotto il nome di “amore del prossimo”.

8- Due vie etiche

Ma quanto c'entra dunque la morale con il buddismo, che oggi seduce tanto perché lo si ritiene “cool”, cioè lassista in materia di disciplina personale? Sulla strada dell'etica non si può fare a meno di constatare che il Dharma e il cristianesimo camminano insieme, o almeno fianco a fianco. Che si parli di “meriti” o di “buone azioni”, di “atti negativi” o di “peccati”, la via comune delle due tradizioni è innegabile e da una parte e dall'altra si mette la stessa insistenza sulla lotta contro l'egoismo, l'orgoglio, il narcisismo e le altre passioni (collera,desiderio, avarizia, pigrizia…) La lista dei “peccati capitali” non ricalca forse quella dei “veleni mentali”? E la paura dei frutti amari del “cattivo karma” quella dei “castighi eterni”?. Gli inferni buddisti, particolarmente raffinati, valgono bene il loro equivalente occidentale…

9- Scienza dello spirito contro carità attiva

Se c'è una vera differenza fra le nostre due religioni in materia di altruismo e di progresso spirituale, essa deve essere ricercato piuttosto dalla considerazione del posto che vi occupa la sapienza o gnosi. Per il Dharma infatti la conoscenza e l'amore sono inseparabili come il giorno e la notte, allo stesso modo della vacuità e delle apparenze ordinarie. Da ciò deriva una cultura dell'esperienza metafisica diretta che si incarna nella ricchezza dei metodi spirituali - “i mezzi abili” - sviluppati dalle tradizioni buddiste. Trasmessa da guide qualificate, questa “tecnoscienza dello spirito” ha un peso grandissimo sull'attuale successo del buddismo in Occidente, avido della sua filosofia potente, della sua psicologia sottile e del suo arsenale pratico. Basta guardare la affascinante diversità dei rituali, meditazioni, yoga spiegati dalla sua corrente tibetana… Dagli espedienti più concreti (reliquie, porta fortuna benedetti, immagini sante) ai supporti più raffinati, c'è veramente di che soddisfare il corpo, la parola e lo spirito…

Ora di fronte a una tale profusione di strumenti per lavorare su di sé, il cristiano può sembrare abbandonato a se stesso e il cristianesimo assai sprovveduto. Esso, tuttavia, ai suoi inizi non separava la sapienza e l'amore spirituale, e sono attestati nei primi tempi della Chiesa la cura della conoscenza e i metodi per raggiungerla. Ma con i secoli questa cultura dell'interiorità si è a poco a poco indebolita, fino a perdersi talora, soprattutto nel campo cattolico. E questo a profitto di una deriva scolastica e dogmatica più preoccupata di controllare istituzionalmente le anime che di condurle a una vera esperienza spirituale. Non c'è che da vedere la diffidenza secolare manifestata dalle autorità della Chiesa nei confronti dei mistici, che portano appunto al più alto grado l'unione dell'amore e della conoscenza… Preso fra un moralismo puritano e uno stretto razionalismo anch'esso chiuso alle cose del corpo, dell'affettività e dell'invisibile, il cristianesimo occidentale non ha avuto più che da rivolgersi verso il modo esteriore. Mossa dal suo attivismo umanistico quanto proselita, la Chiesa ha coperto il mondo di scuole, di università, di ospedali, di asili, prefigurando così l'attuale infatuazione caritativa e umanitaria. Uno slancio che non ha quasi equivalenti in Oriente dove, “bene ordinata”, la carità attiva aveva il dovere di “cominciare da se stessi”, cioè l'applicazione individuale del “medita e diventa prima di tutto buddha, per poter veramente aiutare un giorno gli altri“. Poco comprensibile per i moderni, questo primato della contemplazione sull'azione ha avuto almeno il merito di limitare - un poco - l'implicazione delle istituzioni buddiste negli affari temporali. da cui deriva forse una facilità più grande di quella dei loro omologhi cristiani ad applicare dei comuni ideali di compassione …

10- Gesù e Buddha riconciliati?

Ai cristiani l'esteriorità conquistatrice, ai buddisti l'interiorità illuminante? occorre certamente sfumare una simile suddivisione, perché si assiste infatti, da alcuni decenni, a un certo ritorno dei battezzati verso l'esperienza spirituale, specialmente attraverso il movimento carismatico, i procedimenti psico-spirituali di “guarigione interiore” o il rinnovamento di metodi tradizionale (esercizi ignaziani, preghiera del cuore, ecc.). Ritornando ai fondamenti della “iniziazione cristiana” e promovendo il dialogo interreligioso, il cristianesimo sembra attenuare il suo dogmatismo degli ultimi secoli per meglio tener conto dell'uomo concreto, “corpo-anima-spirito”. È un ritorno alle radici che certo non è estraneo al successo, nel suo territorio, del neo-arrivato buddista, particolarmente competitivo nel campo dell'interiorità e del pluralismo… Simmetricamente il Dharma, che credeva di essere il cuore di un mondo senza cuore, non ha potuto rimanere impassibile di fronte a questi cristiani venuti a casa sua per evangelizzare, sì, ma anche per curare, istruire, nutrire quelli che non lo erano. Donde l'attuale implicazione senza precedenti degli eredi del Buddha negli affari della terra e dei suoi “dannati”, delle figure militanti considerevoli come il tailandese Sulak Sivaraksa, il vietnamita Thich Nhat Hanh o il monaco zen americano Bernard Glassman, che fanno il loro nuovo cavallo di battaglia della lotta per la giustizia e la pace mondiale, l'ambiente o l'educazione. Allora, la “civiltà dell'amore” di Giovanni Paolo II e il “buddismo impegnato” del Dalai Lama sono una stessa battaglia?


(da Le monde des religions, 18)

DOSSIER BUDDHA, GESU’

Le sfide  di un incontro

di Frédéric Lenoir




Buddha è l’ultimo genio religioso dell’umanità con il quale il cristianesimo dovrà confrontarsi”, affermava poco più di mezzo secolo fa il teologo cattolico Romano Guardini. Cristianesimo e buddismo, le due grandi religioni universali di salvezza, che predicano l’amore e la compassione, non erano infatti mai state in concorrenza così diretta. Da alcuni decenni con la penetrazione del cristianesimo in Asia e quella del buddismo in Occidente il “confronto” è veramente cominciato. Si possono situare le sfide di questo incontro almeno a tre livelli distinti.

Oggi siamo in grado di conoscere con esattezza le due religioni e di paragonare in modo obbiettivo i punti essenziali della loro dottrina. Non fu così nel passato. Da quando i primi missionari cristiani hanno scoperto le diverse tradizioni buddiste nei secoli XVI e XVII, si sono sparsi in Occidente molti malintesi sugli insegnamenti del Buddha, utilizzati a fini polemici dagli avversari o dai partigiani del cristianesimo.

Dalla parte degli avversari si sottolinea la modernità del buddismo, la sua razionalità, la sua assenza di dogmi. E Nietzsche scrive nell’Anticristo: Il buddismo è cento volte più realistico del cristianesimo. Ha superato l'auto-inganno che sono le nozioni morali. Se ne sta, per dirlo a modo mio, al di là del Bene e del Male”. Questa lettura positiva del buddismo si fonda su una lettura dei testi più filosofici e fa totale astrazione dalla sua evoluzione storica e dal suo radicamento in culture locali assai diverse, tinteggiate di culto alle divinità, di superstizione e di religiosità popolare.

Interpretazioni false che hanno la vita dura

Al contrario, i partigiani del cristianesimo sottolineano il carattere superstizioso della maggior parte dei buddismi asiatici e, degli insegnamenti fondamentali del Buddha, non considerano che la teoria del nirvana, assimilato al nulla.. Così Jules Barthélemy Saint-Hilaire, un filosofo contemporaneo di Nietzsche, non esita a scrivere: “In fondo il buddismo non è che l’adorazione e il fanatismo del nulla. È la distruzione della personalità umana perseguita fin nelle sue speranze più legittime. Mi domando se c’è al mondo qualche cosa di più contrario al dogma cristiano, erede di tutta la civiltà antica, di questa aberrazione e di questa mostruosità”. Tale modo di intendere il buddismo come “uno spaventoso culto del nulla” è confortato dalla sua assimilazione al pensiero radicalmente pessimista del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer. Ora, come risulta dagli studi contemporanei fondati sia su una migliore conoscenza dei testi, sia sulla loro interpretazione da parte degli stessi religiosi buddisti, questa interpretazione di un buddismo “pessimista”, “nichilista” o addirittura “egoista” è altrettanto erronea quanto quella di un buddismo “moderno” e “puramente razionale”, che sarebbe esente da religiosità popolare o da credenze irrazionali.

Pertanto tali interpretazioni polemiche secolari continuano molto spesso ad aver corso in molti ambienti cristiani ostili al buddismo o, al contrario, in Occidentali da poco convertiti a quella tradizione. Nonostante alcuni gesti spettacolari come l’incontro di Assisi, dove il papa era seduto accanto al Dalai Lama, Giovanni Paolo II ha suscitato l’indignazione degli ambienti buddisti e universitari dando nel suo libro Varcare la soglia della Speranza una lettura schopenhaueriana del nirvana buddista. E si sentono ancora di frequente dai nuovi adepti del buddismo argomenti del tipo: “Sono diventato buddista perché, contrariamente al cristianesimo, è una religione del tutto razionale, senza fede né dogmi, che non poggia che sull’esperienza”.

Di fatto, al di là degli errori di comprensione delle due religioni, la grande tentazione consiste nel paragonare il peggio di una tradizione con il meglio dell’altra. Così si paragona facilmente negli ambienti buddisti occidentali il messaggio di pace del Dalai Lama all’Inquisizione e alle crociate, oppure al contrario, in certi ambienti cristiani, la carità di una madre Teresa alla totale assenza di preoccupazione caritativa e sociale di alcuni monaci buddisti. Per confrontare in maniera giusta il buddismo e il cristianesimo bisogna confrontare le vette con le vette e le deviazioni con le deviazioni. E conviene anche conoscere bene la sottigliezza delle dottrine e soprattutto la loro diversità. Infatti come non esiste un solo cristianesimo omogeneo, così non esiste un solo buddismo autentico. Il buddismo è, insieme, i testi antichi attribuiti al Buddha , il Theravada sparso in tutto il Sud-est asiatico, il chan cinese o lo zen giapponese o anche il Vajrayana tibetano. Senza partito preso ideologico e tenendo conto di queste precauzioni si apre il nostro dossier con l’articolo di Eric Vinson sulle dieci chiavi del confronto dottrinale fra Gesù e Buddha e le tradizioni che si rifanno ai loro insegnamenti da tanti millenni.

Ma la sfida dell’incontro del buddismo e del cristianesimo non si riduce a un tale confronto, per quanto prezioso esso possa essere. Si gioca anche a un livello più esistenziale fra gli individui sempre più numerosi che sono sedotti dalle due tradizioni. Si trovano dei buddisti convertiti al cristianesimo che conservano un attaccamento profondo alla religione della loro infanzia e al contrario dei cristiani diventati buddisti che tornano al cristianesimo conservando pratiche e insegnamenti buddisti, o persino che rivendicano la doppia appartenenza. Si trovano anche, e sono i più numerosi, dei cristiani che praticano la meditazione buddista o dei buddisti che pregano Gesù. Non assistiamo certamente a un fenomeno di mutua esclusione, ma constatiamo sempre di più, tra le persone sedotte dalle due tradizioni, dei tentativi di mescolanza e di integrazione. Per la prima volta la nostra reporter Aurélie Godefroy ha condotto lunghe inchieste fra questi “cristiani buddisti” e il suo commovente reportage mostra la diversità e la difficoltà dei tentativi di sintesi personale che insistono spesso sulla familiarità e la complementarietà delle due vie spirituali. Punto di vista critico con sfumature da parte di Dennis Gira, cristiano impegnato e fine conoscitore del buddismo, che sottolinea i numerosi tranelli e le ambiguità della comprensione del buddismo da parte degli Occidentali.

Il dossier termina con un’intervista fra il vescovo di Mende, ex abate benedettino di Kergonan e un lama tibetano direttore del centro Dhagpo Kagyu Ling. I due monaci si sono a lungo incontrati alcuni anni fa per comporre un libro di dialogo. Fanno qui il punto di questo incontro appassionante e fruttuoso, che ha permesso di evidenziare, attraverso l'ottica del cammino spirituale, le principali divergenze e somiglianze del buddismo e del cristianesimo.

Rimane l’ultima sfida di questi incontro, quella della concorrenza che si daranno su scala planetaria queste due grandi religioni della salvezza. Paradossalmente il buddismo progredisce più in Occidente che in Oriente e il cristianesimo molto più in Oriente che in Occidente. Assisteremo a una vera battaglia di conversioni o piuttosto all’emergenza progressiva e inedita di un cristiano-buddismo? Questo può ancora sembrarci strano, anzi impossibile, ma la nostra inchiesta ne mostra però i germi, e Arnold Toynbee, il grande storico delle civiltà, affermava che l’incontro delle due tradizioni così vicine e così lontane costituiva “l’evento più significativo del XX secolo” che potrebbe favorire l’emergere di una nuova civiltà.

(da Le monde des religions, 18)
Martedì 08 Gennaio 2008 02:23

Buddismo giapponese

Pubblicato da Fausto Ferrari
Buddismo giapponese




Idea chiave del buddismo è che tutti gli esseri viventi sono imprigionati in un ciclo infinito di reincarnazioni; il continuo nascere-e-morire è sperimentato come sofferenza; da qui lo scopo di questa religione: liberare l'uomo da tale ciclo di rinascite, culminante nell'“illuminazione”.Al di là di questa unità dottrinale, il buddismo si presenta in un'infinità di correnti con profonde differenze. In Giappone esistono 13 denominazioni o correnti, ulteriormente divise in un centinaio di scuole. Tali differenze sono di carattere storico, filosofico e cultuale.Dal punto di vista filosofico, alcune denominazioni ritengono l'illuminazione raggiungibile con le proprie forze, con lo studio delle scritture, ascesi, pratiche di tipo magico, meditazione. A questa categoria appartiene, il famoso zen.Per altre correnti l'illuminazione è raggiungibile solo grazie all'intervento di un'entità superiore. Elemento caratterizzante di queste denominazioni è la fede in una divinità chiamata Budda Amida (da non confondere col Budda storico, Siddharta Gautama), da cui il nome del movimento: amidismo.Attualmente, la denominazione più numerosa è la nichiren (dal nome del fondatore), che conta più di 30 milioni di fedeli. Si distingue per una forte impronta nazionalista e, contrariamente alla tradizione buddista, manifesta forti critiche nei confronti di altre religioni e correnti buddiste.Solidamente organizzata, è tesa al proselitismo esasperato, fino a teorizzare l'uso della violenza per diffondere il proprio credo.Benché in Occidente si parli di “monaci e monasteri buddisti”, nel buddismo giapponese non esiste niente di equiparabile alla nostra tradizione monastica. Quello del monaco è, in molti casi, un mestiere che si tramanda di padre in figlio. I “monaci”, infatti, sono quasi tutti sposati e vivono gestendo il tempio ereditato dalla famiglia; i “monasteri” sono luoghi di formazione dei giovani aspiranti, la quale può durare da pochi mesi, per i laureati in una università buddista, a due anni per chi ha un titolo di studio inferiore.
(da Missioni Consolata, febbraio 2003)

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